Elefanti rosa storia di una favola cui cambiamo il finale 

 

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E adesso sapere di aver mosso così tanto vento e pioggia e oscurità per il mondo e che non potrei dire che non volevo. Forse volevo e tu l’hai fatto. Come niente fosse hai preso lo strumento -eri tu stessa lo strumento- e sei andata. Hai posto decisa i tuoi passi poco onnipotenti al suolo come su un altare. Adesso come si fa ad avere abbastanza luce per questo tuo sole. Mentre io devo tradurre le parole. Rimasto a studiare per curare la distanza. Una volta mettemmo in valigia una collana di semi colorati che all’arrivo erano sbocciati per l’umidità. Senza luce perché i semi non ne hanno bisogno. Sull’oceano erano sbocciati i semi. Come sogni nel sonno. Nelle traversate aeree notturne. Avevamo un tesoro in valigia. Eravamo laboratori volanti. Anche se tutti parlavano d’altro. Portavamo la ricchezza senza saperlo. Come nelle favole, nella bisaccia c’era l’amore ingenuo che sbocciava. C’era la trasformazione del regalo magico. C’era il niente che cresce sempre più. Si potrebbe dire che a volte il sogno è l’idea di un figlio. E in questo clima differente -dove rimaniamo- un ragazzino è normale che nasca. Accettato come una cosa in più da pensare ogni momento. Che si tiene a mente come tutti gli amori: senza fatica. Poi all’arrivo mettemmo un capello al collo del nostro elefante rosa. E cominciammo la nostra vita differente. Quella senza le domeniche. Dove tutti i giorni sono sacri. Quando è domenica che mi guardi. Quando sei festa.


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Filastrocca tra il tempo e lo zero
Storia non proprio d’amore 

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