DNA

18 Gennaio 2014 Lascia il tuo commento

 

 

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“IL RISVEGLIO”
copyright: claudiobadii

Devo adattarmi a questo far niente arabo. A questo ‘sedere’ senza il movimento di contrazioni muscolari decise e determinate. Per necessità trovo la forza di restare fermo per ore. Per questo la vitalità va di più verso la quiete e la stabilità e la costanza…, che verso i saltimbanchi. Ecco, io ho sviluppato il contorsionismo per tenermi gli ultimi trenta anni decentemente fermo ad ascoltare. È singolare: dalla stanza non esce neanche un filo di luce e di suono riconoscibili. Le passioni vengono neutralizzate assorbite sulla pelle al momento di tornare giù in città. Per contro la stanza del lavoro intellettuale di psicoterapia non viene raggiunta che debolmente da radiazioni elettromagnetiche di fuori e quel poco che entra pare non uscire più. È un universo sospeso. Gli atteggiamenti di attesa silenzio e attenzione fluttuante corrispondono alla natura fisica del setting fatta di distanza e inerzia in un volume costellato di luce finestre voci strada. Non si può che prendere frammenti. La teoria, da un punto in avanti, non aiuta più. Se non la parte di essa che è diventata conoscenza, cioè si è integrata nel DNA e si innesta nell’impianto del discorso. La professionalità consiste in variazioni del numero e della posizione delle sinapsi nella biologia cerebrale del medico rispetto a com’era all’inizio. Il medico esprime l’esperienza anatomica inconscia: le migrazioni dei peduncoli dendritici hanno oscillato nei decenni come anemoni di mare. Il pensiero è cambiato. A volte qualcosa di nuovo ha compreso. La via della conoscenza è una scia meteorologica (quando alla fine si sia diventati nativi delle isole). La statua dell’UOMO sta tra fiuto e visione, a cavallo della gobba nasale. Si misura la pressione barometrica della corrente d’aria che porta il linguaggio.
“Il sogno è sempre un brandello strappato”
“Siamo portabandiera.”
“Non c’è una via regia di accesso al non cosciente”.
“La foce del risveglio è un delta di rivoli sabbiosi”.
Il sogno articolato in una storia distribuisce briciole di pane. Sfamiamoci. Sono per non morire non per tornare a casa. Siamo i passerotti del bosco non i ragazzi dispersi. Il pane è nostro. I sogni che lascio sono per sfamare il medico -che mi fa tenerezza dato che è uccello sui rami- perché canti ancora. Le cose che dice sono perché io torni a non disperarmi più. Perché ad un certo punto ha iniziato ad amarmi insensibilmente. A provare tenerezza per la mia incomprensibilità. Ha smesso di interpretare ed ha cominciato a parlare. E le cose da là in avanti sono andate progressivamente meglio. Allora anch’io, poiché le cose andavano progressivamente meglio, ho smesso di raccontare i sogni: proprio come lui, mi sono messa a parlare.
“A-more.” Ho sussurrato. Lui ha capito. Dopo una esitazione che mi ha riempito di orgoglio ha detto
“Si, è comprensibile.”
E questo è tutto. Fino ad oggi.


natura umana
grazie..NO !

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