distanze

19 Gennaio 2011 Lascia il tuo commento

mercoledì, 19 gennaio 2011

https://claudiobadii.altervista.org/wp-content/uploads/2011/01/due4-1024x963.jpgdistanze

La distanza corre tra la mano e il volto. Avanti con sensibilità dunque: una persona alla volta. La distanza è una creazione umana. La libertà umana una cosa né spontanea né ‘naturale’. Uno alla volta: è la separazione – una vera e propria preoccupazione – a fare la distanza.

La separazione: idea di prendere lo spazio e porlo tra noi e gli altri. Usare deserti montagne mari per impastare il pane dell’intenzione del viaggio. Da noi fino a dove noi diventiamo pensiero. E le possibilità d’amore diventano scoperta del mondo. Noi diventiamo una preoccupazione tra geografia e passione di legame.

Geografia e amore consigliano a stare un poco quieti. I viaggi costringono a studiare. Le scoperte sottraggono all’euforia. Le parole d’amore paiono – alla distanza –  lenzuola alla finestra. La felicità una tazza di caffè al davanzale. Brusio – e poi silenzio – tessono la leggera preoccupazione che toglie il sonno – ma anche l’eccesso.

Il dolore e la tristezza delle separazioni sono foglie: foglie ancora foglie ancora foglie foglie. Lo spirito è assente nell’invenzione di andarsene dagli altri. Neanche il cane randagio e le migrazioni concordano. Il principe triste e il cartografo furioso risalgono l’aridità. Si allontanano spesso dalle terre accoglienti.

Bisogna riprendere il passaggio dalla notte al giorno. Dal giorno alla notte. Dormire non è la consegna alla cecità del buio della mente. Tra la notte e la mattina c’è la distanza come tra la mia mano e il tuo volto. E’ il dormire che consente la separazione da fare. Il dolore e la tristezza da tollerare.

Stasera la felicità del ritrovare l’immagine. Insensata la perfezione della figura di fronte alla urgenza di una cosa da finire. In onore al pensiero che racconta la strada. In onore agli occhi dei barboni alle stazioni. Al sudore profumato di ragazze e ragazzi agli esami d’estate. Allo sfruttamento sui bambini che sorridono e muoiono nella fornace africana.

Volevo disegnare il pensiero della ricerca soggettiva sulla distanza. La difficoltà a non scindersi. A tenere assieme nella mente le passioni dei legami e i gradi di indignazione per cose che accadono. Foglie foglie foglie silenzio foglie ancora quando si rimane al caldo al freddo. Freddo. Freddo e caldo. Non è così netta la distanza delle temperature sulla pelle.

Le distanze sono la grande occasione. Si misurano con sensibilità. Poi si deve accordarsi al rispetto delle nostre passioni. Che sono distanze anche quelle. La mano si spinge al volto. Si espone al caldo al freddo al caldo. Cerca la vicinanza all’attimo esatto in cui possiamo dormire. C’è insonnia di indignazione. D’amore. E altre meno importanti.

So che si può sistemarsi ai ripari di fortuna dei ponti. Mai si potrà dire tutto dell’accoglienza dei ponti. Delle accoglienti case diroccate. L’avventura del nulla da perdere ci attrae. La creazione della distanza è un investimento lungimirante. La mano forse perde il volto. Il volto forse è fatto di carezze.

La mano forse è fatta della impunità di un furto. Del mancato rispetto di quanto sarebbe naturale e comprensibile e giusto. La distanza è amore e geografia. Le parole stanno accanto a fare caldo o freddo. A lasciare una scelta. La natura umana ha realizzato la libertà della separazione che fa la distanza.

Forse per costringerci alla misura delle passioni e alla reazione della indignazione.


audrey h.
strumenti a corda

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