cultura di regime

25 Novembre 2013 Lascia il tuo commento

lunedì 25 novembre 2013

Caro Simone,

provo a scriverti e mettere insieme molte risposte e le cose che a tante persone devo dire e voglio dire e che starei sempre a dire loro perché che c’è di più redditizio per la sanità del pensiero che il continuamente riconoscere ‘tutto’… ma poi non sono tante, sono poche le persone cui penso, e sono abbastanza comunque, e per l’intensità di ora siete tantissime anche se solo tu compari in cima alla fila che mi sorride. Provo a dire dell’orgoglio di sapere di rapporti che si sono tenuti. Ma che non si sa come sia stato possibile che si siano tenuti e non si sa ancora come sia che vivono bene adesso, questi rapporti: come ragazzini che non si sono perduti e non si perderanno mai più, cascasse il mondo.

Il metodo imparato per amore, lo si voglia o meno. Si voglia o meno usare la parola ‘amore’ che è quasi una parola. Almost Blue. Quasi blu, ma vuol dire di più. Un amico mi diceva delle implicazioni musicali (appunto) di certi avverbi. Dei modi. I modi per cui certi ragazzini non si erano persi e non ci siamo persi e oramai cascasse il mondo restiamo in grado di fare almeno il minimo. Quasi niente ma tutto quello che serve per sapere che “cascasse il mondo…”. La difficoltà di tradurre l’avverbio inglese.

Il metodo delle parole legate al volto cui si rivolgono le parole e il viso e lo sguardo nel parlare. Non ho mai parlato senza avere un volto cui guardare. Anche se non c’era o erano volti brutti. O volti belli distrutti dalla malattia. Già, Alda Merini sul letto di una casa popolare. Alda Merini: il resto di una vita senza resto. Lei il resto della propria intelligenza, normalità -senza la sanità- di chi ha rivolto la propria bellezza a volti senza lineamenti. Lei quello che resta dopo il ricovero nel manicomio. Che poi sembra proprio che ha smesso di essere pazza, anche se non so se significa che è guarita. Vedo nel filmato che smettendo di essere pazza ha preso posto in una casa di stanze allineate come gli scompartimenti in un vagone di seconda o terza classe. Il soggetto servile che filma e dice “stupendo, meraviglioso, geniale”. E lei non capisce, dice “si…si..” dice “il mio compagno che è morto di crepacuore diceva che se avessi fatto apposta non mi sarebbe riuscito…” Ma lei aveva quell’amore di un compagno che è morto di crepacuore. Lei era entrata in manicomio anche se pare che avessero ‘loro’ necessità che poi lei dicesse di ‘loro’ dei ‘loro’ grandi o piccoli modi di riconoscerne la dignità, riconoscere e tradurre nelle ‘loro’ menti Alda Merini così grande ancora. Lei scrisse di ‘loro’ bene e male. Scrisse del quasi di cui si scrive. Perché chi scrive ha grandi avverbi di approssimazione per aprire le gambe al rapporto che si deve fare. Lei sapeva di essersi ammalata e accettava che ci si può ammalare e ammalata chiedeva e scriveva che era ammalata e chiedeva aiuto, forse, agli uomini potenti nell’ospedale avendo un’idea che erano più o meno umani. Almost blue, uomini di certe gradazioni di colore. Alda Merini, sappiamo, ascoltando l’intervista di regime, deve essere stata da quasi subito una che sapeva che si può morire di crepacuore, che aveva deciso che se si doveva morire doveva essere solo per il cuore. Sapeva che è la cosa più naturale per la natura umana morire di crepacuore, perché se si tratta di morire non si ragiona di cosa sia ragionevole morire. E vale anche per vivere.

Ci si ammala ma si guarisce anche. Però per accettare questa ovvietà, l’ovvietà che anche la malattia è variabile e può crollare e noi guariamo, bisogna non temere che di fatto è di crepacuore e solo di crepacuore che si muore anche quando non sembra che sia così, che sia una semplice malattia. ‘Adesso’ -nell’intervista dico- ‘adesso’ che non era più malata, aveva la sciagura e la miseria di quell’intervista di regime, di quell’intervista della cultura di regime, malignamente felice che il genio possa essere collegato ad un certo degrado, un certo grado di estetizzante sporcizia, quel regime neorealistico che ha fatto nel cinema quello che ha fatto il nostro rinascimento: ha impedito di ridere e di cercare di più, in ossequio. Quel regime che ha fatto in politica quello che non gli era parso fosse sufficiente fare nel cinema, e ha tentato e si sforza di renderci tutti depressi furbi. Ci regala un’anima che si perde in poesie e intanto invisibile e silenziosa la biologia si ammala nell’infelicità che è una malattia delle funzioni cerebrali anche se non si può oramai più ridurre a grossolani equilibri nella chimica dei mediatori.

Dici “Sono io che vivo quotidianamente con una morale malata, che mi rende stupido e bigotto?” Non credo che sei stupido, però bisogna fare attenzione e denunciare che Alda Merini ha lottato si è ammalata ed è uscita dal manicomio con qualcosa che non aveva prima, che è uscita dalla pazzia ma adesso ha quello che nessuno vorrebbe, neanche in cambio della poesia, quella condizione mentale ed esistenziale che ha qualcosa (almost) per cui è miseria. Si vede che è successo un fatto non spirituale per cui la sua è adesso una posizione di non ripristino e non potremmo essere felici di essere amati da Alda Merini così come lei era ‘adesso’ cioè una che non sa amarsi più. Perché non ti sarà sfuggito che è un peccato di orgoglio amarsi e allora però prima o poi, per non parere orgogliosi, cioè per il terrore dell’invidia per questo amore che abbiamo anche per noi stessi, si deve aprire la porta ad un adulatore per una visita di regime. Si ‘dovrà’ aprire la porta perché non si sarà più in grado di rifiutare.

Un discorso superbo dici? E’ che non voglio rassegnarmi a tollerare certi spettacoli dove un adulatore vede la meraviglia in una parete sporca e disordinata coi numeri e gli appunti messi in fila ‘in un certo modo’ (almost) e non ha il cuore per patire -in silenzio e in tristezza muta- Alda Merini. Ci sono quelli che cascasse il mondo non moriranno mai di crepacuore perché non ne avranno il cuore, però adesso ridono e fanno morire noi di crepacuore. Perché non è vero che è meravigliosa la malattia. Non è poetica quel resto di sé che è chi ha traversato la sottrazione di sé nella durata di una grave malattia del pensiero. Invece penso che si debba cercare di riuscire. Che riuscirci vuol dire, avrebbe voluto dire, avere alle spalle di una poetessa che era ammalata e poi magari era anche guarita, una parete pulita. Ti scrivo, Simone, approfittando delle tue domande per disegnare e continuare sempre a cercare di disegnare, ogni giorno che dio mette in terra, cascasse il mondo, la linea che separa la povertà dalla miseria quando non è del ‘censo’ che si parla.

Ma tu chiedi e sai benissimo che non potrò che risponderti di nuovo di avere pazienza di studiare senza false illusioni l’annullamento, nella cultura, della plausibilità e realtà di una certa scoperta. Studiare per chiarire progressivamente il problema della cultura che continua a dire di anima e corpo e così tutti romanticamente si instupidiscono nel populismo filosofico: e l’anima si strugge mentre la biologia si ammala. Quale sarebbe la linea che potrebbe aiutarci a distinguere:1- la sanità dello sforzo muscolare necessario a mettere in ordine la coperta di Alda Merini e ridipingere la parete alle sue spalle… 2- dalla malattia, cioè dallo smarrimento della ’dignità’ di tacere di fronte al degrado di un troppo che non ha più il ‘quasi’ del dubbio ma ha solo la certezza della perdita che poi è accaduta? Cosa deve cercare un medico, nella biologia che fluttua e danza in stati energetici differenti e dice amore e odio secondo la propria condizione, per capire lo spreco energetico nel metabolismo cerebrale di un adulatore irrimediabilmente in ritardo che definisce ‘meraviglioso’ lo scialo -su una parete- di una intelligenza che fuori del manicomio è rimasta labile e fuggitiva. Fuggitiva che fa venire a mente una adolescente che non c’è più.

Alda Merini è per me uno spigolo del suo profilo decisamente già accusatore, così forte come resta nelle linee del viso che è l’ultima edizione del Manifesto degli Sprezzanti Ingenui. Allora però questo è quello che io penso e allora forse Alda Merini è un test proiettivo per mettere tutto me stesso nel film di un simbolo che sta sdraiato su un letto accosto ad una parete che, cascasse il mondo, è il muro di una fucilazione dopo che sono stati portati via gli uomini e le donne uccisi dal regime. Quella parete è la storia accatastata in mucchi di numeri e nomi. Il sacrario e come tale una discarica dei lutti  disegnato a costo di una miseria che è miseria perché così definisco la perdita di una linea di separazione di tutto quello che e più in là della povertà. Alda Merini è chi può non mentire sullo squallore di una norma. E’ una donna invecchiata male. Si ha davanti una vecchiaia che è ‘quasi-vecchiaia’ perché in quella donna c’è altro o forse non c’è altro che la vecchiaia come tutti la temiamo. La lotta finita troppo presto.

Quel muro è il negativo di quel che avrebbe potuto essere- Visto troppo spesso nella vita di tutti i giorni è il tiro mancino che potrebbe sempre fare ad ognuno di noi una cultura invidiosa. La parete delle marionette, dopo la fine dello spettacolo. La parete della caverna di Platone, quello che resta di quella cosiddetta saggezza, di quella cosiddetta sapienza che è soltanto nuda ottusità reazionaria. Platone era un dittatore feroce. Non ebbe alcun dubbio. “Almost mai più”, dovette pensare di fronte ad un soprassalto sentimentale imprevisto, un crepacuore possibile. Ecco, sul muro dietro ad Alda Merini c’è l’ombra riflessa del mondo delle idee. E non è gran che, non ti pare? Ecco perché è meraviglioso quel muro per il leccapiedi che intervista la povera donna coprendola di moderno nichilismo camuffato da intervista certamente riparatoria.

Io non so perché il compagno della poetessa sia morto di crepacuore, come lei stessa dice di quella morte, ma temo che quell’uomo a modo suo debba aver notato da qualche parte attorno alla sua donna la crudeltà dittatoriale della cultura che ha sempre ucciso le donne non appena le donne si era potuto amarle.

Almost: tutto quello che non è definito nell’avverbio di modo è ciò che esso designa, è l’oggetto della ricerca medica sulla fisiologia dei modi del pensiero. La ricerca medica sui modi del pensiero è ricerca di una cosa e insieme della resistenza necessaria a trovarla. Avremmo desiderato che Alda Merini fosse Alda Merini. Riconoscerla com’era e come non si è conosciuta mai, perché credo che solo l’uomo che è morto di crepacuore l’ha conosciuta avendola amata perché amare una donna è immediatamente riconoscerla e  poi non c’è altro.

La cultura di regime vuole che Alda Merini sia tutta insieme quella che era e quella che resta. Per questo si fanno quelle interviste. Lei, che aveva saputo di essersi ammalata poi forse, come sembra dalla intervista, ‘adesso’ non sapeva più di essere il proprio resto e per questo non era più malata però non era mai guarita. Hanno voluto immortalare una che era ‘adesso’ quasi se stessa. Come molti si sentono, si sentono quasi se stessi. Non sanno che si deve studiare per uscire dalla trappola della cultura sapienziale. Platone aveva torto, la natura umana non è scissa in anima e corpo. Ora abbiamo la biologia che dice che la fisica ha la poesia di generare le parole grandi e gli avverbi. Ora comunque, nelle mille difficoltà e contraddizioni della ricerca fisica e medica, è come se il pensiero, dopo decine di migliaia di anni, fosse appena un poco cambiato o fosse sul punto di cambiare come se si inerpicasse su uno scalino evolutivo reale. Il regime continua a pretendere l’anima in cambio della miseria che costa l’ignoranza: viene a bussare per un intervista di regime. A esprimere l’entusiasmo di fronte allo squallore.

Alda Merini come l’abbiamo vista non è pazza. E’ uscita dal manicomio. Ma non è guarita. E forse questa è la difficoltà della ricerca: che non serve più lottare contro il manicomio. Ora si dovrebbe ripristinare la medicina che deve scoprire nella biologia le sottigliezze avverbiali delle variazioni del proprio stato fisico che diventano star bene e star male. Ricomincio a studiare le sottili differenze. Come i progenitori che tracciavano linee sulle pareti della grotta. Che motivo c’era? E’ che essi sapevano già gli avverbi. Almost, persino! Quasi in amore tutti e già in prossimità dei linguaggi verbali e della scrittura che sarebbero di lì a poco arrivati, furono subito esseri umani come noi ora.

Guardo ancora il filmato. Nella casa vuota le tracce del bivacco durante l’egida della dittatura filosofica platonica. Del pernottamento, nel manicomio dell’idealismo, resta la sfumatura delle allusioni di un avverbio. Possiamo affermare che la poesia non possa essere mai poesia dalla miseria. Magari diranno che non è vero, che può accadere che lo sia. Io continuo a essere certo che quello è un pensiero sbagliato, un’idea bislacca, che dice una cosa che non funziona. Guarda l’intervista: la miseria non è poetica. Non resta altro da dire, per adesso, che la poesia di Alda Merini illumina anche la sua miseria finale. Che è diventata come è diventata, ma forse della poesia ha perduto la grazia e la leggerezza fuggitiva. E poi: la poesia vale la pazzia?

Beh, ciao! Statti benissimo. Ti abbraccio, con affetto.

Claudio

ps. per te una poesia…..

>almost: “quasi”.  sinonimi:  “all but, just about, most, near, nearly, nigh, virtually, well-nigh”. definizione in inglese: “(of actions or states) slightly short of or not quite accomplished; all but”.<


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