cremagliere

12 Maggio 2012 Lascia il tuo commento

 

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Cambiare la propria vita ad ogni cambio di treno. L’indagine che si svolge lentissima nella burocrazia del sospetto. L’economia del tempo in costante spreco. La comprensione una corsa sotterranea con inquadrature dall’alto, che vedi solo il naso del treno, la coda del dinosauro e la polvere dorata dei tuoi capelli mentre corri e mi manchi. Il sogno è un elmetto da metalmeccanico, altre volte un casco coloniale, un casco di soldati di fanteria degli eserciti imperialisti. Prendo il pensiero con le mani nell’oasi e sfoglio nell’archivio delle palme i percorsi dei convogli perduti.

Avrei voluto farti vedere i telefoni di un tempo, con il disco al centro, il disco con i fori per le dita. Le tue dita avrebbero sguazzato là dentro, le tue dita sottili. Sarebbero state dita felici di volare nei fori rotondi nella circonferenza esterna del dischetto di amalgama di una scadente plastica industriale. Saremmo cresciuti insieme nell’aria dopo le decisioni, nei volti mossi dalle scintille, nei pensieri sugli scambi automatici, sulle banchine Nord e Sud e nei tratti intermedi della linea della metropolitana di Buenos Aires. Le dita sottili, l’indice e il medio che sono i più adatti alla composizione dei numeri semicircolari, si possono ancora vedere nell’aria delle piccole circonferenze come corpi perfetti del desiderio nei tunnel dei moderni apparati delle risonanze magnetiche alla ricerca dell’immagine biologica, della mappa della distribuzione dell’ossigeno marcato, corrispondenti al volo nell’aria dell’attività non cosciente che presiede alla decisione di chiamare il proprio amore al telefono.

Pare che oggi sottraggano i ragazzini alle scoperte, si dice che le madri indifferenti e normali lo facciano ancora, che non abbiano mai smesso, che continuamente li distraggano dall’intelligenza, come sempre. Per questo ho conservato parole antiche come anelli dove infilare le tue dita sottili. Dita chiare diafane negli anelli trasparenti di un dischetto di plastica di poco prezzo. Ma sono fedi nuziali, dieci anelli matrimoniali numerati, promesse da uno a zero e avresti saputo. Io ho imparato a dire questa poesia: “Ti amo e voglio essere il croccante per il tuo appetito di felino domestico“. So guardare la storia da un altro punto di vista e ce ne trovo sempre un’altra invisibile. Ho un nastro ad anello. Sono due facce. Lo taglio, inverto i margini del taglio e ricucio il nastro così cambiato. Il taglio che ho fatto per procedere con la mia magia è talmente drammatico che quello che succede è assolutamente singolare. Una falsificazione irreversibile, una bugia eterna che però, stranamente per un atto illecito, è migliore di qualsiasi verità precedente. Poi niente è stato più lo stesso.

La storia invisibile è rimasta imprigionata dentro di noi come una probabilità e non possiamo far altro che narrare alla cieca, cioè alla bell’e meglio. Narrare che non c’eravamo quel giorno, sul mare. Che si amava senza vedere. Che potevamo comunque essere certi del mare degli schizzi e del sole anche se restavamo a studiare. Avresti potuto anche volere essere qui sulla macchina della metropolitana di Buenos Aires dopo che un anello circolare esterno aveva creato un tale livello di complessità da rendere  infinito quanto prima era finito. Nella macchina della risonanza magnetica si vedranno due corpi, due tipi di ossa di trasparenza media, ossa leggere, in forma di inquietanti sovrapposizioni di materia segnalate dalla elettronica dell’apparato radiologico che misura la disposizione delle particelle nelle loro minuscole abitazioni probabilistiche, nei loro condominii matematici: e ce ne racconta gli esiti in forma di figura.

Abbiamo comunque a disposizione i dieci anelli matrimoniali dato che resti a comporre numeri circolari sul dischetto di plastica. Hai dita maritate verso il cielo. Dita sposate al gioco dei numeri sui vecchi telefoni. Dita che hanno giurato fedeltà alla materia dell’intelligenza meccanica non astratta, fatta di nuvole. Via via che diventavo confidente con questa storia che si era sovrapposta all’altra storia che seguivo sullo schermo tu giocavi con certi cubi per migliorare la percezione, giocavi con i solidi platonici, i poliedri regolari: il tetraedro, l’esaedro, l’ottaedro, il dodecaedro e l’icosaedro. Lì si ferma la perfezione. Il finito. Noi abbiamo dieci anelli per altrettanti legami. Tu avevi il vestito blu della disobbedienza. Eri come lei che stamani per vincere la tristezza ballava di fronte al televisore. Si ballano le parole restate imprigionate dentro di noi come la storia che si è determinata quando si è tagliato l’anello e lo si è ricomposto invertendo il senso del taglio. Quando qualcosa viene reciso e poi ricomposto in modo differente. E’ alla base della guarigione e del dolore. E’ chirurgia.

Galilei: chi naviga non sa altro che il destino dentro la propria nave. Non ricordo più l’ultima volta che ti ho vista. Non ricordo le circostanze in cui è successo. Non la causa, quella la so. L’ultimo attimo che c’eri. Hai continuato a vivere dentro di me. Un convoglio invisibile dentro il sistema. E devo aver capito allora la potenzialità di tutto questo gran dolore e di tutta quella grande complessità. Di felicità non parlo. Non voglio vantarmi. E’ per questo tuttavia che nella macchina della risonanza magnetica si vedranno due corpi, due tipi di ossa di trasparenza media, ossa leggere, in forma di inquietanti sovrapposizioni di materia. Ora sei la cremagliera delle Montagne Russe e l’adorazione per la fisarmonica che mi fa sempre sentire sicuro della mia sostanziale bontà, della mia sostanziale semplicità e che non riuscirò mai, per questo, ad andare oltre un certo limite di cinismo. Sognare sono compleanni, pensavo vedendoti scivolare e precipitare senza pericolo.

Esisti nello spazio tra le tue dita e il margine interno degli anelli stampati nella plastica del disco telefonico. Ti ricreo per chiamare a gran voce. Mi sono creato te nel punto in cui il rivolgimento di cento ottanta gradi della superficie di taglio del nastro di carta ha creato una peculiarità. Tu componi il mio numero a partire da tanti anni fa, continui a chiamare mentre gli altri ascoltano seduti il suono di una corda di pensiero teso che attraversa le epoche che in realtà sono stati fisici differenti della materia cerebrale degli strati diversi dell’encefalo senza luce anche quando dovesse recitare con enfasi la parola luce.

Ad un certo punto nel film, verso la fine del film, un vecchio professore appartato e disilluso afferma: “Non potranno mai svegliarsi prima di accorgersi di essersi addormentati”. Io penso che solo il pensiero si muove alla velocità del pensiero. Noi siamo una cosa diversa. Non possiamo che dire noi ma allora registreremo disegni lievi e inquietanti che vengono fuori come figure da sofisticati apparati radiologici a raffigurare certi corpi abbracciati, intrecciati. Sempre. Ogni volta il pensiero si è mosso alla velocità del pensiero e ogni volta il mondo si è fermato appena. Io sono soltanto l’attività dell’esempio. Ricordare tutto? Non saprei. Osservo la scena di una ragazzina sulle montagne russe. Prima è una cremagliera e poi è l’infinito imperfetto grido della vita e della discesa torrenziale nell’aria.

 

 

 


Magritte, ancora, che aiuta nella decifrazione di un pensiero scatenato da una pellicola commovente
coscienza

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