coscienze innamorate

16 Luglio 2020 Lascia il tuo commento

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potessi farmi natura

(fuori catalogo)


Potessi farmi natura per curarti le malattie diventerei globuli rossi e le proteine di cui manchi e ricomporrei ossa e darei nuova forma all’anatomia dei tuoi polmoni e alle bellezze dei tuoi seni e troverei le cellule velenose nel tuo ventre e vivrei di caccia giorno e notte nel buio della materia che fa del tuo corpo la mia unica casa.

 

L’ultima fortezza sul mare.

 

Se potessi farmi natura animale sarei i gabbiani che fanno la spola tra questo avamposto che tu rappresenti, ornato di fuochi accoglienti e nuvole profumate di cibi, e le navi fiorite di vele che sbocciano oltre l’orizzonte.

 

Come i gabbiani griderei ai marinai stremati dalla traversata ‘siete vicini..’ e ascolterei il giubilo dei vincitori e l’ultimo fiato di chi ormai muore sul ciglio del burrone pieno di gioia di chi già sta vincendo la vita: per questa volta, per questo viaggio.

 

 

Ma io sono solo natura umana chiusa dentro i corpi opachi che non volano e non vanno sul fondo. Io sono solo testa dura e capelli cioè sono solo sogno di un Dio avaro che ha lasciato per ultimi gli scarti della sua creazione con la spocchia di chi crede di poter fare bene tutto a dispetto della propria faciloneria. E si sbaglia.

 

 

Io so di essere solo un tutto non compiuto. Il suo tutto lasciato a mezzo. Sono un tutto che ri-guarda alla propria costitutiva inadempienza ogni volta che si innamora per davvero e misura l’insufficienza di specie ad esaudire l’amore nella forma che ad un amore sarebbe indispensabile. 

 

Questo incompleto tutto che sono si arresta su quello che non posso fare perché non mi appartiene. Salvare la tua vita. Assicurarti una difesa sempre. E tutto ciò che mi è stato precluso lo scrivo.

 

E tu amerai questo mucchio di mattoni inutilizzati. Tu forse ti commuoverai per la sorte che ci tiene stretti nel mio letto come hai sognato.

 

Questo incompleto tutto che sono si arresta su quello che non posso fare perché non mi appartiene. Salvarti dal dubbio di non essermi cara quanto lo sei. Salvarti dalla pena del sospetto che io senta meno di quanto si debba sentire il tuo amore.

 

Non ci sono parole. A causa della divina presunzione che ha lasciato ultimi quelli che erano il più della performance creativa: la donna e l’uomo.

 

Così noi parliamo solo per dire che non ci sono parole. Meglio: per mostrare che ci saranno sempre soltanto parole. Definizioni di parzialità d’una natura che è capelli e testa dura, che non è ali e branchie. Che non si fa cellula e fibra. Che rimane intera a guardare un mondo su cui non ha potere.

 

Solo l’inchiostro sul foglio resta: è tutto ciò che dio ci ha lasciato dopo averci privato di tutto.

 

Non possiamo essere sangue e cellule. Non possiamo essere ali d’aquila. Non possiamo essere branchie di pesce. Non possiamo essere trasparenza elettrica. Non possiamo essere l’opacità preziosa di muscoli ossa e materiali da costruzione.

 

Solo aspirazioni possiamo essere. Solo interpretazione di sogni dove ci perdiamo.

 

Io posso soltanto regalarti il dolore che provo quando ascolto la narrazione del tuo dolore quando nel sogno ti proibiscono me.

 

Un dolore da sveglio che è uguale al dolore del tuo sogno.

 

Le parole riassumono così. Noi siamo coscienze innamorate. Misurata ciascuna secondo il segno di tutto ciò che manca.

 

Interpreto: voglio le ali e le branchie per pienare le profondità marine e le altezze stratosferiche col frastuono del tuo nome.


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certe parole come giuramenti infantili
sassi volanti

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