Corvè

6 Maggio 2017 Lascia il tuo commento

 

“Quadri d’Ombra”

Ha aperto le braccia, ha riversato il viso al cielo, ha chiuso gli occhi e ha aspettato l’abbraccio alla conclusione della corsa di lui che velocemente veniva traversando deserti.

Le braccia alzate sono tutte le occasioni di rapporto quando aveva lasciato aperto il discorso. Aperto su una frase ulteriore che aveva sperato – illudendosi – sarebbe stata segno di  coraggio di procedere senza porre l’accento sulla fine.

Disegnare figure fu il lusso di proporre il corpo per accontentare le voglie di agio e di scontro implicite nel desiderio e nel lavoro.

Ero più giovane di venti anni e disegnavo il calore smaltato della biologia tra desiderio sessuale e artifici del linguaggio: linguaggio verbale cosciente e biologia del desiderio furono le braccia alzate. Lei ero io che andavo a prendermi lo spicchio di cielo cui aspiravo.

Di allora restano sulla retina le figure delle due stampe oramai ben fissate su pareti affacciate a destra e sinistra della poltrona dalla quale esercito il mio lavoro.

Da Est a Ovest, o da Nord a Sud: il disegno è il mondo intero a partire da un punto del tempo.

Mondo a matita su un foglio bianco. Mondo su un foglio sulle mie ginocchia. Mondo/disegno: esigenza di esprimere non si sa che.

La figura contiene un’idea inconscia relativa al mio lavoro di medico attraverso la massa del tempo collettivo.

Ha qualcosa del contesto socioculturale degli ultimi decenni.

Sognavo ad occhi aperti l’ombra della sera. Cominciai l’esecuzione, il più possibile esatta, attraverso l’azione muscolare della mano che limpida, quasi trasparente, disegnava ombre e luci.

Un pensiero agiva sulla figura facendole aprire le braccia, animandola, piegando il suo viso verso l’alto. Era un’idea inconsapevole e invisibile. Evidente la forza che muoveva la mano secondo intenzioni su per giù artistiche.

Si poteva, peraltro, guardando la postura evocativa della donna, presupporre un’ansia d’amori futuri, e ‘vedere’, nella grafica, la disposizione ad un abbraccio alla confluenza di due vicende: quella dell’ombra femminile piena di voglie, e l’altra, fuori dalla superficie del disegno, di uno che lei vede arrivare con passi infuocati.

La mano, cieca come la coscienza, realizzava certe variazioni di un’attesa appassionata con il grasso scuro della grafite sulla pasta ipercalorica della cellulosa d’alberi sudamericani sbiancati in grandi vasche chimiche e compressi in sfoglie di carta poi sezionate in formato A4.

Venti anni sono passati. Oggi le braccia aperte della figura rivelano altro dietro l’intenzione espressiva delle attese del desiderio.

È evidente che il disegno è la rappresentazione di una resa. Le braccia alzate dicono “non si potrà tenersi niente”.

Braccia spalancate e occhi al cielo i due quadri sono termometro e barometro dei tempi: due ragazzi di vent’anni non sprecati, sull’orizzonte di questo pavimento ancora rosso.

Le figure speculari di donne volte al cielo (soprani dell’Opera) sono la resa alla scoperta medica che sostiene la Teoria della Nascita(*).

Ero di fronte ad una rivoluzione che era già avvenuta.

Non potevo farla io. Potevo farla mia.

Ipotesi di una vita di servizio. Anni che dovevano passare di modestia, senza gloria. Una prospettiva di vita, senza potersi nascondere la realtà della verità, fa paura.

Con le mani, sul foglio appoggiato sulle ginocchia, disegnavo una resa che poteva sembrare una cosa trionfante.

Qualcuno, stampatane una copia, la collocò sulle pareti di casa e rispondo per il significato distorto che ognuno di loro può essere stato indotto a attribuire alla figura.

Sono passati gli anni di corvè sui campi del re. Ho fatto il lavoro di ascolto e interpretazione. Il soffio della voce ha alimentata la fiamma nel camino.

Il linguaggio della fantasia ha portato il fuoco dal bosco al focolare. Con la pratica della poesia ho procurato i soldi per la vita fisica dei figli.

Nella clessidra incandescente di ogni giorno la sabbia di scintille sale al cielo. Ogni tronco si trasforma in cenere e calore secondo una rigorosa proporzione di tempo. Il tempo si rivela della stessa natura fisica del pensiero. È un oggetto come una fiamma che, nel suo starsene in uno spazio, si muove caoticamente e lo estingue. È  un’intelligenza. Un moto di raffronto. Un intreccio di scambi incessanti tra cose di diversa temperatura che tiene insieme l’universo.

La natura del pensiero è biologia del tempo.

Non è un substrato NEUTRALE su cui si dispiega la vita mentale. Ne fa parte!

Il senso del tempo, differente per ciascuno, specifica il modo di trascorrere la vita intera.

Ansie comprese.

Alzando gli occhi dal foglio di adesso vedo, ai lati estremi del campo visivo, le due figure che da venti anni tengono teso il filo degli ultimi quaranta anni.

Ho ascoltato: e dopo parlavo sempre per annullare il nulla che le parole ascoltate volevano fare. Guardavo, attraverso l’ovale della cifra zero, il mondo delle cose che non hanno mai dimensione nulla.

Se chino gli occhi sulla pagina, per correggere eventuali refusi, mi sembra di aver finalmente capito il necessario. Che non resterò più senza risposte. Che potrò sempre soffiare leggero e forte sul fuoco del camino.

Finita la corvè potrò parlare davvero. Dire la mia.

Ma di nuovo la resa. La scoperta diceva l’umanità indispensabile. Che la guarigione dal disumano dell’indifferenza, dell’odio e della rabbia consiste nella capacità di portare la scoperta della nascita (*) – che è un dato scientifico – all’uso quotidiano di pratiche amorose.

(*)1972: “Istinto Di Morte E Conoscenza” – Massimo Fagioli – L’Asino d’Oro Edizioni. (ultima edizione Maggio 2017)

 


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Invidia segno di parziale umanità

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