un’adolescenza da premio nobel

12 Settembre 2011 Lascia il tuo commento

un’adolescenza da premio nobel

Etnico si chiama il folclore cui voglio appartenere. Un sapore universale o meglio un sapore tra il the e l’aroma delle aquile del deserto. Svanire nascosti nelle piume delicate del collo dei predatori nelle volute polverose del secondo anello cosmico e nei gruppi vaganti di esploratori e nel grafico dei fasci di vibrazioni armoniche delle corde di violino e nel chiarore lucido dei tendini di capra e nel rosso porpora delle zampe taglienti dell’ aragosta.

Si torna dal circo portando la memoria della foresta e le grida degli scontri con gli animalisti isterici che tirarono le uova marce a noi grandi del tutto innocenti e peggio ai ragazzini stupefatti di meraviglia di fronte alla gabbia dello scimpanzé. Non si sa più chi difendere e le persone si approfittano dei loro elevatissimi principi e per quelli uccidono certe volte o comunque proibiscono costringono e si inorgogliscono.

Per questo, penso, certe volte la ragazzina è confusa: anche se l’odore indimenticabile degli animali selvaggi è rimasto sempre e già si sa che potrà venirne fuori una passione da domatrice. Magari scoprirà presto antivirali efficaci. Un adolescenza da premio nobel ci vuole per mandare via gli invidiosi travestiti da elettori diligenti di questo e di quello. Grancasse e schianti di piatti di rame di differenti misure, quello ci vuole.

Percuotere la sensibilità. Percuotere attraverso l’acustica verbale annidata nelle parole scritte sul foglio. L’acustica di un certo tipo di legami tra le parole: uguali al modo con cui si resta vicini quando ne vale la pena per le cose belle, ricco è per ognuno l’elenco di stupori. Grancasse e schianti di piatti di bronzo di differenti misure: il diametro cambia il suono e anche forse la temperatura di fusione del metallo e lo spessore e certo infine la tensione della pelle dei tamburi.

Per ultima, solo per ultima, la forza interviene ma non sul timbro. La fisica dello strumento è inequivocabilmente presente nello schianto e nel tuono. Lo schianto dei piatti e il tuono della grancassa. Buffoni hanno la tracotanza della scimmietta vestita da clown che sbatte i sonagli e scuote la testa sul cucuzzolo della montagna della testa del pachiderma: alla testa di una folla di artisti cenciosi e incoscienti.

Le grandi orecchie dell’elefante assicurano una decente ventilazione alla testa del corteo dei poveracci. Bisogna incendiare i cenci della lebbra e della peste. Accendo una torcia, il folclore multietnico dei principi, che riavvicina la scrittura ad un senso di immotivate allegrie e alle guarigioni per la strada che precipitano i senza dio negli ingressi trionfanti dei palazzi dei maharaja. Folclore della chiarezza di pensiero nell’ombra di un palazzo.

Per pronunciare trasformazione abbiamo tenuto la traccia di quarantasei anni fa e le tracce di odore di spezie che aleggiavano in fili di umidità intorno alla reggia. Ho tenuto presente la categoria dell’invidia che aveva preso forma di differenti disposizioni delle siepi del giardino e costituiva -allora- una difesa. Oggi si coglie in ogni caso il cuore della cosa.

Oggi si parla ancora. Ascoltando -in più- le musiche bellissime che abbiamo sempre amato. Proprio come un tempo pareva possibile pensare solo grazie alla lettura delle parole sul testo elegante di un geniale scienziato. Oggi torno serpente con la testa eretta a percuotere il tamburo abbandonato. La ribellione dei cenciosi non era riuscita. Scimmie ed elefanti si erano dispersi.

Raggruppavo poche truppe per adesso.


la migrazione delle api
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