conseguenze della disparità di genere

26 Settembre 2021 2 Commenti

La donna intransigente “…aspetto un figlio.”

 

L’uomo esitante non seppe subito cosa dire.

 

Tutto quanto c’era diluviò.

 

L’intransigenza della donna, da quel momento, masticò amaro, e lei non riuscì che ad inscenare una voce di cuoio che descriveva severa un baluardo incrinato dal quale l’acqua, avvelenata dal tradimento d’un esiziale ritardo, si versava giù a inaridire il futuro con la propria costituzionale penuria.

 

L’esitazione dell’uomo fu anch’essa da allora sversata in avanti su ogni buona fortuna prima ancora che qualsiasi buona fortuna si fosse annunciata, e  divenne causa di una malattia che rigò i vetri e i muri di tutte le  case che ogni volta ricostruirono, perché avevano perso la loro limpidezza, che risultava pura assenza di una cosa che manca da sempre come non ci fosse mai stata, nella vita investita dalla tragica malia delle colpe senza autore.

 

Il figlio, dal canto suo, appena fu in grado di riunire gli occhi di neonato alle carezze del primo amore disse “…che bel guaio essere solo un uomo di fronte a ragazze maestose, ora che sento che un uomo non è all’altezza, e sa d’essere in pericolo coi suoi modi esaltati da compatire, nel grande buio di una tempesta di sfiducia, operaio nel pozzo petrolifero degli occhi di una femmina, povero nel fiume d’oro nero che gli scorre via sul dorso e dalle mani….”

 

Edipo uccide Laio che è già morto sotto l’amore senza speranza di Giocasta che non si fida per via che una donna sempre aspetta il figlio che ha di già in se e l’uomo invece deve realizzarlo, quel figlio, e, se anche non si vede, lui esita finché il bambino non diventa, in pancia a quel suo cervello maschile, realtà di pensiero.

 

Così il figlio che lei sente battare vivo ha, nella mente laboriosa del padre, un fratello che tarda e un sorriso che manca e un sapere che non sempre sa nascere.

 

Edipo, maschio, è una vittima anticipata di suo padre, vittima, a sua volta, d’ogni giustificato sospetto muliebre che adombra la mente dell’uomo a causa della preponderante affinità con il tempo che ogni donna possiede e propaga. Perché il padre non può essere evitato: non lo si uccide tanto quanto non ci si senta morire nel vederlo già perso. 

 

Laio è infatti al vertice dei sospetti di Giocasta che vede evidente l’offesa inferta dalla natura maschile alla sapienza di un ventre da sempre fecondo.

 

E così lo guarda ammutolita. Lui ha l’incarnato anemico degli atleti che sul podio perdono tempo col vizio di un ritardatario filosofeggiare.

 

“Pensiero postumo…” ironizza lei, che non sbandiera mai niente, sedendo di qua dai vetri sul viale dei tigli caramellato dal sole.

 

Il figlio, per parte sua “…. mi manca un si decisivo….” disse arrivando da me. Alle spalle del padre lo vedevo procedere e sapevo per esperienza passata che la visione di un’altro di spalle parla di un rifiuto o di un abbandono o di un commiato cioè di eventi che ci atterriscono o ci confondono o comunque ci addolorano perché denunciano indiscutibilmente che un rapporto finisce ma non s’è ‘compiuto’.


Può essere, ma è un dato incerto, che in quel frangente cominci una ‘cura’.

 

Oggi rifletto che Laio non ha volto. Opposto a Narciso che ha solo il proprio bel viso da guardare e guardare e guardare incantato: riflesso e irreale.

 

Penso: è possibile che esista un legame prezioso, quanto fragile e delicato, tra l’eterno inutile inesausto fissare cieco di Narciso e l’opposto definitivo risolversi di Edipo che, pesante di voglie e esperienze, si acceca ma solo illusoriamente perché non spenge la propria dannosa eccitazione?

 

Sarà solo la figlia sorella a portarlo alla fine nel bosco.

 

Mi chiedo: sarà mai plausibile una versione apocrifa dell’Edipo che accetta un differente sviluppo?


Può essere che lo si faccia, di accecarsi, (perché comunque lo si fa…) non esclusivamente per punire la nostra stessa cecità, ma per uscire dal teatro di sguardi inferociti d’ambuguità che da tempo mette in scena la peste dell’insignificanza, la falsa presenza di Laio cadavere del disprezzo di lei?

 

Si potrà porre una pietosa alternativa ad Edipo, (scampato alla morte solo per prendere atto dell’inconoscibile che corrisponderebbe ad avere coscienza di un padre già morto), partendo dal dato che è irriducibile la differenza tra i generi e che serve un fervore a compiere la scalata tra adulti e bambini? 

 

Edipo sa che per essere libero e felice bisogna essere fratelli del(l’altro) figlio del padre?

 

Sa che il ritardatario, nato nella mente del padre, figlio afflitto dalle conseguenze delle esitazioni, delle imperfezioni e di altre irriducibili differenze della mente maschile rispetto alla mente dell’altra, è lui stesso tutte le volte che sospetta d’essere ‘scemo’ ‘tardo’ e ‘indesiderato’, quasi uguale al fratello, se è di fronte a un qualsiasi fulgore? 

 

Penso se per caso non esista un unico caso clinico, una mitologia differente, che consenta alla potenza femminile di concepire un perdono degli inevitabili ritardi del mio genere nel rassegnarsi ad amare tutto quanto in loro già c’era.


Perché noi, le non/donne, siamo imperdonabili quando diciamo d’aver ‘creato’ ogni ritrovamento e lo facciamo per difenderci dal sapere che tutto quanto sarebbe nostro… c’era già. Aspettano figli le donne. Noi al massimo li troviamo. Amarli e un’altra faccenda. 

 

“Già c’era l’amore che c’è. Lo sapeva?” … mi venne da dire al ragazzo.

 

Poi “… che c’entra?”…  mi chiesi.


Però aggiunsi: “Il si definitivo che aspetta è il figlio che un uomo o una donna possono ammettere di aspettare che è dunque già vivo. Potrà essere Lei se si sa immaginare un essere amato proprio qui già da ora. Si guardi davanti ai suoi stessi occhi preveggenti che parevano sapere di noi due. Si immagini pensare una cura possibile. Quello che è ora sono i miei occhi abbassati. È lei che mi vede.  Io sono Edipo che non si è più accecato perché ho rinunciato a voler vedere. Tanto le cose vanno così: che vedere si sa. Non si deve

 

Ormai adesso è la vita in tre strofe.


“Donna/

Uomo/

Bambino/

 

(L’inizio di qualsiasi ‘lavoro’ è portare a termine un sé senza fine.)

 


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la nascita di Dio
il garbo elusivo e patetico dei numeri immaginari

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