ciò, di cui non si può parlare.

24 Febbraio 2011 Lascia il tuo commento

giovedì, 24 febbraio 2011

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ciò, di cui non si può parlare.

Ciò, di cui non si può parlare. Un muso allegro. Una zucca non tutta vuota. Quel poco che. Oppure. Fuori dalle vetrate colorate l’adorazione di Matisse per la propria poltrona. Virile potenza della sua vecchiaia mai sola. Apprezzo sempre più il riservato edonismo, l’intransigente silenzio, le fruscianti ballerine delle ragazze che volano sul selciato.

Rosso Matisse oh beh! Sei l’ombra danzante di te. Il tuo avatar un punto tra mondo e equilibrio. Ti dico, che gli amori tanto appassionati – così tanto che li definimmo ‘impossibili’ – invece accaddero, e sono gli unici a non aver perduto il loro nome. Ora è tardi io brindo con il caffè dolceamaro, al coro muto delle quattro, agli io addormentati che da un po’ – sullo schermo – non aggiungono parola.

Alzatomi, la mia è una passione non sveglia – ancora – e la barista stilla tenerezza sui miei occhiali inutilmente scuri. Così, poi, imparo ad amare anche le bariste grondanti chiarezza, nuvole di schiuma, e aurore, a mattino avanzato. Sorseggio la tempestività del caffè, fatto espressamente – quell’io intimo e segreto che la nostra voce conosce meglio di noi.

‘Tu, solamente tu, non ritorni più…’ al giradischi antico. I piedi che si muovono sul pavimento di mattoni. Abbracciato ad una torrida temporalità, a fine mattina. Hanno pubblicato un librone d’arte, che mette insieme due cose strepitose, come fosse arte anche l’accostamento. Matisse-Jazz. Non si può resistere. Ciò, di cui non si può parlare. Ecco il senso della frase.

Nel librone ci sono tante di quelle cose, che non lo aprirò. Era soltanto che andava comprato. Il dovere di appassionarsi a ciò che lo merita. Una forma di onestà, non una correttezza giuridicamente inappuntabile. In fondo, è a causa della mia sensibilità. Non voglio distrarmi dalle bariste, e neanche – in verità – dalle ballerine, con ballerine ai piedi. Erotismo. Inapparenza.

Si fa, quello che si fa di bello, per chi capisce. Si fa quello che si sa. C’è chi si rende conto, davvero. Matisse seppe rendersi conto che tutto non sarebbe rimasto disatteso. Tutto fu compreso. Lo spazio soprattutto. L’astrattismo delle linee. L’astrattismo non è che la loro purezza. Fotografato mille volte nella sua poltrona che era ‘astratta’ perché, suvvia, come poteva dipingere da là?

Certe pagine del libro, di uno dei due volumi del libro, sono doppie – e da aprire delicatamente. E’ una sofferenza, la semplicità: devastante. Un ignoto ben conosciuto. Ciò. Di cui non si può parlare. C’è. Davvero. Poi sei libero. Ci sono aneddoti di lui. Pensieri e narrazioni ammirate. Ci sono le cose sui sogni delle persone. Quell’aria confidenziale. Uno ne muore, in verità.

“But in the life of every man there is always some Thule lying dormant, some latent dream which one day impels him to go journeying”. C’è una foto, 30×40, a pagina quarantotto. Una barriera, in basso – a un decimo di altezza. Il mare fino ad un terzo. Il resto è nulla – cioè cielo. Uno, di tre gabbiani, resta in basso a sinistra, sulla barriera. Non appoggiato sulla balaustra, però.

Gli altri due stanno nel terzo superiore del niente. E, mentre uno resta – annoiato – nella pagina quarantotto, il terzo, che vola nell’angolo destro in alto, entrerà certamente nella quarantanove. Ne ha tutta l’aria. Non ho abbastanza ricchezze per comprare quest’altro libro. Quello nel quale il gabbiano abbia completato il suo volo. E’ quello che significa restare spettatori. Ciò, di cui non si…


cross dalla trequarti di campo
ipertesto

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