cemento leggero e forte

1 Maggio 2020 Lascia il tuo commento

Qualcuno viene a chiedere notizie. Perché… per come. Sai come funziona. Curiosità. Richieste distratte. Strofe straniere antiche posate delicate alla spalliera della poltrona. Maglioni di lane pregiate. È l’amore. Sai com’è. L’amore. Perché. Per come. Come fare. Come non dimenticare. Come dimenticare. Quali rimedi. Quali malie. Chiedono. Bisogna non stancarsi, direi. Essere testardi. Io mi lascio carezzare dalle loro avance vellutate che poi feriscono per via di frammenti di vetro che ci sono sempre nascosti fin nelle più tenere intenzioni di affetti o annidati in spine di ghiaccio nei più insospettabili angoli di calore. Da sempre è così. Ma lo si sa. Si dovrebbe saperlo, quantomeno.

Un’interpretazione non c’è: è solo una postura interiore che serve. Una proposizione di coraggio. Una disposizione ad ascoltare. La temerarietà di capire. O insomma: l’incosciente arroganza, la credulità di aver capito.

Lei, dopo mille volte di silenzioso procedere, finché mi vedrai ridere insieme a te. Stai pur certo! E io.. che credevo nella serietà appassionata.

Un ponte di mattoni bruni è l’amore e i giorni campate ad arco, tecniche antiche, sedimentate nelle mani dei maestri come poesie epiche. Un Odissea. Costruzioni magistrali. Su progetti primitivi. Però: bisogna piegarsi a comprendere che il cemento deve essere di una pasta leggera leggera. Che neanche si veda. Come le risate di lei che nascondono il complesso meccanismo muscolare del respiro. Si vedrà volare un castello incantato. Salire tra le nuvole l’intera cattedrale toracica le guglie gotiche gli archi estesi a punta come astronavi. È un inno l’amore. Un coro di cantori ardenti che esalano arie di letizia dalla navata dei lobi frontali ispirati dal basso continuo dell’organo delle amigdale.

Niente è meno spirituale dello spirito. Niente è meno amorevole dell’amore. Tutto ciò che c’è di umano è calore sacro dei corpi. La risata celebra che tutto ha funzionato tra le sue braccia. Ride. Ma irride, anche. Sfida e già volteggia su chi volesse sedersi sulla poltrona di cuoio delle sue spoglie.

Proprio nuda è libera. E poi, poi, -solo dopo che torna ridente tutta nuova nel suo vestitino sempre troppo sfuggito e smunto e sempre comunque inadatto a quel corpo dedito ad ogni pratica sensibile di arte e magia- solo dopo, dicevo, in un sospiro che è tempo sospeso al pensiero, ti guarda e paziente dice ma certo, ti amo.

Ci vuole pazienza a guardare crescere se stessi. C’è un profumo di infanzia. Sono lezioni di matematica le sedute d’amore. Si impara a contare lo sterminato numero di organismi vegetali semplici: su un campo di piccole piante. Si nutre il desiderio di muschi e licheni.

Non guardarmi. Continua a cercare.

È luce lontana dai mari bollenti la relazione inconscia. È la luce com’è alle latitudini polari della fiducia. 

“Cara! Quanti capelli che hai!” pensavo.


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