cartella clinica

1 Dicembre 2019 1 Commento

Volevo quasi parlare di arte. Stavo per farlo quando è subentrata questa stanchezza. Che mi ha salvato. Febbre sembra ma no. Dicono le voci di dentro che è per aver parlato di mangiare e bere. La tristezza, la depressione che prendono gli esseri umani quando sanno distinguere, senza averne l’immediata consapevolezza, l’esigenza dal bisogno.

“Hai creduto di avere diritto. Hai creduto che sarebbe successo qualcosa. Che il tempo iniziava. Mangiare. Bere. Le fonti tra i sassi. Hai creduto che bastasse l’onestà delle parole, nate dopo anni di distanza da tutti a rifiutare frettolose conclusioni”. Così le voci.

Avevo quasi scritto qualcosa che riguardava l’arte: che i baci accostano i volti su un piano, che in quella piattezza si esaurisce la prospettiva, che quando ci siamo baciati siamo diventati due figure di un affresco metropolitano, che dunque una città, se gli amanti hanno il nostro coraggio, potrebbe essere un museo di capolavori a cielo aperto per la visione gratuita di capolavori di arte laica.

Ma è arrivata la stanchezza improvvisa, come un tradimento. La depressine è arrivata perché mangiare e bere è più importante dell’arte. Perché non è l’arte di cui devo parlare.

Le voci di dentro mi avvertono. “Tu devi riposare. Non devi più agitarti per voler essere amato. Fermati”.  

Così dico solo di intonaco sui muri. Ho stracciato il discorso pretenzioso sull’arte.

La città in cui vivo è ancora un mondo di aspettative. Solo mia è la serie di immagini sulle facciate, perché è difficile amare come bisognerebbe amare sempre, e l’arte non si occupa di generare felicità. Sono solo le mie parole. E questo è la causa della tristezza.

Poi ho dormito. E ho sognato te. Mangiare. Bere. Raccontare. Ridere sotto gli alberi. Insieme cospirare la preparazione del giorno. Costruire nuovi modi di amare.

La febbre non è passata. Però va molto meglio.


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frenetica perplessità
mangiare bere

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