capacità di rapporto in mezzo alla malattia

28 Febbraio 2014 Lascia il tuo commento

 

 

Di fronte alle risposte silenziose compunte che si avvicinano, cautela! Penso: “La cura, quegli anni di cura, non sono cura di niente. Sono capacità di rapporto in mezzo alla malattia”. I dirigibili pieni di elio, pericolosi, veleggiano. “Stai qua. Non fare sciocchezze. Io potrò. Promesso”. Le fiamme nella mente. Le dita inspiegabilmente fresche per un gelido senso di responsabilità, recuperato chissà dove. Il rigore della certezza scolastica. Il rigore del setting che tiene dentro sé (come fosse una persona, il setting… :/) le pretese scientifiche della formazione accademica. Finita la formazione accademica, lentamente, sciogliendosi appena dal setting della terapia personale, il futuro psichiatra, cammina ‘ancheggiando’. Ha solo spiccioli tra le dita. Gli amori che stabilisce sui treni, nel tragitto dalla città della propria nascita alla stazione centrale dell’altra città, dove dovrebbe essere la seconda nascita. Ora arrivano qua i treni a carbone sbuffanti trainati da potenti locomotive, donne che vogliono tatuaggi e regalano lacrime delle madri morenti e viventi, morenti e viventi che stentano, e poi loro, le ragazze/locomotiva, trovano le une nelle altre le sorelle e allora decidono di restare, a costo di parere incomprensibili isteriche. Esse attingono acqua nell’acqua del mare. Avevo pensato una breve recitazione immaginaria si Picasso. Ed ecco le loro parole, per averle sottratte alla distrazione proponendo il ricordo come ricreazione….Sento come se dicessero: “Noi amiamo le cose uguali, acqua che corrisponde ad acqua, lacrime identiche alle onde. E tu, al contrario, vieni a confonderci, con l’ideale che conservi unico, privo di ogni somiglianza.”

Allora io rispondo: “Il canto. Le tue narici che volano vibrando sono ali.” Mi dileguo sotto la coltre salata dell’oceano.

Sulle pagine dei quaderni barattano le lacrime della fine, con l’inchiostro di un nome nuovo, scritto sul registro dei commenti. Penso: “La cura, quegli anni di cura, non sono cura di niente. Sono capacità di rapporto in mezzo alla malattia. I dirigibili pieni di elio, pericolosi, veleggiano. Stai qua. Non fare sciocchezze. Io potrò. Promesso. Le fiamme nella mente. Le dita inspiegabilmente fresche per il gelido senso di responsabilità recuperato chissà dove.”

Rispondo senza una coerenza di contenuto. Penso che è una possibilità di curare. La cura antica, il mezzo delle associazioni libere, il “si lasci andare, e associ associ pure …. liberamente” sono sempre approdate a una coscienza che nascondeva sempre più di quello che svelava. Penso: “È perché non c’è alcun ‘amore’ nella definizione corrente di inconscio. E questo è perché manca ancora la risposta alla domanda, su quale sia la natura del pensiero umano”. La cura è dunque forse solo adesso, dopo decenni. Ora che, nonostante la malattia, il lavoro si è svolto comunque e si è fuori dalla disperazione che neanche si sa se il pensiero sia spirito o anima o insomma qualcosa che non ha più alcun rapporto con la realtà somatica. Bisognava resistere soltanto per tutto il tempo fino a che è durata la cortina fumogena dei meccanismi di difesa. Altro che cura! Solo lotta e inoltre cercare di capire se la lotta fosse l’unica attività medica possibile, in certi casi. Comunque sia, le fiamme nella mente e il freddo sulle dita hanno funzionato.

Ora arrivano qua i treni tirati da agili motrici, donne con sogni tatuati, garze di lacrime delle loro madri che piangono e ridono, ma restano sempre, a costo di parere irresponsabilmente buffe. Io penso: “Acqua come l’acqua”. Cogliere l’acqua identica all’acqua. Cercano parole uguali a loro, cose uguali a loro, disegni uguali a loro. Trasparenze e non specchi. Le cose che scrivono non sono riflessioni narcisistiche. Sono l’acqua che cade nel mare. Finalmente certamente indistinguibili. Le loro narici volano, vibrano, sono ali. Sulle pagine dei quaderni, le lacrime della fine della vita con la madre, diventano l’inchiostro di un nome nuovo, scritto sul registro dei commenti. Mentre qua avviene tutto questo ora, dopo un sacco di tempo dall’inizio della proposizione di una attività medica, altrove -in prima istanza- molti iniziano le loro relazioni di cura prescrivendo psicofarmaci, il che ha un senso, dato che va ad agire nei meccanismi biologici dell’attività neuronale centrale. Io, per mio conto -avendo scritto di ‘origine materiale della vita mentale’- so che si deve approfondire la cura fino agli strati fondamentali della fisica atomica e nucleare che sono assai sofisticati. Bisogna arrivare ad agire a quei livelli con azioni che provengono da quegli stessi meccanismi. Per farlo la farmacologia non basta. Non ha la grandezza necessaria. La grandezza, in questo caso, è infatti una frazione assai piccola di qualsiasi unità di misura rappresentabile. Bisogna immaginarle le dimensioni atomica e sub atomica. Come tutto quello che non si percepisce esse sono state prima ipotizzate. Esse sono realtà del pensiero. Frutti del coraggio del pensiero che ne ha sospettato l’esistenza. Si ha la certezza scientifica: il pensiero è endogeno e si esprime come capacità di immaginare. Ciò implica che la cura della funzione psichica avvenga preferenzialmente, se non addirittura esclusivamente, agendo (per lungo tempo, nella maggior parte dei casi) sulla realtà fisica della vita mentale, attraverso il linguaggio dell’interpretazione(*).

L’attività di psicoterapia è la capacità del medico di creare immagini che, attraverso il suono delle parole corrispondenti, risveglino, nella struttura encefalica fine, la funzione corrispondente al pensiero del soggetto.

(*)Cosa si intenda per interpretazione è un’altra linea di ricerca indispensabile, da seguire. Spero che non manchi il tempo.

 


tempo, tuniche, telai
in ginocchio alla casa di pietra

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.