autarchia

25 Dicembre 2013 Lascia il tuo commento

mercoledì 25 dicembre 2013

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STUDIARE SCOPRIRE SCRIVERE SCOPARE
claudiobadii

Il traino ha due cavalli tozzi e distratti. Sembra che a loro tirare non pesi e così andiamo via leggeri di ingratitudine. E, come nei sogni, senza la sensazione muscolare del lavoro. L’idea di leggerezza è il rilievo che la mente ha astratto dalla sensazioni del corpo cullato sul carro: e quell’astrazione ci incanta. Il ricordo somatico si unisce allo stimolo sensoriale della corsa, determinando la percezione che genera il pensiero verbale: “Portami con te“. La forza degli animali del tiro, trasmessa al carro dalle stanghe, trasforma il fragore del trotto nel rotolare frusciante delle ruote: il cui fruscio, nel mutamento della funzione mentale precedente, diventa pensiero e linguaggio. “Portami via“. La frase ha uno speciale significato. Aggiunge un’azione al ‘niente‘ del tempo ‘prima di niente‘. Aggiunge un’enfasi momentanea alla ‘neutralità‘ del tempo di ‘prima del niente della neutralità‘. “Portami con te” ha in sé meccanismi di regolazione, insomma i modi della propria esistenza. “Portami via. Con te“. La mente, sconvolta dall’imperativo, genera i propri toni acustici nel buio e nel silenzio assoluto delle aree che legano mnesia acustica e intenzione verbale. Funzione di pensiero dei presupposti del linguaggio che è fonologia del sentimento. “Portami con te dovunque tu voglia andare“. Il sentimento di ogni frase corrisponde a una ed una sola delle numerose, ma non infinite, cadenze dei passi che si articolarono durante il primo anno nella stanza della ninna-nanna dal primo giorno di vita in avanti. Sentimenti di legarsi e sciogliersi. Restare e sfuggire alla morsa. Stavamo dentro i vulcani torridi, sulle spiagge, nei deserti e nel vento delle parole e dei canti e poi dopo, spesso e senza capire perché, nell’azzurro trasparente di montagne di ghiaccio. Ero restato là dentro millenni e ne sono uscito nuotando e adesso, dal punto di osservazione degli scienziati, paio un reperto vivo di balena preistorica. Sul dorso, accanto allo sfiatatoio, fioriscono bocci di rose invernali dai petali bianchi e tulipani gialli, germogliati da certi bulbi rimasti sepolti coi semi delle rose migliaia di anni fa. Io ti scrivo di tra i ghiacci. Come fossi tra i ghiacci con una bussola sul cuore. Scorre una notte di mesi e mesi in cielo. Un fiume di luccicante notte che rotola è ciò che sono. Domani prenderò, forse, i toni di battesimo della voce della madre e del padre adoranti. Sono, come tutti gli altri della specie, dipendente dal timbro delle voci. Non si è liberi di essere a causa di questo fenomeno di sensibilità alle voci. Non ci fossero i nomi chiamati dalla porta, dietro l’angolo, forse, saremmo liberi. Non ci fossero, alternanti e imprevedibili, presenza ed assenza dei nostri nomi sulle labbra altrui allora, forse… Ma il primo anno ci ha viziato di avere un nome e rispondere ad un suono, a voltarci con la contrazione leggera o stridente dei muscoli sternocleidomastoidei che ci fanno girare dove tira il vento dei suoni che contengono l’immagine di quello che acusticamente siamo. L’astrazione dei pensieri tuttavia -qualche volta, nel silenzio quando sei andata via, quando i figli sono andati via, quando i figli non chiamano, quando nessuno chiama non perché non siamo necessari ma perché ci sono anche altre cose più divertenti e leggere e meno necessarie di noi- ci lascia sognare. I due cavalli tiravano e gli ammortizzatori -grandi molle tra il pianale e le ruote- come fosse ora hanno protetto e salvaguardato la schiena e mi hanno letteralmente cullato. Come niente ho dimenticato che mi hai fatto arrabbiare e che in quei casi non so volerti. Basta il vento -che sussurra, lui, il nome con il quale non mi battezzi più- e sono libero dal passato prossimo. C’è una veglia senza coscienza, un pensiero senza stretti legami con lo stradario della vita dei quartieri di questo mondo. L’esilio dal primo anno è la vita vigile sotto il sole al risveglio. Questa sensibilità ai suoni, nella veglia dell’esilio, è una unità di misura dello spazio dei rapporti con gli altri. L’esattezza senza pietà, caratteristica della misurazione, è la causa del fatto che la vita, esaminata attentamente, risulta assolutamente priva di scorciatoie. Per questa assenza di scorciatoie e punti di fuga è assai seria ogni condizione della biologia sensoriale: ed è amore fondo il profondo sonno che ogni notte abolisce la motricità e incrementa la varietà dei pensieri. Il sogno non è il ‘non cosciente‘. Inconscia è la qualità specifica della funzione della vita mentale durante il sonno. Non è ‘inconscio’ l’aggettivo che qualificherebbe l’essenziale qualità del contenuto onirico e che dovrebbe fornire il codice di cifratura e di decrittazione del suo significato. La biologia è ‘inconscio’. Un apparato di cifratura del tutto differente, senza riferimenti ‘storici’ che dovremmo amare così com’è, incondizionatamente: per poterlo tenere con migliore confidenza, e poi per sempre, tra le braccia. Mattina e sera il crepuscolo accompagna all’abolizione e alla riattivazione del controllo sul mondo esterno il carro rotolante di buio caramellato. Nello Stige annega il Minotauro, che pretende il controllo del mondo esterno ed interno attraverso l’illusione della coscienza e che si rapprende allo scheletro del movimento volontario coordinato. La sensibilità, che poi altera il ritmico svolgersi delle attività del respiro e del cuore, allude a tutto quanto voglio dirti: quello che chiamo ‘primo anno‘ ma è l’apnea lunga di una balena preistorica che si sveglia. O la bussola che muove il nostro cuore magnetico.

Portami via. Portami con te“. L’intervista col vampiro rimbomba dalle catacombe nelle cui ‘gole‘ il linguaggio si forma bello e disordinato. Ma non è inconscio e non è coscienza. È acustica di un pensiero che non presuppone uno schema di azione muscolare. L’immobilità del sonno, ecologia innocente, realizza il risparmio energetico dell’incapacità di ‘fare‘ il male. Nella nicchia, scavata dal traino dei due cavalli, il pensiero di noi era restato incoscienza viva e, sviluppatosi nella quiete del tempo trascorso da ieri, ha parlato forte, al risveglio, del ricordo di te. Ero ancora io quello di un istante fa, giovanissimo. Poi all’improvviso sono qui che faccio il caffè, con la cicoria di tutti i miei anni, per tirare avanti la felicità di oggi. Ti auguro di scoprire, scrivere, scopare, studiare nell’autarchia grigia e leggera di questo Natale.


quando la mamma ebbe soddisfatto il proprio sconveniente desiderio sessuale
vigilia di natale

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