antidemenza

1 Ottobre 2019 Lascia il tuo commento

Devo studiare. Ma no. A questo punto! Ora vivere. C’è nelle mani quel poco che serve. Potenza di fantasia. Vitalità addosso. Il tatto. Giuro. Un innamorato senza età.

Un giardino di chili di troppo oramai perduti seminati a insterilire. La foresta delle piante cattive disseccata.

Non ha figura il sentire sotto le dita un corpo vivo. Sono stato medico so che vuol dire. Ricordo esattamente. Non impazziremo più amore mio.

Non per causa della mia stoltezza. Ricordo la clinica dei primi giorni. Erano corpi nuovi nudi stupiti dalla incomprensibile natura del male invisibile.

La mano cercava da fuori una visione di quanto stava all’interno. Io esplorando sentivo imbarazzo e però anche una spudoratezza. Gli inizi furono indecifrabili soprattutto a me stesso. Incoscienza.

E poi uno se lo porta dietro negli anni. Sono realtà che restano. Sono abilità. Quello che chiami scrivere in un certo modo.

C’è la traccia dei corpi nudi resi pesanti dall’invisibile e devoti dall’inesplicabile. C’è la distrazione presuntuosa del medico che figura in risalto: bassorilievo nell’aria della corsia piegato sull’altro: a cercare.

È necessaria la parzialità. L’arroganza. Sono necessarie disposizioni contraddittorie. La malattia contiene la morte. Non è mai facile. La biologia contiene la pulsione: non si può smettere di opporsi.

Continua sempre una volta appreso.

Uguale ad un nome al risveglio. Un antidemenza. Ricordi nuovi. Poesia che mi guarisce l’invidia del pessimismo. Amore per quello che arriva.


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antropologia fuori fuoco
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