anticipo di primavera

12 Marzo 2015 Lascia il tuo commento

Non tutto è dato nelle cose umane. La cosa più difficile è sempre stata non credere. Noi che pensavamo di fondare la specificità di specie sul vanto della chiarezza. Venivano le emozioni per le luci che cambiano. Nelle chiese alla luce si riservarono sempre vie di accesso speciali e speciali percorsi. Noi non credenti correvamo per arrivare prima della notte fuori città e assistere allo spegnimento del sole lungo la linea dell’orizzonte. Quando i margini del mondo visibile diventano tubi al neon.

Le periferie dovrebbero essere rese più sicure dagli amministratori perché sono laboratori di sperimentazione collettiva sulle variabili di stupore. Invece non ci sono parti politiche che difendano gli effetti delle variazioni luminose sull’animo umano. E questo è un peccato. “Vedi anche tu quello che vedo io?”… è di questo fenomeno di interrogazione appassionata che si è impadronita la scienza teologica. La scommessa sul credere al posto di pensare. La cosa più difficile attualmente resta restare increduli di fronte all’imprevedibile persistenza della cecità nella nostra specie. La bugia è un fenomeno della coscienza. La negazione è prerogativa dell’anima. Una volta si diceva dell’inconscio. Poi ci siamo accorti che la sostituzione non era valsa a niente. Che forse la parola ‘anima’ ha più potenza emotiva dell’altra. Che solo l’anima sa trovare la passione per assumersi le proprie responsabilità.

C’è stata la scoperta della nascita umana nel 1972 evidenziata dalla pubblicazione di “Istinto di Morte e Conoscenza” di Massimo Fagioli: a memoria, riassumendo un universo di senso nuovo: la traccia mnesica dei mesi trascorsi dal feto nel contatto della pelle col liquido amniotico, fa sì che, durante il parto, la carica libidica originaria, propria dell’omeostasi intra-uterina che protegge il feto, diventi una funzione della attività mentale del neonato nominata ‘vitalità’. Essa, nel venire alla luce del bambino, legandosi alla pulsione di annullamento -che è alla base del riflesso che tenta di eliminare la situazione materiale dell’ambiente ostetrico che ‘accoglie’ il neonato- impedisce la realizzazione mentale di un nulla, cioè lo strutturarsi dell’idea di una ‘non nascita’ e la ‘realizzazione’ (allucinazione!!!) di reinfetazione. Questa impossibilità umana congenita di fare il nulla venne definita ‘capacità di immaginare‘. Essa va a vantaggio della nostra anima. La scoperta delle prerogative della nascita degli esseri della nostra specie va a vantaggio della nostra anima. Ci rende possibile restare increduli a cercare ulteriori verifiche nell’ambito della proposizione teorica e potrà evitarci lo sforzo del dovere di lottare contro i credenti con una dedizione a nostra volta sacerdotale (addirittura, talvolta, pretesca…).

Sta dunque nella ‘catastrofe’ di quella immediata creatività del neonato alla nascita -di darsi da solo un senso dove un senso plausibile non c’è- che poi verremo comunque colpiti dalla mistica dei raggi di luce che cadono dai vetri colorati delle cattedrali e dalla vertiginosa spazialità delle polifonie gregoriane. Sta nell’eccesso insensato di senso realizzato nel venire al mondo la nostra facilità ‘eterna’ di tremare per la bellezza sotto gli stimoli della realtà fisica della luce e delle ombre del suono e del colore e investiti dalla grazia e dalla forza dei movimenti. Noi chiamiamo anima l’immagine che amiamo. La teologia, sicura dell’uomo, si è dunque fatta scienza dell’anima ed è per questo coraggio che vince le altre filosofie che sono rimaste filosofie. La teologia che è una scienza (perché osa parlare delle anime) vince da sempre anche sulla psichiatria poiché il concetto di inconscio così come viene nominato -vietato e inquieto- resta uno straccio sulla sabbia.

Solo dopo il 1972 il concetto di vitalità, vita psichica che si lega alla pulsione di annullamento impedendo la confusione tra idea e figura, può restituirci l’anima umana che la scienza teologica ha preso per sé come ambito della propria competenza. C’è un’anima di specie alla nascita dell’uomo. Una identità che non necessita di battesimo. Cui altrimenti dovremmo rassegnare la liturgia delle guarigioni psicoterapeutiche quando ci venisse restituito quel sé agognato di cui si parla tanto qua da noi: in una periferia variamente colorata dai raggi di sole di una primavera anticipata.


Tag:

Categoria:

golem in Atlantide
Mi vorrai ancora?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.