ancora Heaney dal bel nome irlandese

10 Gennaio 2014 Lascia il tuo commento

 

Mozart. Concerto per flauto arpa ed orchestra K229 in do maggiore. Ascolto, metto l’interesse nell’invisibile spazio dietro le figure dello schermo, che intanto mostrano l’esecuzione della tecnica dell’acquaforte, e sono là avendo seguito il link presente nel commento di Simone all’articolo “Ricerca delle parole per la psicoterapia nell’Opera Poetica di Seamus Heaney…”. Appare la luna bella degli obblighi scientifici e metodologici indispensabili alla pratica della psicoterapia. Essi obblighi sono di cercare sempre. La serietà delle sere e la nettezza delle mie notti da quattro anni in qua vengono e vanno col sorriso delle ombre della mano sopra i fogli.

Ombre che non sei tu. Una carrozzina vuota spingevo di fronte a me sulle scogliere. “Non c’è il bambino” stupito il giudice. “Non fa niente” – mugolo io e poi – “…dovevo imparare in questi anni ad amare quello che non c’era e ho pensato ‘se riuscirò non si vedrà niente’ Così è andata e solo adesso in quello che viene bisognerà risolversi ad accettare che avrò imparato ad amare l’oggetto senza l’oggetto fisicamente presente, ad amare senza niente da amare. Amare perché non si sa mai…”

Il pensiero oggi, alla torba che serbava, è REGINA. “Mia regina vedrete che avrò imparato dall’assenza”.

Appare la bella luna che taglia fette bianche, nette, differenti notte da notte. Un canto gaelico, e appare obbligatorio cercare le parole adatte all’esercizio della pratica di psico-terapia.

“Raramente scrivo sotto uno stimolo immediato. Le cose vivono nella possibilità e nella memoria” (Seamus Heaney, intervista in RaiEdu).

Seamus Heaney ha parole di sapiente interesse sulle funzioni dell’estetica del linguaggio. Ha un’etica civile. Ed una morale poetica che è la capacità di scrivere BENE. Essendo la bellezza la scelta morale che orienta la sua poesia. Non crede nell’assoluto, ma lo persegue sempre. Mi sembra un intento talmente adatto alla psicoterapia che dunque è anche obbligatorio quel netto disegno lunare che impagina i fogli dell’insonnia cui ci si rassegna per amore. Lo STUDIO.

Mozart. Concerto per flauto arpa ed orchestra K229 in do maggiore. Un tributo alla musica che suona dietro le figure della perizia artigianale. La musica è realtà fisica prodotta da strumenti realizzati da UNA SPECIE che -molto dopo che i suoni si furono dilatati inestinguibilmente dalla condizione sentimentale di uno alla condizione sentimentale di altri- CREÒ -e non sappiamo ancora come avvenne- IL PROPRIO STESSO NOME definendosi “UMANA”. Ha poi creato altri nomi. La ricerca. La relazione. La poesia. La tecnica. La vita sentimentale. I suoni. La modulazione. Ha costruito e usato strumenti inanimati muti e inerti per la produzione del suono. La NASCITA (?) del suono (?).

Disegno la grafia per una idea senza figura che è diventata qualche giorno fa i QUADERNI DI RICERCA IN PSICOTERAPIA. Una volta una certa cosa NON E’ PIU’ RIMASTA attività molecolare indifferenziata: insomma una certa sensazione di aver intuito qualcosa di nuovo ancora e averlo lasciato, quel qualcosa, per qualche tempo ancora là. Ogni volta qualcosa che NON ERA FUORI di noi è diventato UN NOME che poi è andato via da noi nell’aria attraverso i suoni delle parole: SENSAZIONE – TEMPO – QUALCOSA. La chiarezza del pensiero corrispondente alle parole non era, alla sua origine, una realtà verbale della mente. Era PRE-VERBALE. Ma era anche INCONSCIO? SI… e NO. SI: nel senso che era già CONOSCENZA PRIMA DI ESSERE COSCIENZA. Ma, siccome La CHIAREZZA DELLA CONOSCENZA è differente dal LUME della RAGIONE, allora NO: la conoscenza pre-verbale non è inconscio. Ciò che precede la coscienza non è inconscio. Ciò che sottende la coscienza non è inconscio. Forse inconscio è solo una locuzione attualmente non più utilizzabile pleonastica. Il problema non è portare l’inconscio alla coscienza. È portare, grazie a modalità di pensiero non necessariamente esclusivamente razionale, la COSCIENZA ALLA CONOSCENZA.

Non so quale sia il nome della FUNZIONE (l’azione muta di aree anatomiche cerebrali) CHE TRASFORMA LA MOTRICITÀ DEGLI APPARATI FONATORI del canto e della parola NELLA ATTIVITÀ neuro-muscolare del comportamento motorio DELLA SCRITTURA di prosa e poesia. Così nello stesso modo perplesso di una ipotesi di ricerca necessaria, non so quale funzione PRESIEDE alla perdita di interesse per antiche teorie che dicevano di portare l’inconscio alla coscienza E POI INVECE DIRIGE l’interesse all’idea nuova o solo più affascinante che invece si tratta di portare LA COSCIENZA ALLA CONOSCENZA. La coscienza dell’inconscio non è infatti conoscenza.

Ma devo dirti amore mio che è il silenzio di tutto quanto che sta qua fermo nella stanza a farla da padrone. È una colla il silenzio: esso, con l’abolizione volontaria del suono, riproduce nella mia stanza il substrato della vitalità che tiene insieme il pensiero come precisione di continuità del sé. Dura tutta la vita, se non si impazzisce. O almeno dura il tempo necessario perché ogni singola (i)DEA non muoia.

La specie umana ha questa colla del silenzio. Esso rivela fuori di noi la funzione di substrato della vitalità nella globale realtà mentale. La colla del silenzio conferisce la continuità delle durate del pensiero verso di ‘te’ per qualche minuto e sai che è vero quando ti dico “ti amo”. Questo silenzio, che mi circonda adesso che non sei qui, è la proprietà effimera di un’idea di ‘me’ legato a ‘te’ e dunque è l’effimero sapere di ‘noi’. E’ la forma di conoscenza sensuale definita il ’SE LIBIDICO’ .

La colla del silenzio mi si è appiccicata addosso per i trenta anni che non hai capito niente mio amore, e ora tiene insieme ’TUTTO’ quando sorrido se mi chiedi se sarà per sempre. Perché, più che altro, il per sempre è già stato nel tempo che non avevi capito ed io spingevo una carrozzina vuota, come una PAZZA. Senza essere PAZZO. La colla del silenzio, che si è rappresa come uno smalto sugli esseri umani tutti così simili nel movimento del lavoro e nella quiete del sonno, è la capacità della SPECIE UMANA di variare il SUOI rapporti con l’inanimato della natura fino alla costruzione degli strumenti per la musica e delle penne per la scrittura e dei colori per gli affreschi.

La colla del silenzio è la funzione di specie che consente l’ATTESA. L’ATTESA è per la certezza. Portavo la carrozzina vuota come non fosse vuota. Come l’assenza fosse qualcosa.

Abbiamo parole inarticolate senza essere poesia cui adesso accenniamo e non potevano essere poesia però erano tenute insieme dalla colla del silenzio: quando nessuno era là e noi eravamo solo pieni di speranza cioè definitivamente disperati incerti e pieni di intuizioni. E poi siamo impazziti e solo nelle parole messe vicine sui fogli restava l’idea della colla. La traccia evidente della vitalità e, pur nella pazzia di allora, grazie alla vitalità non si era mai realizzata definitivamente la lesione di un trauma irreversibile per questo alla fine siamo guariti. Ed ho messo il rosso sulle pagine nuove.

Ascolto la musica di Mozart. Penso che costruire uno strumento musicale rudimentale NON E’ proprio ‘MARX’. La trasformazione della realtà materiale qui non è per procacciare cibo e armi e strumenti di caccia e sopravvivenza. E mi domando, come se mi paresse di aver capito qualcosa di utile per la cura: “ Che sarebbe il marxismo se potessimo legare alla teoria politico/economica la scoperta della vitalità? Potremmo cambiare idea a proposito della PRASSI? “

L’idea di una realtà umana può arrivare a comprendere l’altra idea che PRASSI PRODUZIONE LAVORO E TRASFORMAZIONE potrebbero un giorno essere recepiti diversamente da come è accaduto? Una certa condizione mentale potrebbe -avendo Marx rifiutato l’ipotesi di interpretare il mondo per pretendere un pensiero che potesse trasformarlo- cambiare a tal punto da rifiutare l’immagine della trasformazione del mondo così come Marx doveva averla realizzata?

L’idea di trasformazione in Marx potrebbe essere negazione e non rifiuto?

La Mummia di Tollund Seamus Heaney – (traduzione di Erminia Passannanti)

“(….)

potrei rischiare la blasfemia

consacrare il calderone della palude

come nostro sacro suolo e pregarlo

di far germinare”

Ma non ha fine? Che strana prassi: senza speranza, fatta solo di certezza. Fatta solo della potenza dei suoni.

 


” A “
mare buono

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