abbozzo di una tesi

26 Novembre 2020 1 Commento

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OPERAPRIMABLOG

(collezione privata)

 


PREMESSA:

 


Fu, al vederti, un movimento di arresto. Tutto in me correva precipitoso. Io inseguivo perché non ne fuggisse una briciola.

 

Cercavo d’essere bravo: ma pareva inutile ogni volta, perché sono ignoti i criteri di valutazione del merito di ciascuno. A causa della extraterritorialità delle anime ci manca una legislazione appropriata. L’area degli affetti è fuori giurisdizione.

 

Ogni essere umano risulta, dunque, eccentrico all’idea più generale di umanità. Abbiamo di certo assai a che fare con l’umanità, in ogni caso. Ma in modo imprecisato. Secondo legami variabili e incerti. Non altro.

 

Tu mi apparisti eccentrica. Uguale a me. Fosti immediatamente il centro di una circonferenza infisso in un angolo di una stanza rettangolare. 

 

In quel punto, comunque sia andata nel dettaglio, mi ero fermato.

 

E i fantasmi oceanici si erano aggrumati in ectoplasmi d’acque e sale. Dal verde petrolio del fondo cominciarono ad avvolgersi attorno all’asse delle eliche. Scrivevo di te: raccontavo il baccano pittorico di frammenti di acque e vegetali. Ogni giorno dovevo cambiare la tuta da lavoro macchiata di verde smeraldo e blu cobalto.

 


OGGI:

 

Oggi, dunque, siedo alla scrivania: ma è il grande spiazzo in lastre di tufo che pavimenta la banchina dei moli di attracco.

 

Da qua posso avvertire le vibrazioni dell’abbrivio dei bastimenti in fila. Le onde mosse da quegli edifici galleggianti sospinti dal rinculo del motore spento per tempo. Dove il mio attuale viaggio era cominciato con un arresto del fiato. Al vederti sulla sponda dove ti trovavi. Nell’angolo acuto della tua vita. 


Oggi la nave, l’acqua, io, i pensieri, le lucciole mattutine negli occhi, ed altro non ben delineato ancora, sono in un unico respiro. Generati da un impulso residuo.

 

Ecco questo volevo esprimere: che chiamiamo tempo l’impulso residuo di un inizio. Che la mia vita è stata da allora una navigazione libera dopo un arresto.

 


OPERAPRIMABLOG:

 

Operaprimablog: ha un nome come fosse un figlio. Perché è nata con te. Chiunque tu sia. Chiunque tu fossi stata. È a te che è indirizzato il biglietto di viaggio.

 

Girano le pale arcuate sotto lo scafo ma è inerzia  perché è l’acqua che le muove. Su OPERAPRIMABLOG è il mare che comanda.

 

Cessate tutte le azioni dinamiche, le turbine, come corpi tiepidi semidesti nell’aria rosa opaco dell’alba, guardano girare, nel bagno d’olio dei cilindri di scorrimento, i propri ingranaggi di precisione.

 

OPERAPRIMABLOG vorrebbe apparire, in nebbie permanenti, nave del tempo e macchina sentimentale. Mentre le tracce del viaggio dovrebbero essere realizzate come scintille che sprizzano via. 

 

Quelle scintille mostrano attriti e, spegnendosi subito, forniscono la misura della degradazione del calore.

 

La nave nella nebbia è un riflesso di fenomeni cosmici universali. È memoria del cielo.


Dal ponte di OPERAPRIMA salgono i fumi alcolici dei marinai storditi dal desiderio.

 

Il calore degradante del metallo lungo tutta la lunghezza dell’albero motore è una via lattea. La sala/macchine accoglie costellazioni.

 

Nella stiva i miei pensieri roteanti per te girano con meccanismi ad orologeria. Il tuo amore è un disastro: una pioggia di stelle. Come avrei potuto tacere? Appunto: OPERAPRIMA. 

 

C’è una bellezza nel buio delle stive. E ti chiamo solo da qua: da dove il mare impedisce che tu possa sentire i mugolìi che non dico e custodisce la mia dignità.

 

CONCLUSIONE TRANSITORIA  

 

Resta da confessare che si è pieni di sentimento e passione per chi sapesse ascoltare tutte le cose che ci si aspettava ci avrebbero dedicato.

 

Il linguaggio, come mi tocca usarlo, che non posso più scegliere, è remissione di un debito.

 

L’amore è l’amore come avrebbe dovuto essere. Il vestito bello elegante di dichiarazioni che non mi hanno sussurrato.

 

L’amore è sfarzo da sera, ha avverbi da ballo, ha verbi da cerimonia e pronomi rubino come gemelli ai polsi.

 

E ha incisi. Che sono cravatte azzurre azzurre: sfacciate a dardeggiare dalla V rovesciata del colletto inamidato.

 

Così.


questo
un dio demodè

1 commento

  • C says:

    E, seppur transitoria, di questa conclusione io sposo ogni parola, ché non sia mai davvero ultima la sua o la mia. Ché, pensavo, è così che si deve amare cioè dire le cose cioè, anche, decidere di dirle e sapere l’opportunità dell’Operaprima destinataria di confessioni e dediche. Ché, pensavo, era tempo che Le si parlasse un po’ così, talmente senza enigmi e con tale disastro di franose trasparenze… da riuscire finalmente di nuovo a commuoversi per qualcosa. Ché, alla fine, quando qualcosa non ti manca più, può solo mancarti una mancanza.

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