” A “

11 Gennaio 2014 Lascia il tuo commento

 

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” A “
copyright claudiobadii

Stiamo come la lettera A ma rotanti come il filo degli aquiloni, stesi poi distesi lungo l’asse obliquo del rombo del vento di spiaggia. Uguali ma disposti diversamente. Ragazza e ragazzo distesi sulle chaise longue ad ascoltare la storia degli ormeggi. C’è la scienza degli attracchi del cemento dell’acciaio della canapa dei legni di scafo del suono delle sirene del rame del ferro dei tamburi quando i sogni contenevano pelle pietra e ali di uccello. “Racconta tu lasciaci il destino di uditori.” Siamo noi ad una Qualche Università. A leggere e prendere appunti. Nostalgia e conoscenza attuale di lame legno grafite gambe di compassi e compassi di filo attorno all’asse della meridiana. Matita lei e lui. Ragazzo e Ragazza. Coltelli maschio e femmina affilati al desiderio. L’uno sull’altro i trench leggeri che si sono scrollati dalle spalle hanno due tinte di beige ben intonati. La vita a prima vista gira bene. Ragazzo e ragazza. Le Corbusier ha in testa città a misura di donne innamorate. A guerra finita disegna cannoniere sulle cui murate un esercito di seggiole allineate vigila sulle geometrie complesse della linea di costa. Il suo magistrale pensiero è il maestrale che sospira sempre dopo che ha carezzato e poi lasciato la Francia mediterranea trasparente assidua: levigata grazie alla decisione superba dei consiglieri comunali di edificare biblioteche nella piazza del paese dove -s’è deciso- dovranno studiare i ragazzini appena finito il turno di lavoro nelle stalle bianche del padre. Impareranno a comprendere il mondo inscrivendolo nelle metafore: “…mangio il mio amore come fosse cioccolato fatto con il latte”.

Ma torniamo giù. Le A hanno destini da disegnare. “Caro Amore sappi che studio…” Eh bisogna. È per l’apprendimento delle parole adatte alla psicoterapia. Studio le A disegnando tanti tipi di A ma ricordando che ALEPH era il montone. Il suono del suo nome venne legato a due semirette (divergenti verso la concavità astronomica come molo e banchina per le trasvolate interstellari). Quegli ormeggi, sghembi ma adatti a circoscrivere archi di cerchio sullo spazio celeste, risultarono poi indispensabili per il sonno all’aperto dei pastori. E dopo -forse per quella loro utilità- restarono per sempre legati in quella guisa d’angolo acuto. Gli uomini trassero da lì di fare, ai chiodi da roccia, asole di acciaio cui serrate le funi. Le V che le corde disegnavano scivolando dentro il metallo permisero ai nostri avi di arrampicarsi. Smagrivano per la fatica. Magri ebbero da allora un’eredità di sorrisi di scampato pericolo, una allegria inspiegabile da poveri diavoli. Ora quel sorriso smunto e beffardo si trova sui soldati di frontiera, tra artisti, matematici eccitati, e esuli poveri in canna. L’eco ventoso tra le A, cime di cordigliere, batte i nostri fianchi. Noi siamo montagne. L’ECO va lontana. Torna un suono accorciato distratto sintetico che non è più la parola è solo la sua iniziale intenzione l’esplosione sorda del voler chiamare le cose. Il ragazzo ha preso tra i denti bianchi e sani il tappo di sughero. Ha liberato la gola alla bottiglia. Sputa via. Respira. Cerca gli occhi di lei. Due montagne. Due lame sottili. Due semirette verso il blu astronomico. Aleph torna col suono breve aperto che si alleggerisce senza perdere la forza acustica.

” A “

Si perde la memoria della figura. Le due corna di ALEPH girano. Disegno anch’io l’angolo acuto avendolo variamente ruotato tanto che in certi momenti pare addirittura la luna. Ho fatto la notte. Il cielo è presunto. Immaginabile. Il cielo è idea dell’assenza del cielo. Ma ho in mente due ragazzi. Lontani. Felici. Ho in mente il nido della chaise longue. Segno della cura tornato dopo l’attesa di trent’anni. Ero andato per tornare a immaginare l’amore possibile. (La scienza medica in ambito psicologico sa costruire un attimo di felicità?).

C’è (invisibile nel disegno delle parole) la concavità astronomica sopra la A che è la LUNA. Era un paio di corna dure. Un compasso. Ora è diventata un pretesto nel corso della ricerca delle forme linguistiche più adatte per la psicoterapia. L’origine materiale della vita mentale è evidente nella continua capacità di sciogliere e legare tra loro i suoni delle parole ai segni dell’astronomia cerebrale. E’ libertà di scrivere per imbattermi in me. Ma risulta, scrivendo, che ora la A è il chiodo nella pietra. Devo tenere insieme la certezza dell’origine materiale del pensiero con la natura della meraviglia di fronte al linguaggio che tiene insieme la tribù. Devo impedire con chiodi di acciaio la caduta nel riduzionismo che vuole rinchiudere le parole nella biologia per impedire la risonanza di esse con la parola UMANITÀ che è sola da un tempo infinito.

 


grazie..NO !
ancora Heaney dal bel nome irlandese

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