bambù

29 Ottobre 2012 Lascia il tuo commento

“La causa della mancanza di prove immediate della equivalenza tra massa ed energia è il PICCOLISSIMO RAPPORTO DI SCAMBIO TRA ENERGIA E MATERIA”.(L’Evoluzione Della Fisica” – A.Einstein/L.Infeld – Bollati Boringhieri -2011.)

‘Rapporto‘ è espressione di un concetto ‘discreto’ di relazione tra stati fisici della materia. Le cifre discrete -che assicurano a tali rapporti la qualità di essere ‘realtà’- hanno tuttavia dimensioni che, avanzando nel senso dell’espansione dell’universo, alludono ad un indiscreto venire meno di qualsiasi immaginabile porzione di materia. L’immaginazione, a partire dalle misurazioni di porzioni discrete di ‘mondo’, porta -anzi spinge- all’idea dell’esistenza di ‘cose’ prive di una propria dimensione spaziale.

Immagino per definire quanto è umano di raccontare una testa di donna o uomo fatta con segmenti. I pensieri, può essere. E allora puoi disegnare aquiloni, che volano così in alto da parere quei pensieri. Oramai hai perso le tracce della figura e procedi. Hai così accesso alla rappresentazione immotivata e libera di  rami sottili e leggeri, lassù dove l’immaginazione li ha fatti arrivare. Poi, in seguito al disegno pensi che l’immaginazione è un soffio che spinge tutto verso l’estremità del cielo.

Non si sa cosa ci sia così tanto in alto. Cosa si ‘componga’, dici, lassù. Siamo immersi in una realtà della quale non percepiamo né le unità costitutive né tanto meno, purtroppo, i numeri che potrebbero chiarirci la misura della loro relazione. L’entità degli scambi tra loro. Si sa bene che quei numeri trascurati, le misure accantonate di quelle relazioni, le cifre dell’amore tra differenti stati fisici della realtà, diventano poesia: più raramente pensiero teorico e segni neri su un pentagramma condiviso.

Composizione dell’etere: elementi, cifre trascurate, numeri di misure estreme, grandezze accantonate, lampi, frazioni impalpabili, risoluzione di stranezze, lo ‘zero’ al denominatore. Nello schianto al napalm della schiuma di questo ‘etere’ si muove ignara l’astronave dell’immaginazione, che inventa l’idea del non finito: un evento del pensiero si inchina ad un oggetto discreto il cui limitare è, tuttavia, non misurabile.

Che non saprei amarti di più lo scopro mentre ti abbraccio e parli dicendo frasi sconnesse. Più sei, più non so dire ciò che sei. L’infinito mi è evidente quando nel rapporto sessuale con te il contatto con il tuo corpo che mi arresta nel punto più dolce della sera, contemporaneamente mi apre le porte della trasparenza. Riesco ad amarti nella gelatina di buio della conoscenza esatta: quando sulla tua pelle leggo le ore.

Mezzanotte sul palmo. Le due alla piega dei gomiti. Il giorno che arriva sulla fronte. La pienezza del pomeriggio al seno. E l’ora chiara al ventre. Agosto di conoscenza somiglia, sulle tue orecchie delicate, al bianco rigoroso delle notti d’inverno. Tutta intera sei la punta dell’albero. Io fingo una levità da mezza mattina. Uomo -una testa di uomo- fatta con segmenti volanti. Rami sottili leggeri emergenti dal basso. L’idea di un soffio che spira in alto.

In alto il pensiero ‘fa’ (compone) il cielo, la donna, e il corpo femminile. Quel corpo, che non è propriamente ‘materia’ nel pensiero, è fatto -si accetti fiduciosamente- di rinunce costanti. Poiché, d’altra parte, la cosa più bella che si poteva dire del maschio è già venuta, seppure purtroppo non da noi.

“Un uomo aspetta”

Non dirò chi l’ha detto. Ogni volta, in relazione con la ragazza, la figura di uomo deve vincere l’umiliazione di non capire e trasporla in modestia. Dal basso deve insistere a respirare. Deve soffiare le dichiarazioni verso di lei, verso il blu della coscienza, verso la suprema funzione di blu cobalto dove si acquieterà il fermento.

Rametti d’alberi di uomo e di ragazza raccontano la loro storia non più lontani -adesso- e crepitano come fa certa legna asciutta nel camino, come fanno le parole sicure d’amore in gola, come fanno i racconti dei rabdomanti nelle caverne piene d’acque: le acque sentite vibrare cento metri sopra. Nel deserto.

Gli occhi mi si sono consumati per l’invidia quando mi concentravo senza posa. E poi per lo studio di (necessario a) curarmela: l’invidia si ferma sempre quando la bellezza crea la meraviglia che causa la distrazione. Per questo non ti spiegherò altro. Ti dico solo che, se ne avrò l’occasione, e dipende solo da te, mi piacerebbe di ‘fermarti’ nei tratti scuri della china sul foglio. Confonderti con i rametti spinti in alto dal respiro.

Mi piacerebbe, è un sogno da sveglio, come fossi uno che scrive segreti sottratti alle forze di sicurezza in uno stato di polizia, disegnare sempre ‘te’ senza un progetto vero e proprio. Grazie solo alla composizione degli elementi costitutivi della figura appena scoperti. Rametti al vento di un albero nella neve, i rami ultimi sottili e gelati. Divenuto tuo confidente vorrei disegnare reticoli trasparenti. Ecco quello che mi piacerebbe fare da ora in avanti fino alla ‘fine’.

Rintracciare le anime di legno verde oltre il ghiaccio, nell’azzurro pallido far risaltare l’asse bruno dei rami.

La coscienza mantiene una visione dinamica e narrativa degli eventi. Cioè essa verifica e sottolinea un modo ‘causale’ delle relazioni tra gli esseri umani e tra gli oggetti. E tra gli uni e gli altri. Cosicché nell’arca tutti insieme si spostano verso i luoghi meno noti di uno spazio infinito. La letteratura non confessa che ‘infinito’, riferito alle estensioni, significa solo che esse sono tutte ugualmente (democraticamente!?) ‘incomprensibili’ ai loro confini. Si è ormai scoperto che questa incommensurabilità è perché il tempo resta fuori. Dopo aver sequestrato il tempo nell’assoluto la coscienza si avvale, senza saperlo, di sfondi differenti, angoli appartati in una rete oceanica di nostalgia. Ma non è l’inutilità della bellezza, è il destino della ‘sete’. L’ Insaziabile Dio.

Il tempo assoluto genera l’illusione di mondi alternativi di differente natura. La coscienza ne enumera la contabilità. Invece (!!): l’attività mentale senza coscienza non ha caratteristiche razionali e non scinde il mondo tra universi spaziali e temporali con artifici newtoniani. La visione del sogno è un azione densa immediata e tumultuosa che soffia sul fuoco del risveglio. I rametti della prima luce crepitano e il proprio nome è ricomparsa, che non trae origine né dal ricordo né dall’esame di realtà.

Impossibili da localizzare nel ‘tempo’ del corpo addormentato, quando sia che le figure sono sorte nessuno lo sa. Esse, evidentemente, hanno assorbito il tempo in sé stesse. Sono genericamente figure di baleniere: solcano nuvole di sabbia sottile e la narrazione si diffonde su distese tanto solide quanto illimitate. La parola ‘storia’ si frammenta nei tratti della sua forma scritta, e con quei tratti ricade sulla testa di uomini e donne alle finestre, di altri sui ponti ad attendere, comandare, interrogarsi, scrutare.

Si posa sul deserto battente del respiro, e scalda col fiato le persiane dei nostri cuori, e gira il chiavistello nella toppa dei teoremi fino a che qualcuno si innamora perdutamente ed altri, più opportunamente, tradiscono le attese per rivoluzionare il mondo.

Il primo sogno si dovette confrontare con le ombre del bosco dei bambù. Bisognava distinguere il pensiero di sé dalla materia di sé, e questo impegnativo iniziale ‘esistere’ dall’idea del mondo oltre sé: compagni dormienti esposti alla natura inanimata degli alberi e della luce. Assistiamo all’illuminazione progressiva del mondo. La sua ‘bellezza’ -o il suo ‘orrore’- paiono essere il riflesso della calma o del terrore al risveglio. Il risveglio è la prova del pensiero e dell’identità tanto quanto la facilità di dormire.

Questo vuol dire che la ‘creazione’ divina del mondo naturale rinasce soltanto NELLA (cioè ha la natura DELLA) realtà della luce generata in noi da una nostra rappresentazione fugace.

Non c’è dubbio che, un tempo, il sogno del risveglio non dovesse essere diventato già ‘ricordo cosciente’ e che invece fosse consistito  nel deporre e nascondere, tra le foglie e i rami del bosco di bambù, la preziosa diversità degli esseri umani.

Adesso, nel ritrovarne qualche traccia, veniamo presi da incanto. In tutto questo incanto la scienza, seppure magistralmente, non fa niente più che scuotere la rugiada del sottobosco. Non starò a spiegarti….


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