l’amore dopo tutti

11 Settembre 2017

lunedì 11 settembre 2017

te come un luogo

Quello che chiamo ricerca ha scavato dentro di me divenendo una caverna inseparabile dalla montagna in cui le acque l’hanno scolpita. Le pareti sono la roccia su cui muovo le mani cieche. Non è che un’idea l’infinito: vuol dire che non si avrà il tempo necessario ad accarezzare la scabra superficie. Non sarà sufficiente la vita per concludere.

Hai scavato dentro me ogni volta che t’ho pensato. Il modo come percepivo la tua assenza fisica è quello che parlandoti restava escluso. Di questo mi sono arricchito e con quel pane mi sono nutrito e smagrito: per non dire consunto.

Frequento te come un luogo. Con l’esperienza di uno speleologo che vede bene come al negativo una grotta sia cielo e limpidezza. Nello stesso modo che parliamo d’una passione indicibile così la ricerca scientifica sulla specie umana tratta l’argomento agognato: quali possibilità abbiamo ancora di essere migliori. (Nella scienza, come in amore, si scava).

Il pensiero scava solo un po’ sul fuori di noi, e quasi esclusivamente dentro di noi. Questo fa anche l’amore. Però ci vuole una sostanza di contenuto. Altrimenti è solo apparenza.

Ci sono in certe persone riserve risparmiate per ogni nuova fine, per giustificare il sentimento di ogni inapparente morire: quando in strada ci si lascia per andare via e si diventa improvvisamente differenti perché non siamo più noi e in aria resta un brusio di tela lacerata e i visi corrucciati e una serie di rimbalzi e sussulti, dentro, invisibili se non sulle labbra morse dolenti.

Sapendo questo qualcuno, pochi, cerca costantemente, con attenzione, nella farmacia del tempo e si fa l’impasto officinale per quando viene il dolore della novità, quando si ripete come sempre la fine dell’amore e la scoperta geniale: si prepara alla fine del mondo.

Consumata l’aria nella stanza siamo agli abbracci ed eccolo il capolavoro del pensiero che si genera da un prima di quasi niente cui le scoperte e la fine del mondo ci hanno ridotti: il capolavoro della nostalgia improvvisa ci afferra alla vita in una certezza d’essere posseduti la stretta non più mortale ci tiene su anche se il dolore talvolta ci consegna all’eternità dei giuramenti tardivi.

La passione che scava nella sostanza è comunque indispensabile.

C’è, alla fine, un’Eco senza fine, un proseguire a pensare e amare di nuovo scolpito su lame di roccia. Una figura invisibile, un rimando urlante di materia esclusa che puoi sentire esistente sulle nostre mani, quella polvere di marmo esito degli scavi alla ricerca dell’amore e della verità.

Io ho imparato solo il tempo della distanza quando provoca un pianto commosso che si spande intorno e mostra un essere affranto e sognante ma non poi così fragile.

Appena dolente immagino oggi la pelle arrossata dei figli e degli altri miei amori ad ogni loro rinascita: a guardarli ho in mente un fermento di pensieri non figure di somiglianza e l’immagine di me al loro cospetto non è lamentosa né piangente.

È un amore grande, l’amore che viene ultimo: dopo ‘tutto’.

 


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Radio Londra
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