una felicità guarita

19 Luglio 2022 Lascia il tuo commento

Preferisco il nero.


In principio fu il nero del tuo abito
che metteva insieme un induscutibile rigore nel tener fuori uno scialbo esterno per proteggere la tua sottostante soave nudità. Eri seta e carbonio alla Festa d’Inverno. Al collo la collana di roccia bituminosa annunciava una felicità guarita, sdegnosa dei detrattori.

 

Ma non è in queste seducenti circostanze che si genera quella mia inclinazione.

 

 

C’è qualcosa di primitivo in ogni preferenza. Un motivo non occasionale e non ragionevole.

 

 

La mia consonanza coi colori scurissimi si intona con la matrice organica del pensiero con il buio dei parenchimi cerebrali e l’oscurità cieca della materia in cui si genera la vita mentale in un tempo precedente a tutto dove si accende la scintilla di una iniziativa per cui, mi dico, ogni azione memorabile risente di quella oscura prevalenza.

 


Dal buio è la luce che si accende nel buio. Dal nero si impara che è nero.

 

 

Materia e pensiero stanno ai margini della realtà. Ma ci sono un luogo e un momento in cui la materia diventa pensiero e poi forza motrice dei comportamenti. Il pensiero, a tale estremo, recede dall’indefinito e come atto o parola entra nel mondo.

 

 

Nero non è né arroganza né inferno. È l’alone sacro della materia da cui deriviamo. In questo senso ribadisce un’origine che senza scomodare ogni pena ci toglie l’obbligo d’essere grati a una divinità.


lana fina
il sogno, essere altrove

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