“The Gifted Ancestor: a proposito della memoria di fili tra le dita di un cieco.”

14 Ottobre 2022 Lascia il tuo commento

Il primo anno è nostro ante-nato. Nato prima che potessimo dire ‘noi’. Nato subito.


Gifted ancestor, 
si potrebbe dire di quel nostro dotato precursore, per affermare che la vita è precocemente tutta nei margini di significato e di densità di una originaria dote, e si svolge attorno al nucleo fluttuante di tale assegnazione che contiene e contempla quello che è per noi e quello che non lo è e che la vita è in dote ma 
non è mai un regalo: perché la nascita inaugura una funzione qualificante l’estetica di specie, che si aggiunge al fatto biologico di una gravidanza aspecifica e informe, e dopo noi siamo la storia di quella irreversibile attribuzione, e, acquisita quella specialità (che non si può rifiutare), restiamo nell’ambito di un compito da esaurire.

 

L’implicito di specie fa la prevalenza dell’inutile, la distratta bellezza, e altre catastrofiche precisazioni per mai più tornare.  

 

Bene.

 

E dopo, per come siamo fatti, la vita è nostra. E soltanto la vita per la quale siamo fatti ci tocca. E solo quello che letteralmente ci tocca (che cioè viene in contatto con noi per affinità e coerenza) ci appartiene. E poi diciamo che è nostro ciò che, a sentir bene, al contrario ci possiede per affinità ‘di frontiera’, per un risuonare interstiziale. 

 

La vita, per come nascemmo, fu informata delle nostre peculiarità. Già l’identità era la nebbiosa istantanea d’una mappa di tutte le nostre prossimità possibili.

 

Così un giorno alcuni, non tutti, ci riapproprieremo di margini, cartelli di direzione, opere di urbanizzazione, scavi archerologici, e impianti di raffinazione e produzione, e fabbriche e istituzioni, e scavi scalate miniere e grattacieli, e avvallamenti e saloni e tuguri e tetti fradici, e deserti di sale, e stazioni meteorologiche che sanno misurare esattamente lo stato del microclima locale, e antenne ricetrasmittenti che auspicano annunciano prevedono e rimpiangono (come profetesse nutrici) tutto quello che è in atto.

 

Ma non tutto possiamo. Non possiamo oltrepassare la non esistenza dell’infinito, e però possiamo spingerci avanti con estenuazione. Puoi vederci sedere in giardino, guardar discolorare una singola giornata, e scoprire in noi che non basterà la durata della biologia a schiarirci la mente dai mistici entusiasmi, per arrivare a dirle con poche parole che, al morire del giorno, esattamente lei c’è venuta in mente e da allora non è andata più via.

 

Allora si capisce che la foschìa ultima ride su ogni singola cosa. Che siamo animati ad ogni distrazione dalla voce di un precursore. E se, negli anni precedenti quel giorno, avremo evitato il rischio di perderci con troppo anticipo in spiegazioni, avremo finalmente da dire la sola parola che conta. E un’altra, da risparmiare, da tenere per dopo, di sicuro non ancora ben chiara.

 

“Sarebbe bello amore..”

 

“Lo è stato, bello. Il futuro che ti lascio è memoria di fili tra le dita di un cieco.”


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il viso tra le mani
un difetto di conoscenza sugli antecedenti della ‘coscienza’

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