Storia non proprio d’amore 

 

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Un poco di storia non proprio d’amore. Un po’ di consolazione durante la ricerca che porta alle parole della vita mentale: parole che restano per tantissimo tempo senza riscontro. E alla fine di certi giorni c’è un senso di rarefazione eccessiva della propria attività e non si sa mai del tutto e per parecchio tempo ancora se quel disagio corrisponde (fosse in corrispondenza) non solo alla resistenza indispensabile, anche a decisivi cambiamenti. Sono le traversate del deserto in solitudine: l’unica immagine. E’ quando la chiamata in causa della realtà affettiva dei propri rapporti dice che tuttavia non è sufficiente il legame a fare tutto quello che si deve fare. Così per una volta l’amore non è sufficiente a dire della ricerca sul tempo e sulla fine del tempo. Che alla fine del tempo c’è l’origine di un tempo differente che è la nascita.
Nel 1999 Julian Barbour pubblica “The End of Time”. Einaudi nel 2000 traduce e pubblica nei Saggi “La Fine del tempo”. Io ho nelle mani l’edizione del 2011, la settima. Stampata a Cles (Trento). In copertina un fotomontaggio dove si vede Saturno e i sei pianeti della luna, da una ripresa del Voyager del 1980. E si legge come sottotitolo “La rivoluzione fisica prossima ventura”.
L’inizio: “Davvero l’idea di spazio tempo può essere sbagliata? Detto in altre parole, a livello più fondamentale: cos’è il tempo? (….) ero prigioniero di questa domanda – e lo sono ancora. Richard Feynman, con uno dei suoli motti di spirito, disse una volta che ‘il tempo è quello che accade quando non succede nient’altro’. Dopo pochi giorni di meditazione io ero invece giunto alla conclusione opposta: il tempo non è che cambiamento. (…) La fisica doveva essere rifondata basandosi sull’idea che il mutamento misura il tempo e non viceversa: il tempo non è una misura del mutamento.”

La fine: “Ognuno degli istanti di cui facciamo esperienza è una creazione separata (nascita), l’atto sempre inaugurale dell’esistere, a cui dà vita il raduno di tutti i tempi. (….) Gretchen Kubasiak mi ha fatto conoscere un concetto della filosofia aborigena che, a parte l’idea che siamo visitatori, concorda con questo pensiero: ‘Siamo tutti visitatori di questo tempo, di questo luogo. Siamo semplicemente di passaggio. Il nostro scopo qui è osservare, imparare, crescere, amare. E poi torniamo a casa.’ No, casa nostra è qui. Una volta Mach commentò: ‘Nel desiderio di conservare i nostri ricordi personali oltre la morte, ci comportiamo come l’astuto eschimese che rifiutò con tanti ringraziamenti il dono di un’immortalità senza le sue foche e i suoi trichechi’. Neanch’io farò a meno di loro. Come voi io non sono nulla e tuttavia sono tutto. Non sono nulla perché non c’è un canovaccio personale sul quale sono dipinto. Sono tutto perché sono l’universo visto dal punto, imprevedibile in quanto unico, che è me stesso ora. C’est moi. Sono destinato a rimanere. Tutti osserviamo il grande spettacolo, e vi partecipiamo. L’immortalità è qui. Il nostro compito è riconoscerlo. Alcuni ‘adesso‘ sono emozionanti e meravigliosi al di là delle possibili descrizioni: è questo il loro dono supremo.”
Io per me ricordo che avevo scritto: “Resto sempre colpito dal fatto che nessuno parla mai della nascita del pensiero. Del pensiero alla nascita. Forse noi nascendo stabiliamo il tempo inteso come senso di origine. Per altro è addirittura evidente che il tempo non esiste come realtà di oggetto fuori di noi. Che con i sensi non si può avvertire. Che invece è assi probabile che esso ci sfugga proprio perché si origina con noi. Dipende dal fatto che certamente noi non siamo che un cominciare continuamente. Un ricominciare in ognuno degli infiniti stati probabili coesistenti che fanno un universo senza ‘verso’ composto di infinite autorappresentazioni legittime e differenti.”

Dunque leggendo per intero il saggio di Barbour, ritrovo quanto emergeva da una ricerca differente, una terapia, come si dice. Scopro una qualche convergenza con certe scoperte della fisica che fanno riflettere che la conoscenza della realtà delle cose ci lascia ben poca libertà di argomentare a piacimento secondo ‘pareri’ nel procedimento del lavoro scientifico. Penso in proposito al tanto decantato qui ed ora del metodo della seduta, e a quale contrazione esso viene sottoposto. Sembra che bisogna sospettare che ripensare e rifondare praticamente tutto sia possibile. Poi “Ognuno degli istanti di cui facciamo esperienza ” come “creazione separata (nascita)” e “atto sempre inaugurale dell’esistere” ricrea il nesso che resti viva la proposizione nel 1972 (Istinto di morte e conoscenza).

La ricerca sulla scoperta della nascita umana compare attorno al 1970. Ha la conoscenza ed ha la caduta del discorso sull’istinto come attività operante nell’ambito del pensiero umano non cosciente. So che la complessità delle rivoluzioni nella scienza psichiatrica e fisica non ridurrà tutta la ricerca dell’una all’altra e viceversa. L’ adeguamento delle scienze umane alla filosofia naturale derivante dalla visione quantistica delle ‘cose’ risulterebbe impossibile. Però non credo che molte teorie sopravviveranno, se Barbour ha ragione. Mi pare che l’istante del 1970 comunque permetta di porsi ancora la domanda “Come si può non restare perplessi che sia dato per scontato che l’attività umana di nascita non venga arricchita di implicazioni per la fisiologia mentale? Non indagare su eventualità di asimmetrie decisive?”


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Elefanti rosa storia di una favola cui cambiamo il finale 
Metodo scientifico

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