steppe (un cuore alla catena)

31 Maggio 2011 Lascia il tuo commento

steppe (un cuore alla catena)

Sulle zone esterne della superficie di un ampio tavolo nero — si stendono una serie di libri che occupano posizioni abituali e sono volumi che ho letto in parte — che contengono poesie che stupiscono per la loro sintetica bellezza e storie che ti chiedi quale potente fantasia sia riuscita a congegnare e figure — riproduzioni di opere pittoriche strabilianti la maggior parte non troppo vistose e semmai soltanto belle nel tratto e nella composizione cromatica ma non di più — perché non cercavo altro che una compostezza possibilmente stupefacente.

Ci sono fogli scritti e fogli che non sono scritti perché a volte scrivere non mi riesce — non mi riesce come mi pare necessario perché a volte sono tormentato dalla presunzione di poter arrivare ad una forza espressiva che penso dovrebbe rivelarmi a me stesso con la chiarezza delle parole — con una chiarezza più chiara di come non risulti a me la mia stessa immagine e lascio proprio per questo – per costringermi a non esagerare con la presunzione – i fogli non scritti insieme ai fogli scritti — e i fogli scritti peraltro hanno poca importanza perché ho letto in alcuni di quei libri distesi attorno al grande tavolo nero che il massimo della possibilità di dire (dire tutto e forse tra altre cose assai più rilevanti se proprio vogliamo dirlo anche quello che siamo) sta nel frequentare i margini della nostra identità dove infinitesimi grani di materia – come particelle – si muovono verso lo spazio che ci circonda e vanno e vengono e una musica rimbalza tra noi e l’esterno ed è quando diciamo di essere particolarmente attenti e sensibili ‘ — oggi sono particolarmente sensibile — ‘ diciamo in silenzio a noi stessi.

Le nostre circostanze in effetti sono piene di quelle confidenze silenziose che ci prendiamo – sia con noi sia con lo spazio che ci portiamo addosso attraversando la città e le stanze – e che anche io mi porto dietro muovendomi ebete attorno al tavolo nero — che è proprio molto grande e pieno di libri fogli scritti e non scritti. Dunque bisogna che dica che da tanto so che dovevo narrare la mia vita ebete — quella che vivo attorno al grande tavolo nero — il tavolo nero che è proprio fuori misura e che tuttavia è il minimo di cui ho bisogno per ricordare continuamente a me stesso che il massimo della presenza viene esercitato attraverso margini e spigoli nella disposizione che ognuno – diversamente da chiunque altro – riesce a dare al movimento — che si innesca come il mantello abbagliante della nostra pelle al fosforo — ai confini con l’aria circostante dove c’è uno scambio inarrestabile e discontinuo che  definiamo – con la consistenza metaforica di un arcobaleno – come transito dello spazio  generativo delle parole e delle sfumature delle parole e del timbro della pronuncia di ogni singola parola — e forse – addirittura – delle aree generative del pensiero. Sarebbe esteticamente assai più aggraziato identificare le aree generative del pensiero come aree cutanee — ma poi – scientificamente – si deve subito correggersi dicendo che invece — seppure proprio come su una pelle — in realtà la vita mentale si genera sulla distesa delle aree della biologia cerebrale.

Il tavolo nero ha una sua grandezza per cui si stende sopra tutta la stanza — occupa aree grandi — ma ciò che segnala è la necessità di rispettarne i lati che sono appena arrotondati e raggiungono un altezza che consente di sfruttarlo anche come scrivania – in certi spazi dove non sono né libri né fogli bianchi o scritti. Ed è di fronte a quegli spazi – dove il tavolo diventa scrivania – che metto i fiori — tulipani in genere — perché hanno quello che cerco: una compostezza che nel caso dei tulipani è esattamente stupefacente per uno scambio esatto di granuli di materia sensibile tra i petali e lo spazio attorno. Io cerco sempre di essere fedele a quel movimento di realtà fisica dove la materia quasi si sfarina e dove può essere solo immaginata ( direi sospettata ) — e la limitatezza dei mezzi di rintracciamento delle caratteristiche fini della realtà materiale esterna rende incerta la coscienza delle cose — e lascia scivolare via la nostra mano come a bambini sul mare quando mamma si è addormentata o si è perduta negli occhi di un ragazzo appena sceso alla spiaggia – perché mamma è ancora una ragazza – e siamo perduti — o fu a causa di nostro padre – che era un ragazzo anche lui – e si era distratto guardando lontanissimo le molecole dell’aria mossa sopra il mare da quaranta gradi di agosto o negli occhi di una non troppo appariscente — ma babbo sapeva riconoscere le promesse femminili tacite.

Dunque nell’elenco c’è il tavolo nero enorme i libri pieni di parole e di figure come riproduzioni di capolavori e le brevi aree libere su cui posso scrivere — poi ci sono i fogli scritti e soprattutto i fogli non scritti — e devo aggiungere che non si può e non si deve dire che i fogli non scritti sono fogli ‘non ancora’ scritti – perché potrei non scrivere mai più e addirittura – per certi versi – di certo molte cose non potrò scriverle comunque mai più  – per quanto io volessi dedicarmi anche solo a scrivere per sempre. Nell’elenco di cui si può scrivere ci sono le aree che fanno da scrivania – le piccole aree di pochi palmi di estensione dove il nero lucido del tavolo è proprio invitante come un area di parco marittimo con spiaggia scogli e resti archeologici di templi restituiti dai bradisismi. Ci sono dunque queste aree — di cui scrivo per definire gli spazi e i contorni di certi modi di vivere — aree su cui sembra che potremmo restare ad abitare per sempre e non pensare più a niente – perché le aree di vernice nera lucida eccitano il pensiero — dato che quella materia è così liscia che si coglie anche solo con lo sguardo e dunque fa una sinestesia — fa realizzare nella mente una carezza che sfiora le guance e la mano appena perduta che torna.

Di fronte al tavolo nero così liscio è nato il pensiero di una forma di vita ebete – e la scoperta un poco intuitiva che forse da molto tempo sapevo che dire della propria vita ebete attorno ad un tavolo sarebbe stato un rendiconto iniziale possibile — un rendere plausibile questo ricominciare a scrivere. Avrei dovuto scrivere che si sa che si ricomincia a scrivere quando si ricomincia a pensare — quando si ricomincia a pensare in una vita di sorrisi irrefrenabili e silenziosi e in qualche modo inutili dunque ebeti — sorrisi che non sono rivolti a nessuno forse solo alla superficie del tavolo nero.

E’ plausibile pensare – sorridendo a nessuno – che è per certe superfici così lisce che sono una carezza dello sguardo che si va nelle vacanze a ritrovare tutti gli amori perduti — pensare che in fondo è meglio che si vada alle vacanze a cercare tutti gli amori perduti e a cercare la sensazione della mano di mamma o di mio padre ragazzo che si erano distratti e ero rimasto del tutto libero e mi ero messo poco più in là a guardare l’orizzonte senza paura — pensare che è meglio andare alla vacanze a ricercare – piuttosto che alle spiagge desolate delle psicoterapie freudiane — che ti promettono che ritroverai la salute con le cose sapute e dimenticate  — meglio alle spiagge a ritrovare le cose dimenticate – perché attualmente ci sono dei dubbi in proposito alle terapie dell’abreazione del rimosso.

Si sta infatti sviluppando — a partire da forme di vita ritenute fino a poco tempo fa vite ebeti — la possibilità di dire — con linguaggio scientifico — che a partire dalla scoperta della vitalità alla nascita la mente non è costruita con la coscienza e con il ricordo e la dimenticanza è piuttosto l’avvicendarsi sognante e discontinuo di una serie di immagini corrispondenti a eventi primari della fisiologia dell’attività cerebrale — immagini che potremmo definire come funzioni di aree più o meno pervase dal pensiero durante il primo anno di vita —- e  non solo durante quel primo anno: perfino soprattutto già da subito nei primi istanti della nascita.

Per anni è durata una prospettiva ritenuta semplicistica — è durata perché adesso si potesse finalmente svelare che veniva accusata nel silenzio della coscienza delinquente e cattiva che sa nascondere la propria invidia — di essere ebete. Ora posso affermare che ebete è per anni sorridere ad un tavolo nero nel silenzio di una stanza – al cui cuore batte come nucleo di un’urbanistica di incantata grazia – la cultura differente dei tulipani — e una volta che mi sono tolto questa impotenza di confrontarmi con l’ebetudine di cui potevo essere stato ammantato — affermo a modo mio che nel primo anno di vita la coscienza non c’é — e allora non c’è una cosa saputa con la coscienza che poi potrebbe essere dimenticata nell’inconscio.

Attorno al tavolo nero ho avuto a lungo una vita ebete — e quello che mi ha salvato è stato pensare che quello delle cose sapute dimenticate e ricordate è un affaccendarsi tra smemoratezza e vigliaccheria quando la coscienza non basta all’amore — e chiamare inconscio un pensiero dimenticato è una frode. Non cosciente è il pensiero del primo anno di vita perché allora la coscienza non c’è — e la sua natura è di essere pensiero del primo anno di vita – con specialità che la coscienza non sa cogliere.

Ci sono i libri i fogli le aree scure che fungono da scrivania ci sono i tulipani —generalmente— perché i tulipani hanno l’inesauribile compostezza che amo e si dispongono precisamente secondo linee di forza che somigliano al pensiero del primo anno di vita — e per questo ho sempre pregato i miei amori di non dimenticare mai di mettere un tulipano sul tavolo. In verità avrei dovuto pregare tutti i miei amori di farlo — ma mi sono dimenticato di farlo e non ho pregato mai i miei amori di mettere sempre dei tulipani sul tavolo se volevano davvero il mio amore — non è una loro mancanza — è che io avrei dovuto fornire spiegazioni che non potevo fornire – perché tutto era prima del mio grande maestoso tavolo nero – che adesso ho sistemato nella stanza a ricomporre un secondo pavimento sopra il pavimento.

Ora ho la felicità di godere gli spigoli del pavimento nuovo — ho portato all’altezza della mia vita un secondo piano dove la vita diventa non più solo passi e andare e tornare e chiedere senza avere nulla in cambio — ma scrivere e anche leggere e imparare tutto ancora una volta e adesso che potrei chiedere ai miei amori di mettere sempre i tulipani sul tavolo ora ho messo da solo i tulipani sul mio bel piano scuro lucido e mi godo le lacrime di felicità della realizzazione personale.

(la foto del presente articolo è per gentile concessione di Cristina Brolli – http://cristinabrolli.com/gallery_view.php )


dopo mille e una notte ancora beve e ride e racconta gorgogliando tra pianto e febbrile amore
mi piace pensare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.