ripetitori

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Una superba solitudine. Un isolamento spavaldo per godere di quanto resterebbe comunque indisponibile. Dopo il punto avevo piazzato le antenne per fare il perno dei due archi. Il campione olimpico di salto triplo mi aveva disegnato l’anatomia esatta del polpaccio per l’ultimo slancio. Mercurio l’autostrada di sabbia per l’atterraggio.

Per il balzo intermedio mi affido sempre alla spinta ultima dei fianchi prima dell’orgasmo. La sospensione in aria dei percorsi aerei: fai conto la ricerca dell’incorporeo, la cerimonia del tè. Pura letteratura. Nel punto di arrivo dovevi esserci tu. Invece. Ho scivolato con le ginocchia tese avanti.

La parola dolce aveva la potenza scricchiolante delle ossa lunghe degli arti inferiori. Per adorarmi -sotto l’asse verticale dei ripetitori- serve una che sappia di medicina e una che abbia risolto la decifrazione dei geroglifici che le coronarie dipingono attorno al mio cuore. Dunque ho risolto facilmente la settima proposizione.

“Ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.” Ha il difetto degli amori infelici, dura tre parole di troppo. Tu eri il punto alla fine della frase e non la spiegazione del senso. Tu sei tu. Un soggetto amato. Sei ciò di cui non si può parlare. Sei. Ora questo sostiene la certezza della superbia e della spavalderia.

Alla cassa continua della biologia cerebrale – che e’ inarrestabile accordo con l’universo le stelle e la materia e l’energia del vuoto – deposito i miei sospetti ottimistici sulla definizione di VITALITA’. L’amore nasce da quei sospetti. Dimora nelle frasi brevi. E’ potenza dei pronomi. La sua fondazione e’ sul punto.

Non ha fine perché e’ geometria, pensiero astratto, realtà fisica come la realtà sicura della parola FISIOLOGIA. La fisiologia non e’ che un’idea di intelligenza delle cose fuori di noi. Sono atterrato sull’autostrada di sabbia ocra, portata qua direttamente dal deserto. Le ginocchia, ben puntate in avanti, sono isolamento e superbia.

Tu hai fatto scivolare le dita in profondità e hai portato le rotule fuori e le hai assaggiate come due pasticcini alle mandorle. Hai anche estratto il mio cuore e hai disegnato con la matita per le labbra. Io ti lasciavo fare. Alla fine ho cominciato la mia vita nuova. Mi hai provocato la sinestesia.

Ho chiamato tuo figlio con il mio nome e conosco il sapore delle nuvole. Credo di sapere cosa significa la parola ‘quark’ solo masticandola pochi minuti: significa che a volte basta. Che si ricomincia sempre. Che sulla spiaggia si potrebbe anche vivere: se soltanto. Che bisogna farla finita di chiedere. Spiccare il volo.

Che il pensiero e’ astrazione per legarci accanto gli amori per sempre. Che fa le parole in maniera strana, perché tu eri il punto alla fine delle frasi, di ogni frase che avevo pronunciato dalla mia presa di coscienza. Che non eri il senso della mia vita. Che me lo ero inventato che tu lo fossi.

Semmai nell’astrazione del pensiero tu eri LETTERALMENTE la mia vita. Eri le mie mani. Eri il salto triplo. Come dire che nell’astrazione del pensare il pensiero ha un eccesso di significati e infiniti possibili stati di esistenza. Quando arrivasti, io – che fa tutt’uno col mio pensiero – misi un punto e atterrai, dal salto, nel deserto ocra di sabbia.

Bisogna dire che l’uomo non e’ una macchia scomposta nella perfezione della creazione. Non siamo colpe che continuano a camminare. Siamo – così relativi a causa della soggettività del pensiero  – irriducibili all’assoluto disumano della divinità. Per amore, da millenni, noi continuiamo a fingere di aver capito.

Non è vero. E’ vero, semmai, il contrario. E’ vero cioè che -sebbene oppressi dal peso dell’insistenza dei ‘sacerdoti’ – tuttavia, non abbiamo mai definitivamente realizzato, nella mente, l’esistenza di qualcosa di altrettanto bello dell’imperfezione dell’identità. Noi siamo miliardi di amorose finzioni.

Sappiamo fingere, abbiamo plasmato le maschere che ci fanno tutti diversi. Dietro quelle artistiche apparenze sta l’uguaglianza della sapienza collettiva. L’universale umano è l’opposto dell’assoluto divino. L’idea astratta – l’immagine dell’altro lontano da noi – si oppone all’irrealtà dell’assenza di pensiero del religioso, che raccomanda il pentimento.


democrazia
la città dell’amore

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