polaroid

7 Maggio 2011 Lascia il tuo commento

polaroid

La matita dalla punta di grafite morbida si sfarina mentre disegna le chiavi. Si tratta delle voluminose chiavi dell’ingresso anteriore e posteriore della caserma, della porta all’estremità del muro delle fucilazioni, della sala mensa, degli uffici degli amministratori. Chiavi degli alloggi dei dignitari e dei figli stessi dell’Imperatore, appartenenti tutti alla cerchia ristrettissima del Comando Superiore della Elevata Gerarchia, e chiavi delle stanze delle Ragazze Pronte a Tutto Senza Paura e Pudore, che conservano naturalmente intatta una dolcezza incrollabile, per non essere mai corrotte dai loro comportamenti: che vengono loro comandati in forme necessariamente incorreggibili. La matita completa il disegno di tutte le chiavi di ogni altra stanza dell’avamposto sull’orizzonte, e si sfarina ulteriormente alla pressione dei polpastrelli che devono illustrare come, a questo punto, sul fondo azzurro elettrico-gelatina della foto delle nostre Polaroid, ci furono congiungimenti urlanti lungo molte linee di calore, e i corpi delle ragazze e dei soldati volteggiarono aprendo avvallamenti sopra le chiome di ulivo, e, gridando senza tregua, ingentilirono le crocifissioni e i roghi della passione amorosa, con l’aurora boreale di una amnesia collettiva. Le chiavi, sullo sfondo della polaroid scattata al deserto, pendono appese al filo che scende a picco da una frattura del cielo, perché qualcuno, da qualche parte nel progetto della scenografia, ha lasciato scivolare dalle proprie tasche un segreto con assoluta maestria e, per tale prevista distrazione, nel rettangolo di gelatina azzurra di un mondo infinito, la nostra felicità può essere degnamente rappresentata -senza altre ampollosità- come quel luccichio di ferri ben torniti, che oscilla assicurato saldamente ad un filo teso, costituendo la perturbante figura del Pendolo Cosmico. Da una fessura, sulla parte centrale del lato superiore dell’universo, il deserto e il paradiso vengono incrinati verticalmente, e la frattura si estende fino al primo piano della foto, su un rilievo di sabbia che è il nascondiglio di uno scorpione: il perfetto meccanismo di scatto di una coazione omicida.
Nelle polaroid che tiriamo fuori dalle tasche dei nostri attuali pantaloni da cammellieri, è tutto uno sfumare blu e indaco, e si vede appena la linea dei viandanti quando siamo partiti via dalla caserma un poco fuori dal tempo dove avevamo a malincuore lasciato i legionari con le loro amanti venute dalla città lontana, a interrogare il cielo equatoriale sulle strategie di accoppiamento più efficaci ad accelerare l’intelligenza della fuga e della ricchezza. In alcune delle gelatine si vede il pendolo cosmico che tiene appese al cielo le chiavi della incomprensione di tutto quello che continua ad accaderci, e si evidenzia, nella regolarità di una oscillazione rotante, la scienza del romanzo che racconta le vicende dei sospiri infuocati che vanno, dai toraci magri, su, fino alle nuvole basse dei dialoghi degli accademici che si scambiano dubbi sulla deserticità del deserto. C’è una delle foto – di quel viaggio che è stato il Viaggio della Vicendevole Consolazione dei Naufragati –  che sta, protetta, nel portafoglio gonfio di immagini di santi minori inutili a qualsiasi protezione di uno di noi che non volle mai dirci il suo vero nome. In quella istantanea fissammo, sotto forma di capolavoro, la potenza della contrazione che prende i muscoli delle braccia e delle gambe nella fase di eccitazione neuromuscolare automatica di un ballo incoronato di spinose disarmonie, che poi coinvolge tutto il corpo, e lo scuote, e si estende infine allo spasmo della mimica del volto dell’essere umano che pronuncia la prima parola nella storia dell’umanità, e festeggia la scarica alla punta sottile degli elettrodi infissi in ogni area cerebrale che saldano ognuno di noi, da allora, all’acciaio dei pennini e alla sapienza delle frecce ben bilanciate che colpiscono sempre al cuore. In foto scattate poco distanti da quell’attimo notturno, c’é un cuore infilzato come allo spiedo di rosticceria e l’intenzione dei pellegrini fotografi era di rendere poetico eterno e indissolubile l’amore per la scienza rigorosa della costruzione dei pozzi, e gridare dalla valle arida in cui eravamo venuti a trovarci dopo la cacciata dalla Caserma dell’Alto Comando ‘ Tirami via da questo tragico buco di sabbia scavato da secoli del mio mutismo ebete così simile a quello stampato con abbronzata evidenza sui volti dei generali delle nazioni imperialiste ‘. C’è una foto quasi completamente azzurra con la filigrana però dell’impronta di una mano aperta, che corrisponde a quando trentavamo di evocare con tale forma potentemente simbolica la comparsa magica e della levatrice -che ha la tempestività- e del fabbro -che ha il ferro arrossato ed asettico- perché ci eravamo tutti ammalati sui margini fangosi delle paludi, e tentavamo salassi che ci levassero la febbre intermittente, terzana e quartana, della malaria che, nel sostituirsi al tempo con successioni false nella loro bizzarra regolarità, ha la stessa malignità dei rami degli alberi che stracciano le ali degli angeli incautamente addormentatisi nella forresta. Una foto ritrae il pungiglione di una anofele appena uccisa che ha la forma perfetta delle cose della natura cattiva: lei fa un microscopico foro sulla pelle attraverso il quale gli Scienziati Cercatori della Carovana si imbarcarono nelle zattere dei globuli rossi percorsero le curve i salti e i vortici di vene e arterie fino ai tessuti delicati degli apparati interni e si riunirono tra loro sulle piazze interstiziali sui rami fibrosi che sostengono le architetture degli organi fino a planare sulla barriera delle membrane cellulari, per ridisegnare – attraverso le vie dell’infezione e della riproduzione dei microorganismi – una contiguità fisiologica ed una forma anatomica che curassero la febbre andando a attivare, con la ricerca, l’immagine della funzione sconosciuta della vitalità: che realizza il pensiero sano di un tempo generato all’interno di noi che ha un modo diverso dal ritmo guasto del tempo dilatato e sghembo della febbre. Cominciammo a fotografare l’espressione di ognuno che cadeva nel sonno, convinti che in quell’attimo di perdita di controllo sulla realtà esterna potesse vedersi il miracolo della fondazione di un amore diverso, che non è per il mondo o per l’altro, ma che si rivolge in sé, alla nascita del tempo di ciascuno. Sono, quelle, tutte foto di volti e sono tutti bellissimi, talmente belli che nessuno di noi ci si riconosce, e ce le siamo scambiate le une con le altre, le abbiamo adottate come ci fossimo imbattuti, nel deserto, in una tribù di quieti bastardi assonnati  che si fanno amare per quello che sono: perché non hanno nessuna traccia che li leghi ad un responsabile amore precedente. L’ultima foto è una foto del cielo visto dal basso e la linea dell’orizzonte non c’é, e non c’é il mazzo scintillante delle chiavi, e deve essersi scattata ‘da sola’ -diciamo così- in realtà per la contrazione della mano sulla scocca della polaroid da parte di qualcuno durante il sonno.

Essa mostra un modo differente di vedere, un modo dove il pensiero è attività mentale che racconta le cose come un corpo che si muove nel buio. Forse è quella la strada per arrivare a definire la vitalità come termine scientifico che appartiene alla medicina e che definisce e corrisponde alla realtà di una condizione specifica della bilogia umana.

ps: la foto che accompagna questo articolo e che in realtà incombe gettando minacciosi lampi di felicità su chiunque si accosti alla pagina è di una persona speciale che ama chiamarsi babycamera di cui non so niente se non che viaggia molto tra cielo e emulsioni geniali e che le capita di realizzare distrattamente capolavori….


realtà del mondo umano
il mucchio

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