palme

17 Maggio 2011 Lascia il tuo commento

palme

Divampa una aridità che liscia le ferite inflitte dalle palme mi ero arrampicato fino su in alto senza sapere come una piccola vedetta deamicisiana per via della solita spinta alle regressioni per via che nel poco mi ritrovo durante una ricerca di quasi trent’anni ho appreso a lasciar perdere la maggior parte delle seduzioni perché sono forme di violenza quasi sempre così mi tenevo alla palma e mi sono ferito una mano le foglie giovani non molto tagliano ma le vecchie legnose e secche si quelle sono come lame ed eccomi senza quasi più voglia di punti e virgole per non insanguinare il foglio.

Mi dicono che dovrei essere più socievole ma mi contento di poco anch’io mi sono chiesto se fosse autismo ma no perché dopo le ferite mi sono fatto curare dall’infermiera del reparto nell’ospedale nel deserto e sorridere mi sono lasciato e ci ho fatto anche un pensierino nonostante l’età, la mia non la sua, è bello vedere che il sangue delle ferite porta alla mente il rapporto sessuale possibile forse il lasciarsi curare la mano la scusa delle ferite per via delle foglie taglienti di palma vecchia e poi l’arsura della sete ha un erotismo siamo tutti operai sudati e assetati sotto il sole dell’imperialismo capitalistico tutti oggetti da fotoreporter delle ribellioni terzomondiste alla fine una ferita regala una dignità che un semplice rapporto da pizzeria o supermercato ma anche da aperitivo neanche ci si avvicna.

Oggi c’è una voglia di ridere e scrivere come si fosse aperta una chiusa della diga nella terra di mezzo oggi è tutto un essere assetati e dissetati meglio essere assetati e forse potersi dissetare in fondo non importa morire di sete è il prima la sete rovente le ferite lisce che dolgono ma non suppurano perché il sole arde e brucia i tentativi di aggressione infetta è arrivato questo sole forte ero qua nel deserto della tristezza umida piena di viandanti alle vie sacre e me ne stavo da una parte la mia meta non era il santuario non si sa perché alcuni non sono indotti a fidarsi degli dei e scrivevo in terra con un rametto di pesco secco sulla polvere pensavo non trovo i punti e le virgole gli occhi non ne tengono conto il pensiero non ha da eccepire guardavo la città e la strada piena di viandanti come se sfogliassi le foto nel mio raccoglitore a casa mia di un tempo.

La punteggiatura è una conclusione di tutto definisce serve a rendere il discorso ordinato facilita fa retorica io per mia potenza ho il sangue sulle mani rido sulla palma nel centro dove si dipartono le foglie grandi come tappeti quelle foglie palmate sto nel centro della figura a contrasto col sole sembro un ragazzino infilato nei capelli di un gigante rido per una mia ragione da poco per aver superato una incomprensione e mi inoltro scivolando nel cuore della foresta mi reinvento un cuore meno occidentale un cuore sahariano da legionario per incontrarmi con altri in vie diverse da questa dei pellegrini devoti una strada dove trarre spunto continuamente dal seno ricco delle infermiere disseminate sulle piazzole di sosta per curare i tagli sulle mie mani dovuti alle foglie secche di palma vecchia dove tutto ogni volta ricomincia per la disperazione dei penitenti.

C’è un dire in sospeso che riguarda due parole vitalità e immagine un dire ripreso sempre più frequentemente da alcuni assai avvertiti della scienza contemporanea sul pensiero degli esseri umani sulla genesi della stessa specificità dell’essere umani degli esseri umani e questo dire di vitalità e immagine necessita di una impudenza per essere affrontato dato che ha avuto origine nel tragitto tra il becco della cicogna e il nido di foglie sulle palme della mezzaluna fertile mediorientale e non si poteva far nascere la scoperta tra le fabbriche del nord invase dalle urla dei magnati del capitalismo imperialistico alla maniera degli zar dei re dei dittatori e dei papi e degli imam non si poteva semplicemente e è necessario adesso che si riprenda il fiato così ero andato in cima alle palme del deserto a cercare aria e mi ero ferito le mani e poi avevo avuto un rapporto di innamoramento con l’infermiera dell’ospedale del deserto ed era l’unica anima viva a parte me e i globuli rossi del mio sangue che precipitavano nella sabbia e poi sul pavimento di cemento bianco delle corsie ospedaliere nell’oasi.

Questioni africane e nordafricane e di stanze di cura e di preferenze in quanto al taglio degli occhi su certe forme di volti indecifrabili balenanti tra scintillìi di sabbiose passioni notturne e anche si tratta di certe canzoni per scuotere dall’immobilità lo scorpione domestico che pare dormire nella conca di vetro che gli evita di uscire per uccidere c’è di fatto nella tradizione di una tribù nuova appena scoperta la canzone che scuote dal nulla la morte e agita racconta di come il pensiero inoffensivo nomina il nemico racconta di come noi con la poesia irridiamo la vita quando diventa inospitale proprio perché diventa così cattiva e di come la fine il terminare delle cose vengono irretiti presi a loro volta al laccio tra le parole che dicono le idee così insieme tra pareti adatte noi possiamo dedicarci al cibo e alla conversazione compiuta mentre culliamo ogni irreversibilità tra le palme delle mani unite come un vassoio d’oro matasse di filamenti di una pianta velenosa che scivola qua e là sotto i nostri occhi buoni che consentono movimenti finissimi alle mani per non lasciar cadere neanche un grammo di sostanza poi riponiamo nelle gabbie di silenzio tutto quanto se viene il momento delle ombre da accarezzare.


forma di passione
la metà del mio cuore

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