onestà e rivoluzione

10 Marzo 2011 Lascia il tuo commento

onestà e rivoluzione

Quando persino gli amici più cari vengono a raccontarmi il loro dolore per un immeritato disavvenire perdo ogni superbia, se ne avevo. Forse dovremmo darci da fare per mettere le cose per il loro verso. Penso all’onestà come ad una favola rivoluzionaria.

Il tendone degli artisti costeggia la biblioteca tra pile di libri come palazzi. Io immagino torrone liquirizia storia e idee alla panna. Vado là a cercare la maturazione dei nomi di ogni cosa, da leccare, poi, sulla punta delle dita di una trapezista.

Indispensabile la sensibilità, perché il tumulto e’ corpo alla crema, e stanotte contiene la sorpresa di un travestimento. La sensibilità è attenzione e cioccolate da scambiare. Uno sfoggio di nobiltà a buon mercato? Ecco qua: “Riconoscere i propri limiti nell’ordine delle cose e’ una benedizione.”

In realtà ero qua già da un pò di tempo. Tu eri l’indubbio pensiero di adesso. Intanto ho lucidato il tendone dalla parte scura della luna. Ora avanzi sul piano della mia emozione. I tuoi fianchi. Io -se provo ad alzare gli occhi- il tuo viso e’ linee. Linee. Di nuovo.

Da una modesta ma dignitosa tempesta, arriva l’aria delle parole mosse dai tuoi passi sul filo. Le parole sono molto meno certe, nel gioco. Eri la’ : alla speranza, all’incrocio, sui tacchi alti da artista di strada. Il tendone? E’ lucido della mia allegria. Tu.

Ho nascosta, eccola qua, una memoria di tulipano per inaugurare il varo. Colpire il fianco alto della caravella in odore di altro e pepe. Per quello che posso pensare l’emozione e’ una generosa garanzia e una pretesa. E allora, adesso, doppio salto mortale, sorriso e alla fine a te gli occhi.

Io seguivo tracce nel mare. Abbi cura della mia deriva, che mi porta sempre un poco a sud del dovuto. Mi affascina lo spettacolo delle tue dita alle prese con lo scorrere delle ore. A volte ti offendo provando ad immaginare. Poi arrivi.

Si nuota sotto la mano di un tempo voluminoso e pieno: scivolando sotto il palmo facciamo muovere il mondo. Io devo scoprire molto più di quanto la mia superbia autorizzi. Il bilanciere è la linea dei tuoi occhi per resistere in equilibrio sul vuoto.

Indietro non si torna non e’ dis-significanza. E’ una licenza impoetica, la scoperta della rana toccata dal destino. L’incantesimo che il principe era un ranocchio e le parole solo pensieri. E parlare è tacere con armoniose alternanze. E tu ed io singhiozzi muti.

Se io sapessi appena un grammo, di questo impegnativo monte di cioccolato che e’ leggere le tue parole, sarei re del Vicolo Principale. Mi esercito: nell’universo prismatico del tempo apprendo le durate. Quella della parola ‘notte’ per adesso.

Sulla sella delle parole eccomi. Senza comando l’equilibrio si acuisce. Se poi tu. Possiamo di certo. “Se Poi Tu” : una buona linea di fondazione per le rimesse degli alianti. Capannoni grandi di legno e sabbia per ricoverare i dispersi. Poco più che ali smisurate.

Il tempo sempre attimi ma ora con meno indecisione. I rimandi diventano un po’ più di niente. Le frasi erano scritte. Tu. Avvenire. Una mattina nel buio dello spettacolo. Il nero dei caratteri è quanto resta dell’imprevidenza. Il bianco e’disporsi a te.

Il tempo e’ una traccia addosso che spinge le dita di panna a percorrere un idea sulla pelle e creare nella mente il profilo di ‘ridere’ e ‘cantare’. Leggo le tue parole e imparo. Puoi non crederci. Confido che mi lascerai rubare.

All’inizio ‘non capivo’. Ho messo in atto frasi brevi della durata di un respiro. ‘La mia misura’ ho pensato. Non voglio capire tutto. Voglio il cappuccino con la nuvola di panna con un ombra di casta ignoranza. E che tu sia il caffè. L’insonnia eccitata.

Non c’eri già più e con un inchino soave ho finto d’averti comandato io di sparire. E’ allora che ho realizzato il pensiero senza corpo della parola ‘onestà’. E’ rivoluzionario non trasformare in odio le vertigini della solitudine quando te ne vai.


incudini
sangue e miele

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