non sono solo gli asini a volare

15 Luglio 2013 Lascia il tuo commento

lunedì, 15 luglio 2013

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“Non Sono Solo Gli Asini A Volare”
©claudiobadii
per
OPERAPRIMA

Alberi di periferia. Crescevamo loro intorno così abbiamo avuto foglie cadenti con ritmo irregolare ma continuamente: come quando, prima del Grande Cambiamento, si dedicava il tempo a valutare i fenomeni di una agricoltura periferica con modalità di un aspirapolvere cosmico e curiosità di un radiotelescopio. ‘Spaziare’ era stata a lungo la parola che aveva coperto i modi. L’esperienza di infilare il giro di perle. Gli occhi strabici convergenti su quel microscopico forellino da centrare con l’estremità del filo di plastica, di un tipo ‘dolce’ abbastanza da sopportare gli stretti nodi divisori dell’oreficeria manuale che persegue la perfezione divina. La letteratura trasforma l’esperienza riscrivendo sotto forma di qualsiasi altra cosa tutta la vita. Ogni attimo di vita. Collane e telescopi si alternano senza posa e la materia del pensiero vibra al movimento dei cristalli di quarzo di un orologio. Fino a che qualcosa ci distrae che in genere è il sonno perché addormentarsi fa perdere le tracce. Ma il quarzo non smette. L’oro continua la propria azione minerale -come tutto quello che fa parte della densità in strati successivi ed ha un effetto non del tutto individuabile tra gli altri- e le parole si inoltrano proprio tra quegli alberi di periferia dell’incipit del paragrafo sotto i quali siamo cresciuti. Le foglie dei quali sono palazzi volanti che scivolavano in alto come negli esperimenti di fisica si spostano nello spazio i gravi dalle torri. Le mani degli scienziati, nel lasciare la presa e dare il via all’esperimento, si aprono in scintille. Crepitare generare svanire fondare civilizzare: i verbi, in generale, sono espressioni mentali di permanenza, atti trasversali che si spostano obliqui essendo, i verbi, avvenimenti di legature. Per questo i palazzi ‘miei’ non dovevano concedere l’idea di ‘andar giù’. I miei palazzi, il quattordici di luglio del 2013, devo ricordarmelo, corrispondono a scaglie d’oro con esteso e generale effetto afrodisiaco se si mescolano generosamente al caffè proveniente dalle piantagioni atzeche(*). Il dovere in fisica non è legge morale, è una scorza di acacia che corre lungo il filo spinato del campo profughi, non è secondo coscienza, non viene comparato ad azioni compiacenti, non ha un profilo sorridente ed è sempre plausibile ma non del tutto determinabile una volta per sempre per sua propria costituzione che si riflette nella costituzione stessa dell’universo e in fenomeni periferici e rivoli lontani in certi riflessi mentali dei risvegli. In questo scenario di impropri doveri ci sono libri che non si possono raccontare. Le parole in genere, se ben ponderate nell’atto della loro incisione sul foglio, si devono esclusivamente leggere, cioè scorrere con lo sguardo, senza pensare. C’è un surrealismo della letteratura. Una scrittura letteralmente surreale che non è fatta per essere ulteriormente raccontata. Un disegno che ci rimanda a noi. Oggi.

(*)invenzione letteraria o realtà? E’ in “Il tempo è un bastardo” – Jennifer Egan – Minimum Fax Edizioni – 2011


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