niente altro

9 Gennaio 2012 Lascia il tuo commento

 

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il linguaggio ha a che fare con l’indicibile. deriva dalla sfida con quanto “non si può dire” ma non si riesce a realizzare di dover “tacere” (*). noi chiamiamo coscienza il rischioso cammino sul filo tra i grattacieli della settima proposizione di Wittgenstein. di certo l’indicibile non ci è oscuro poiché esso è esattamente quello che siamo.

quello che resta sempre da dire di noi è l’oggetto del linguaggio.

è per altro facilmente ammissibile che il movimento silenzioso e i muti sogni sono, quelli si davvero, l’espressione clamorosa di noi. della nostra natura speciale. una natura umana che potrebbe tranquillamente lasciare il mondo ai venti tra le statue e le case. il dormiente potrebbe essere beatamente regalato, lasciato, dato a balia al mare e al sale. i popoli potrebbero essere donati al profilo delle forme splendenti di quanto essi stessi creano per sé senza posa. e quello che hanno creato resterebbe -assai meglio che nelle parole- espresso e contenuto nel sorriso e nelle altre mimiche differenti -e accessorie- della paura del dolore della esaltazione della gioia del piacere della perplessità dello stupore e della compassione.

il linguaggio è l’ultimo a venire. la scrittura del progetto e la sceneggiatura dell’opera sono sfarzose conclusioni e romantiche capitolazioni.

io non so dirmi né noi sappiamo dire (di) noi

io posso aggiungere qualcosa a quanto evidentemente sono. ma non dire mementre voi mi vedete assai meglio muovere piangere correre qua e là e dormire allegro e nel sonno procedere trionfante e rompere gli indugi per tirar fuori gli stecchi delle gambe dai lenzuoli e poi correre appena sveglio tra le sue braccia

il sogno è un sigillo di ceralacca. una macchia vermiglia tondeggiante con margini irregolari e questa nostra specie ha all’origine una cosa che essendo vita senza coscienza sembra ‘natura animale’ e poi rivela la propria assoluta differenza da quella quando viene il linguaggio verbale.

viene come un impegno preso tra gentiluomini. un patto da rispettare. il linguaggio un giorno dirà l’identità alla nascita. ma la nascita non si può dire perché la nascita è identità senza coscienza e il linguaggio sembra essere espressione massima della coscienza della propria identità.

la parola diventa allora un gesto di stupore e di grazia. la parola è una continua perplessità. dice l’inevitabile che nel linguaggio è l’immediatamente evidente. dice “il linguaggio è il figlio di tutti i propri successori padri e madri e dei propri futuri fratelli e sorelle

dice: “tutte le azioni di generazione del linguaggio, ogni volta che vengono coniugati con il femminile, assurgono alla sfera del canto e degli incantesimi. l’inconscio è la parte d’uomo di cui si parla in modi differenti dal canto e dall’incantesimo. la parte di cui si parla senza grazia né stupore”.

la definizione di inconscio è frettolosa e risulta priva di grazia ed affetto. questa parola disgraziata e priva d’amore ha confuso e sviato la ricerca. con essa un positivo che agisce continuamente è stato definito come in difetto di coscienza.

è evidente che è la coscienza ad avere una fisiologia imprecisa che si arresta per metà del tempo della nostra vita. dis-grazia e anaffettività sono gli speciali difetti del pensiero in stato di veglia. i chiari segni dell’impazienza e dell’impotenza.

la coscienza ha preso a prestito da millenni, per amministrare i propri pensieri, le cose della corrispondenza con il mondo. è un prestito misero, giusto per esaurire la contrattazione ai mercati generali. un pugno di monete in vigore dalle quattro della mattina all’imbrunire, quando si ripulisce il piazzale da spine di carciofi e squame di pesce spada.

ma ci domandiamo che ne è di te e di me e di quello che siamo, prima delle quattro dell’alba, e dopo la chiusura dei mercati. questo la coscienza non dice.

tu ed io siamo l’accordo che siamo conseguenze del sogno. che il sonno è il primae il dopo. che siamo primariamente il sogno e il muto movimento. l’agitarsi breve nel letto per dormire la sera. e al mattino il tendere le braccia al cielo a prendere il porcospino del pensiero.

siamo il sogno che è quanto non è mai accaduto. siamo la rappresentazione delle immagini del futuro. la creazione nell’arte. il ricordo di eventi impossibili.

siamo quello che resta alla chiusura dei mercati. siamo quello che precede l’apertura degli esercizi commerciali. il fuori dei palazzi del governo e della giustizia. le aree di parcheggio fuori dagli istituti bancari. siamo il mattino. siamo i figli nati da noi stessi. siamo oggetti del linguaggio. siamo spavalderia e pensiero differente dalla coscienza. narriamo lo scarto che ci divide da noi.

quando quello scarto si apre nella grande vallata dove lo sguardo si perde nella certezza di te: allora tutto cambia. la conoscenza è rapporto. l’indifferenza, il non rapporto nel tentativo di evitare la ‘depressione’ per la difficoltà assoluta della ricerca è non conoscenza.(**)

il lavoro, complicato per necessità e lieve per sua natura, consiste adesso nella lettura dei pensieri tuoi. delle tue conclusioni. cerco il tempo che ci vuole a portare a termine questo amore per te.  quanto so non basta più. è ciò che sapevo.

per la creazione del tempo agito le cose senza vita come marionette legate a molti fili. metto stracci su barbabietole. con il legno di ciliegio costruisco corpi segaligni di dittatori. dio finisce per essere un avanzo di fango. l’universo è il superfluo di terra nel solco della semina.

per noi ho lasciato le spighe di mais vestite con quelle foglie che le avvolgono fino alla fine della loro crescita, poiché il nostro amore è comunque una immaturità: pietre rose radici e nuvole.

la dedizione quasi autistica per il lavoro è un ordigno che somiglia all’amore. è in sé è già una detonazione. la misurazione attuata fino nell’ambito dei millisecondi rende pienamente legittima la scientificità del risultato.

il nostro amore, ridefinito e rarefatto secondo la regola scientifica, vive attimi di marionetta“.

ho a che fare con la parola ‘interpretazione’. so che le parole in forza all’interpretazione devono costruire le mani per lavare i volti. devono costruire altre parole attorcigliate per costruire corde sulle quali attraversare le attese in equilibrio da sonnambulo.

gli anni di lavoro (ciò di cui vado scrivendo) per il silenzio che li ha contraddistinti hanno determinato il sospetto di una assenza. il lavoro inerme fa un tempo cui si deve dare un significato. d’altra parte siamo in molti ora. non più come un tempo fantasmi. le parole ora sono tutti i pronomi personali singolari e plurali. sono anche altre: sono seggiole colorate, direi. così è stato che ci siamo seduti.

del tempo trascorso in piedi non c’è niente da preoccuparsi poiché abbiamo spina dorsale di vertebrati. c’è sempre stata questa benedetta stazione eretta a sostenere le parole. adesso ci sediamo per lusso di cortesia. per non offendere le attese. potremmo farne a meno ma il lavoro ben condotto concede certe facilitazioni. niente altro.

oggi il lavoro suonava così: la ragione cosciente non trova pace e si smarrisce poiché il risultato dell’indagine dice di una assenza della coscienza alla nascita. la coscienza cioè evidentemente non è sostanziale alla vita e allo sviluppo degli esseri umani per tutto un anno. con che faccia poi rivendicare la propria superiorità se non con il piglio di una usurpatrice.

(*) Il Tractatus Logico-Philosophicus è l’unica opera pubblicata in vita da Ludwig Wittgenstein ed è considerato uno dei testi filosofici più importanti del ‘900. il richiamo è alla settima proposizione. è un riferimento soltanto estetico per quello che mi riguarda. cioè legato solo al lessico e alla fonetica della formula linguistica che propone l’antinomia parlare-tacere. siccome però avevo in mente proprio quell’elegante formulazione bisognava citare la fonte di ‘ispirazione’ ‘poetica’.

Nell’ultima parte il Tractatus giunge ad una radicale definizione del campo di azione della filosofia: in particolare, suggerisce che ogni discussione metafisica cade al di fuori del regno del significato linguistico (“[…]no meaning to certain signs in his propositions”), e che “su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” (“Whereof one cannot speak, thereof one must be silent”).

(**)Massimo Fagioli “Istinto di morte e conoscenza” – edizioni: L’asino d’oro

 


La seconda nascita - Aldo Giorgio Galgani
valzer

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