nella idea di sparizione che consente che una cosa diventi un’altra cosa non c’è la distruzione né il nulla

24 Settembre 2022 Lascia il tuo commento

È una buona mattina. Forse tra poco le nuvole sparse lasceranno cadere la pioggia di poche ore. Forse domani le nuvole scure, che si sono affollate in settant’anni di aggressioni rabbiose e di negazioni e poi di annullamento sulla Scoperta della Nascita* e della natura del pensiero umano, diventeranno cumulinembi di una tempesta. Una trasformazione mancata in settant’anni sarà la somma dei voti di un giorno di elezioni.


Poi sarà la pioggia molesta e insistente che dovremo subire per chi sa sa quanto.

 

Dovremo studiare la natura delle singole gocce. Penso. E l’umore, che era buono, peggiora. Dovremo interpretare da domani ancora più di sempre. Interpretare immediatamente ogni piccola variazione di toni prima che un sentimento di estenuazione ci acciechi, lasciandoci sulle mani solo ragionevoli riflessioni di tattica e strategia a proposito di azioni variamente ma irreparabilmente distruttive.

 

Questi pensieri di ora appartengono alla antica e suggestiva letteratura che m’è rimasta nella memoria dei libri letti nella prima adolescenza che narravano le insonnie dei condannati a morte: pagine e pagine a dipanare gli attimi interminabili dell’ultimo giorno che precede l’esecuzione.

 

Sono pagine nelle quali si respirava e si respira tutt’ora l’umano coraggio di sapere della morte senza l’attuale diffuso narcisismo eroico. Senza alcun eccesso nelle attribuzioni di significato. Leggevo nelle parole la sintassi di una morale differente da quella cattolica. Leggevo il pensiero.

 

“Si muore e poi niente”.

 

Leggevo le pagine, poi alzavo gli occhi al soffitto perché c’era un piccolo geco silenzioso e rapido come l’intuizione che nella mente suggeriva una comprensione nuova e tornando sul libro le parole non scrivevano quello che mi facevano pensare. Quanto non c’era diceva:

 

“Non è il nero, la morte. La morte è l’inutilità.”

 

E comunque quei pensieri nati dalle parole lette sessant’anni fa vengono a curare la mia improvvisa tristezza all’idea di domani. Saranno anni in cui ci sembrerà inutile ogni sforzo di resistenza?

 

Ma le cose possono essere immaginate diverse e il rosso che diventa nero potrebbe essere rosso di nuovo: in fondo nell’infanzia già le parole unendosi in modi di poco diversi tingevano di rosso e nero, a seconda della sintassi, le pareti della cucina: unica stanza col tavolo grande abbastanza da dare rifugio a libri, e album in carta da ornato e geometrico, e quaderni per appunti.

 

La memoria, così, passa dagli occhi che leggevano, alle dita. Si forma il dato psichico della sensibilità tattile che cambiava carezzando la grana differente dei singoli fogli.

 

E allora la memoria della diversa composizione molecolare delle superfici si lega immediatamente alla memoria cromatica del rosso e del nero che tingevano le pareti di casa al variare dei timbri del pensiero emotivo che segue l’andamento di una storia.

 

I colori sono immagini senza figura ed è evidente (forse già allora lo era pur senza una consapevolezza) che il passaggio dall’uno all’altro colore era un movimento del mio pensiero al movimento del pensiero dell’autore che sottintendeva (o presiedeva al) la sua scelta di quelle precise parole che tornavano a me nella lettura.

 

Mi si fa chiaro in mente che il movimento del pensiero, caratteristico del passaggio tra le immagini, non è trasformazione di una figura in un’altra, tanto meno ha in alcun modo a che fare con uno spostamento di materia nello spazio esterno e infine non corrisponde ad alcuna attività intenzionale cosciente.

 

Il movimento del pensiero riporta la semplicità di avvenimenti della realtà psichica che, dai primi giorni di vita degli esseri umani, tingono le stanze di colori differenti al variare della luminosità e dell’oscurità dei moti affettivi dei linguaggi parentali.

 

Domani si voterà. Stamattina è un’insonnia prima del peggio annunciato. Mi godo la grafia che mi è stata cambiata dalla rieducazione dell’amore. Si volesse svelare il mio amore, nel mio caso, si potrebbe unicamente con indagini su segni trascurabili.

 

Solo nella epurazione di certe disarmoniche stereotipie grafiche della scrittura è la marca di un mio cambiamento. Solo là si rileva la novità anamnestica.

 

Guardo i grani di zucchero che scendono nel caffè mentre si affollano le cose nel pensiero e ognuna ne richiama altre che fuggono via perdute per sempre. E allora, rubando opportunisticamente la facile metafora, penso che nella mente la cosa avviene un po’ come lo zucchero si scioglie nel caffelatte e resta solo nella dolcezza e si può dire che è sparito nella sua forma granulare bianca frusciante come si poteva percepire con la vista. Sparisce ma non c’è da pensare che sia stato distrutto né che sia diventato nulla.

 

Qualcosa è diventata invisibile perché ha perduto la sua forma insieme alla sua consistenza. Ma il nulla non c’era e non c’è mai stato e niente è andato perduto (distrutto).

 

Così, seppure non proprio secondo quel tipo di processo fisico, qualcosa in me, per essere stato a lungo con te, deve essere cambiato in qualcos’altro. Qualcosa è sparito, che io non so nominare, per ricomparire sotto forma di grafia differente.

 

Confrontando due modi di scrivere un medico sarebbe autorizzato a diagnosticare la sparizione di uno di essi e la guarigione nella comparsa di una calligrafia nuova.

 

Ma ora la mattina è finita. Le lancette hanno girato diverse volte. Il pensiero del tempo trascorso è un serpente che si avvolge intorno al centro del quadrante dell’orologia e suscita un sonno quasi ipnotico.

 

Devo concludere. Devo scrivere la cosa più importante. Dire che nella idea di sparizione che consente che una cosa diventi un’altra cosa non c’è la distruzione né il nulla. Bisognerà cercare se sia in questa idea di sparizione senza il nulla e le macerie l’unica possibilità della cura del pensiero che aveva perso il movimento.

 

(*) Si veda : scoperta della nascita, Massimo Fagioli, Teoria della Nascita….


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