l’ombra della mia libertà

5 Gennaio 2015 Lascia il tuo commento

 

Čechov: «Voglio unicamente scrivere cento o duecento pagine e pagare in tal modo una minima parte del debito contratto nei confronti della medicina che io ho trattato, come sapete, da mascalzone […] Sachalin è l’unico luogo in cui sia possibile studiare una colonizzazione compiuta da criminali […] è un inammissibile luogo di sofferenze […] l’intera Europa colta sa chi sono i responsabili: non i carcerieri, ma ognuno di noi» (…) Il lunghissimo viaggio di 11.000 chilometri ebbe inizio il 21 aprile 1890 in treno da Mosca …. L’11 luglio raggiunse finalmente Aleksandrovsk il capoluogo dell’isola di Sachalin.(….) Ripartì per nave il 13 ottobre e il 1º dicembre sbarcava a Odessa. Il frutto di questo soggiorno nell’isola dei forzati si farà attendere a lungo, perché Čechov vi lavorò a tratti e di malavoglia. Ne venne fuori una relazione fredda e arida che non inquietò il governo e che nulla aveva a che fare, come qualcuno aveva sperato, con le dostojevskiane “Memorie di una casa dei morti”. Dalla fine del 1893 L’isola di Sachalin fu pubblicata a puntate su «Il pensiero russo» – non a caso una rivista liberaleggiante – nell’indifferenza generale e dello stesso Čechov: «Ho pagato il mio tributo all’erudizione e sono lieto che la ruvida veste da forzato sia appesa nel mio guardaroba letterario. Che vi rimanga!». (Così leggo su Wikipedia in proposito del libro “Viaggio nell’isola dei dannati” di A.Cecov.)

Approfondendo trovo sull’archivio di “Repubblica” in data 14 settembre 1985 l’articolo di Lucio Villari “Cecov nell’isola dei dannati”. Lo storico scrive, diversamente da Wikipedia, di quanto l’esperienza della visione delle torture e delle violazioni su uomini e donne abbia invece profondamente mutato l’atteggiamento di Cecov rispetto all’etica della sua produzione letteraria e al ruolo politico della letteratura. Ma quello che mi ha colpito, perché riguarda una necessità di legare la mia ricerca sull’ineguaglianza con qualcosa o qualcuno per non restare isolato, è la citazione di Cecov tratta dalle prime pagine del suo libro: “A causa della differenza dei climi, delle intelligenze, delle energie, dei gusti, delle età, dei punti di vista, l’eguaglianza fra gli uomini è impossibile. Si deve pertanto considerare l’ineguaglianza come una legge inflessibile della natura. Ma noi possiamo rendere questa ineguaglianza inavvertita, così come non ci accorgiamo della pioggia o degli orsi. In questo senso fanno molto l’educazione e la cultura”. (Lucio VIllari aggiunge: “Questo pensiero di Anton Cechov, del 1891, si trova nel primo dei quattro ‘quaderni’ che egli ha lasciato come preziosa testimonianza intellettuale e umana dei suoi ultimi anni.”).

L’uguaglianza imposta è una ideologia. Ci sono politiche che si esercitano in forma di pratiche di legittimazione di tale ideologia. Ci sono burocrazie culturali. E capi politici che esercitano con goffa violenza il loro praticantato rivoluzionario.

Cercavo un po’ d’ombra, una frescura. Pensavo allo snodo in cui si ottiene, da una striscia di carta, un anello di Möbius. Mi chiedevo se esiste in natura l’anello di Möbius o si tratta solo di una invenzione del pensiero umano. Cosa esattamente è nel pensiero “ruotare di cento ottanta gradi una delle superfici per affacciarla all’altra” e realizzare il passaggio ad una condizione differente? È come mettere al mondo una realtà precedentemente inesistente. Un mondo con uguaglianze, mi chiedo, potrà tollerare una trasformazione di quel tipo? La trasformazione si porta automaticamente con sé invariate le eventuali forme di equilibrio realizzate fino a lì… Oppure no?

Vagando ascoltavo una relazione alla Scuola Normale Superiore di Pisa (ben registrata su YouTube) di Giorgio Amitrano, (raffinato orientalista) dal titolo “Murakami e gli altri” sulla letteratura giapponese degli ultimi cento anni. A proposito di Murakami egli cita due dei suoi libri. Uno dei primi, “Il libro dell’ombra”. Uno degli ultimi, “1Q84”. Una conferenza dotta in cui si afferma in maniera assai circostanziata come “Il libro dell’ombra” affronti il problema del valore che i giapponesi attribuiscono appunto all’ombra che tiene uniti esteticamente, in termini concettuali e simbolici ma soprattutto pratici poi creativi, il nero della china nella scrittura, la delicatezza delle pergamene su cui si scrive e di quelle con le quali si separano gli ambienti della casa, il grigio che tiene insieme gli estremi della luce e del nero e giù giù fino alla scelta architettonica di confinare il bagno e i servizi igienici delle case ‘fuori’, in angoli ombrosi del giardino.

Ho trovato quella frescura, quel grigio, grigio che forse solo io ora noto come lo snodo attraverso il quale qualcosa passa ad altro differente ed opposto a quella cosa medesima. Lo snodo del pensiero che ruota di centottanta gradi il margine di una striscia di pergamena per congiungerla all’altro margine rimasto fermo.

Intanto lo studioso in conferenza fa notare che in giapponese la ‘Q’ suona come il suono del numero 9. Allora il romanzo “1Q84” contiene forse una citazione di Orwell e del suo “1984”. Una ‘citazione’ è un modo per dichiarare un tributo di riconoscenza ma anche una chiave di lettura. Siamo sempre di fronte ad un grande fratello nello scrivere? E dunque anche nel pensare?

Mi inerpico sulla strada a spirale che corre tutto attorno alla torre di Babele del senso. Col terrore di cadere. Ma la torre appare provvidenzialmente una città, perché nel libro di Murakami che contiene già nel titolo quel potente rimando ci sono altre due ‘citazioni’. Una musicale, la ‘Sinfonietta n. 3’ di Janacek (che trascuro) e l’altra letteraria che riguarda appunto Cecov e la redazione del suo viaggio a Sachalin, l’isola dei dannati. Il saggio appena riferito insieme a quelle righe sull’uguaglianza.

Per qualche strana via d’ombra sono arrivato, come si vede, a rileggere la mia stessa anima in snodi progressivi da me al mondo e dal mondo a me di nuovo. Maneggio virtualmente il mio nastro di Möbius tra le dita.

Già che ci sono chiedo a Google se un nastro di Möbius ‘esiste’ in natura. E mi imbatto in un sito “Academia.edu” e nell’articolo “Il testo e l’anello di Moebius: prime approssimazioni.” (pubblicato in : MODERNA, IV, 1, 2002, pp. 23-27) di cui riporto l’inizio:

“Si sa che il testo, e anzitutto il testo letterario, ancorché a prima vista sembri “una cosa triviale, ovvia”, si presenta di non facile definizione, tale è la sua carica di “sottigliezze metafisiche e capricci teologici”. Ciò vale soprattutto quando lo si voglia tradurre nelle astrazioni della pura teoria: cosicché, fin dal radicamento del suo nome in una pratica concreta come la tessitura, per questa sfuggente entità si è volentieri fatto ricorso all’artifizio della metafora. V’è chi ha assimilato il testo a uno specchio, costruendo, nel bene e nel male, le sistematiche della Widerspiegelung, della sua capacità di riportare aspetti significativi del reale (a rischio, talvolta, di cadere nel determinismo più bieco); chi ne ha parlato come di uno strumento ottico, rivolto ad indagare, attraverso le sue specifiche capacità d’osservazione – capacità di volta in volta selettive o alterative – , questo o quel particolare presente nel suo raggio d’osservazione; chi ancora (pur con l’occhio rivolto a possibilità definitorie di natura generalizzante) l’ha considerato specificamente quale messaggio, strutturato al fine di ottimizzare la trasmissione e la ricezione, anche a scapito dell’attenzione dovuta ai contenuti trasmessi. A me personalmente è accaduto tempo fa, in un saggio che trattava certe questioni di teoria letteraria (si riferisce al libro “Marx per letterati, sconvenienti proposte” -Meltemi edizioni – 1998) di utilizzare per il testo un riferimento all’anello (o nastro) di Moebius, termine col quale si indica, come è noto, la figura geometrica risultante dalla mezza torsione su se stesso di un nastro chiuso , la cui caratteristica più singolare è quella di portare su un’unica faccia i due versi originari (quelli che precedevano la torsione). Nel discutere l’annoso problema dei rapporti fra forma e contenuto assimilavo appunto il testo all’anello, in quanto costruzione che “sfida il senso comune dello spazio e ne rivela le leggi nascoste”.

In questa teologia culturale, nei gironi paradisiaco/infernali delle accademie, così va il traffico dei pensanti, così le precedenze agli incroci del sapere. Siamo in ambito di critica intertestuale. Credo di poter intuire che insomma l’argomento è che nessuno scrive se non una elaborazione di quanto ha letto e, se non scade nel plagio o nella pura copiatura, in qualche modo troverà pure una sua identità espressiva. Ma niente finisce, neppure un testo oramai concluso, poiché quando viene letto di nuovo (ogni volta) avremo una nuova proposizione del testo nella stesura silenziosa ma non passiva che ne farà il pensiero del lettore… fino a che il fenomeno della ricezione diventa parte integrante di ogni narrazione. L’uguaglianza, si vede bene, frana e si stende come una vernice trasparente e riposa sulla splendente linea di scrittura su un nastro di Möbius che corre di fronte agli occhi, spostando sempre avanti (o essendo sospinto da) la flessione di uno snodo che ha reso possibile sfumare sempre 1) la rigidità degli assunti espressi nell’anima variabile e imprevedibile di schiere probabili di lettori, e 2) la apparente nettezza degli assunti da noi letti nella pietà per le storie vibranti degli scrittori di cui leggiamo l’opera appena acquistata.

La rotazione di centottanta gradi di un lembo della fettuccia di carta corrisponde ad una azione del pensiero che riassume pietà e dedizione, erotismo e ascesi, voglia di te e certezza di poter restare per sempre solo. Attesa eterna e addio per sempre. Il tratto d’inchiostro resta per me, nel cosciente pensiero, la massima aspirazione a tacere. Un pensiero scritto mi libera dalle necessità di dirti sempre tutto e mi consegna a te dai lati della tua intelligenza che mi fa vivere e della tua incompetenza che mi darà la morte. I due lati sono uno. Come sappiamo. Il procedimento lineare non si avvale più della consolazione di lasciare sull’altra faccia quanto fisicamente si rassegna a restarci ignoto. Ruotando sul proprio asse longitudinale, la funzione creativa del pensiero, ha portato di qua ‘tutto’ o noi non siamo che frutti di una rotazione che il foglio ha compiuto col vento di ieri. Dico, in questo fotografarmi, che tuttavia finalmente ho nella rotazione degli ultimi giorni scritto ancora qualcosa, per non lasciarti sola, ed ho varcato la soglia con un passo.

Ma non saprei dirti dove fosse la linea che ora è scomparsa dietro l’orlo fluttuante del cappotto nuovo mentre avanzavo e scomparendo mi lascia un poco più libero cioè, amor mio, un po’ meno uguale. E un po’ più solo.

 


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