leggendo “I Signori Del Pianeta” di Ian Tattersall

15 Febbraio 2014 Lascia il tuo commento

 

 

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Lasciati gli alberi, dunque. Per dove, poi…? Pianura, spine, serpenti. Dalle mele e i datteri e i bruchi e le uova dei falchi a: non saprei. Non gli si è neanche dato un nome a quello che dovremo mangiare che cresce e corre. Dobbiamo imparare a fermarli questi corridori (armati quasi tutti). A distinguere lo zucchero dal veleno secondo le sfumature di colore delle bucce. Un mondo anonimo. Incomprensibile. Siamo qui a causa o grazie ad un sogno. Le cime alte al vento. La mia amica dice cambiamenti. Tempesta. Andiamo via. Lei è sensibile ai racconti. Anzi: parole è come li chiama. Parole! Dice, e io racconto. Ognuna è una cosa a se, per lei. Dunque il vento sulle cime. Non proprio cime. Chiome. Mi corregge. Ma correggendo l’errore, semmai lei interpreta. Perché cambia il senso della cosa. La sua grande e forse unica qualità è l’iniziativa di legare, a quello che dico, termini che prende dal suo mondo: che non è uguale al mio anche se è, in qualche modo, affiliato al mio mondo. Non è identico però le cose ci sono tutte le stesse. Sono le stesse ma stanno insieme in un altro modo. E così Il nome di una cosa presa dal suo mondo messa tra le parole che popolano i miei racconti accorda il discorso su una realtà differente. L’introduzione di un termine fa risuonare tutte le parole del mio racconto in maniera differente. Più chiara, in genere, ma non sempre a dire il vero. È successo anche che lei dicesse una certa parola e tutto era affondato nell’oscurità. In quei casi mi prende l’angoscia senza che possa impedirlo.
Dunque (lei ora): era il vento sopra gli alberi no? Si. E allora, siccome non sono aguzzi, siccome sono come fiori giganti, devi dire chiome che è la ‘verità’ (sorride). Il vento anche forte non fa oscillare le chiome distese parallele al cielo (spiega). E dunque (conclude) però vuol dire che, se lo senti fin lassù, il vento dovrà aver avuto una spinta grossa. Tempesta ti dico. Andiamo. (Inevitabile, a sentirla)
E eccoci a terra. Le anche dolgono. Arboricoli, ci viene da stare chinati per millenni di abitudine acquisita perché sui rami è naturale lasciarsi cadere da uno all’altro. A terra non è più così. Le anche come le abbiamo noi non sono adatte. Sediamo. Poi? Poi cosa…Cosa hai sognato dopo il vento… (Chiede). Oh, non ricordo. Allora è ancora peggio. (Sospira. Chiama la pazienza a rinforzo della mia ottusità). Perché. Perché è un pensiero sconosciuto che ti ha preso. Che devo aspettarmi non lo so (geme). Scricchiola con la voce, facendo il rumore che facevano i rami fino a ieri, quando erano distesi e stirati dal peso della nostra specie anfibia di aria e foglie ma che per grave inclinazione pende verso il terreno come fichi e prugne mature. E di fatto ci mancheranno soprattutto quei suoni del legno curvato fino a schiantarsi…quasi. Gli alberi per milioni di anni ci hanno soppesati ad ogni spostamento. Siamo stati in via d’essere lasciati precipitare da sempre.
Mentre penso così nostalgico lei ride spensierata. Ha una natura che io non capirò mai. Viene con me sembrerebbe però d’altro canto nello stesso momento e al contrario mi trascina con sé via dal bosco. Siamo per diventare ominidi adesso. L’abbandono degli alberi è causato dalla sensibilità alle parole di una femmina. Io non l’avrei fatto accadere. Certe cose proprio non le so misurare. Lei si.

Andiamo. Dico. Come se poi l’ultima parola lei la regalasse a me. Credo che sia affezionata alla mia voce. Per quanto sia lei che scopre quello che è consigliabile fare, lascia che sia io a esclamare la conclusione, a dire i comandi che ha suggerito lei. Chissà le piace sentire l’eco del mio pensiero uscirmi dalla bocca. Chissà ama non aver l’aria di prepotenza. Ama l’obbedienza di chi l’ama tanto da godere la gioia del consenso sempre. Io sono eletto nella notte il re delle schiere millenarie che percorrono le vie aeree di obbedienza. Io obbedisco con l’intelligenza dei rami sotto il peso delle sue scoperte e la mia voce che lascio muta, ferma, è la tromba dell’esercito. Io la seguo e in cuore ho la cavalleria del suono. Io sono lei che diventa suono interpretando e la seguo avanzando. E i passi invece è lei che diventa suono di una che segue e mi insegue costringendomi a capire. Sempre. Noi siamo quelli che dovranno decidersi a scoprire i segreti del pensiero che tace e parla non sapendo che dire dell’imbarazzo d’essere razza umana. Da oggi dunque inauguriamo il viaggio verso lo sviluppo dei caratteri anatomici adatti alla vita sul terreno. Ominidi. Cambieremo le abitudini.
Lassù la massa del corpo aveva un peso sempre differente. Le parole erano quasi inutili sull’altalena sotto il cielo. Erano gli scricchiolii a rendere pubbliche le decisioni. Ogni decisione un ramo. Qui a terra invece è noioso dato che il peso è costante, non varia. L’invarianza dei pesi è faticosa come il silenzio tra gli amanti. Temo che il silenzio, qua, diventerà doloroso. Anche se ora il dolore è fisicamente localizzato alle anche per reali problemi di anatomia. Forse qui serviranno ulteriori parole per alleggerire la fatica.
Andiamo. Lei si è di fatto già avviata. Io come al solito ho parlato al vento alle mie spalle. Là davanti si volta. Ride. Amichevole. Andiamo. (Ripete). Mima il tono maschile. Andiamo. Mi affretto. Intanto guardo in alto. La tempesta sugli alberi non potrà più farci nulla. Ci siamo legati alla terra. Della foresta potrò sempre venire a respirare il profumo. Da solo. Come dovessi tenermi questa piccola libertà di nulla. Muschio e ghiande cadute da quello che è stato il mio regno.


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il modo di amare è cambiato

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