l’acqua del mare sulle braccia

15 Giugno 2015 Lascia il tuo commento

 

Tira. Tira su. Come il cuore non ci fosse come essendo un organo integro battesse in silenzio eseguendo i comandi soldatino fedele. Il cuore è il rosso sulle barricate tra maschi e femmine della passeggiata domenicale. Durante la quale il fronte è un confine variabile secondo il numero dei morti e dei feriti ogni attacco ogni battaglia sferrata per avanzare sedurre poi fuggire lasciando una traccia indelebile nel cuore del ‘malcapitato’ oggetto di confusi desideri. I suoni a quella trincea sono acqua della pioggia che infradicia le divise e entra vibrando attraverso la pelle fino alle ossa. Le parole della canzone svaniscono dentro il microfono sotto le labbra rosse della rockstar e poi si condensano in nuvole d’acqua in cielo che è la mente di Dio. Il cielo è un mare con le sue isole.

Il mio pensiero di te è il mare occidentale. Ho ancora legna da ardere in fondo al mare. Ogni legnetto è un attore esperto. Abbiamo focolari alimentati dagli attori delle compagnie dei teatri stabili di grandi città capoluoghi di provincia. Recitano testi scritti per una diversa destinazione: non teatro, comunque. Tira. Tira su. Il cuore quando è integro batte inascoltato. Come il tempo senza amore e la vita infantile e la pura volontà con zero autocoscienza. Tira su. Tira su. Solo la morte, parola che pronuncia un’evenienza possibile, aggiunge al pensiero la necessità di prendere atto della propria natura fisica. Il sogno va ripensato. Dire di interpretarlo in un certo senso univoco è una limitazione. Quanto di fisico era nelle barricate di vernice rossa attraverso il corso delle passeggiate è una traccia di memoria somatica che detta le regole e le posizioni. Inconsapevolmente. Bisogna, invece, lasciare ai sogni la loro natura di transitorietà. Nell’ortodossia psicanalitica ha fatto irruzione la riforma della fantasia. Il vago senso di fastidio dei medici indisciplinati è diventato mezzo di ‘diagnosi per contro transfert’.

“Non torneremo mai più” sale alla mente. Si va via scendendo le scale degli appartamenti della cittadella della rivoluzione caraibica. Le stanze sono afose e aromatiche, celesti azzurro e indaco. Sull’unico ripiano della cucina c’erano centrini celesti ricamati accanto ad una vecchia radio a transistor. In fondo alla scala c’erano ad attenderci chiacchiere di pioggia a spolverare la strada e inghiottire l’arsura. Il racconto del sogno è un buon pretesto per esprimere il gusto di certi progetti. La storia reale è ovviamente anche drammatica perché non si poteva prevedere che questa popolazione rivoluzionaria se viene còlta di sorpresa coi teleobiettivi si mostrasse solo trasognata più che consapevole ma soprattutto, ancor oggi, piena di incredula tristezza. Solo la notte la vitalità dei balli nelle strade scaccia il sonno. Sembra amore a vedere da fuori. Ma non si sa cosa passi davvero nelle loro menti. In fondo noi occidentali, anche nella riproposizione dei miti, non siamo da secoli altro che turisti occasionali.

Nel sogno venuto le notti che eravamo sull’isola era rimasto il canto dei pescatori. Tira! Tira su! Invocazione di schiume e pinne di enormi pesci all’acqua. Piegati oltre il bordo della barca ci si affanna di curiosità con il naso e le labbra a lambire il seno dell’acqua fonda. Pescando pesci spropositati più lunghi di noi si scende nel significato buio del mare quando quella parola resa unica dal lavoro coi pesci sotto il sole a picco esplode sintetica nelle onde.

L’acqua su per l’avambraccio vibra nelle ossa. Il caldo fa il pensiero come un muro sulla cui scorza di calce si disegna uno scheletro e un torace di fosforo e catrame. Voci e scrosci e fischi di corde che risalgono dal fondo si ammassano sulle pietre degli emisferi cerebrali. Noi qua abitiamo nell’incertezza delle rotte verso i campi di pesca. La riduzione dell’esattezza delle misura è in proporzione inversa alla densità del colore dell’acqua. La chiglia disegna angoli continuamente variabili. Si riesce a pensare nel mare infinito alla realtà della natura fisica del pensiero che rende dolci di incertezza i confini della sua estensione.

Questa speciale ‘natura’ fisica della realtà mentale -priva tuttavia di automatismi ‘meccanici’- risulta evidente durante i momenti del voler dormire e del risveglio.

 


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