la lunga storia della parola (amore)

29 Novembre 2011 Lascia il tuo commento

la lunga storia della parola (amore)

Nello spazio infinito della sala con i muri spessi come mai se ne videro altro che nei sogni, si fanno avanti due rappresentazioni: l’idea di massa cerebrale come massa biologica in azione caotica e l’altra idea della incomprimibilità del tempo. Un po’ distratto poi ripenso che da due anni c’era nell’aria che respiravamo insieme con quelle persone – che non sono mai diventate tantissime – l’altra idea che il tempo riguardasse il pensiero perché anche il pensiero non ha nessuna massa: esso è, come si dice con la chiarezza delle evidenze scientifiche, ‘realtà non materiale’.

Mi viene alla mente che avevo pensato: ” Il tempo -che non ha una massa ma solo realtà ‘fisica’ di una rappresentazione mentale- deve avere, lui si, una natura non caotica e allora potrebbe essere il solo elemento in grado di realizzare una trama sicura per l’esame della realtà e il sostentamento del mondo”. Dico adesso a me stesso che dunque non è la solidità della realtà materie degli oggetti e dei corpi a fare una rete certa per intravedere e tenere insieme i continenti e te che mi traversi gli occhi con passi eleganti e promettenti:

“Chi avrebbe detto che le cose e i corpi amati, le carcasse dei miserabili che nessuno vuole prendere mai in cuore, e i seni delle femmine che abbiamo accarezzato, e  il pene eretto che loro costantemente desiderano e accolgono sciogliendoglisi attorno in un profumo che fa la vergogna impenitente e la vittoria che ci guarisce sempre della peste della astinenze da preti – chi avrebbe detto che non quello mai avrebbe sostenuto la potenza dei solai, né l’altezza sfrontata degli attici dai quali si esercita il peccato di superbia del linguaggio e dell’immagine che lo sostiene, insomma volgio dire: il tiro della balestra fino al cratere…”

Mi dicono: “Il tempo si misura con la luce, con la frequenza di una vibrazione di una cosa fisica che non ha nessuna massa”.  Così dicono le voci delle persone nella stanza dove ci ritroviamo da quasi tre decenni seduti di fronte e così tanto assidui che molti sono invidiosi di questa storia: di noi che non sappiamo smettere. Mi parlano del tempo restando incerti.

E mentre loro si riferiscono sempre di più al tempo -come si deduce dalla trasformazione accaduta alla forma dei loro sogni che sono divenuti brevi concisi densi senza una trama evidente ma capaci di far tremare la loro voce- io sento che se ne va la parola amore, si allontana, si nasconde perché è gelosa della parola tempo che avverte più antica, venuta alla nascita con l’insorgenza del pensiero. Ed io stesso, insieme alla parola amore come se mi fossi per un attimo confuso con quella parola… rivolgendomi a me stesso : “Il pensiero ha natura di tempo e allora forse si potrebbe scoprire che essi sono sinonimi di una stessa ‘cosa’. Forse potremmo se, appunto, sapessimo fare la ricerca fin quando risulti necessario”.

Io che sempre fingo di parlare d’amore ad un amore – ( dato che per fare scienza devo ersprimere una metodica inclinazione verso la certezza di esistenza e di conoscenza che chiamo ‘amore’ ) – io – quando loro pronunciano la parola tempo o semplicemente lasciano tremare la loro voce al suono dei racconti di sogni differenti da sempre – vedo la parola amore come una figura di donna che si allontana e pieno il foglio di segni di tristezza per esprimere l’immagine della mente. Perché quando resto solo l’immagine della tristezza è differente dalla scenografia di commiato e separazione dalla figura di lei che va via.

Ma fondo le basi nuove di futuro traversando la tristezza inevitabile di un discorso inevitabile anch’esso perché ancora il tempo non si è legato alla parola pensiero. Non ancora definitivamente. Non irreversibilmente. È un’idea per adesso. Non so dire però è un assillo grande quando le cose non hanno la chiarezza delle parole. Comunque mi salva il lusso della smagliante rete tessuta in fibre nere di carbonio della intelligenza che ho avuto in cambio di una costante marginalità. Mi protegge dalla disperazione e trasforma la luce opaca della precedente tristezza in tenebrosa eleganza di nero dolore . Trasforma in colore nero traslucido la superficie senza riflessi della confusione di trenta anni prima di ora.

Ora l’identità non pensa più in termini di coscienza e controllo e si distende.

Nella stanza dopo trenta anni mi raccontano che studiano e si laureano e che è difficile ugualmente. Che la malattia di un tempo non era peggiore della normalità con la quale devono fare i conti. Se riattivo la magnificenza dell’inganno amoroso io mento sorridendo, ma piango dentro di me e voglio che torni la parola amore. Ma non torna perché ora bisogna continuare la ricerca per trasformare l’idea del tempo che sarebbe proprio della realtà della vita mentale della specie umana: il tempo è creato dall’uomo alla nascita come pensiero che dopo torna sempre ogni momento. Per esempio è ricreazione della mente nel vedere la luce che tanto amiamo e che inseguiamo poiché la luce è l’orizzonte. Per esempio torna sempre ogni momento nel vedere svanire la luce oltre l’orizzonte dietro le linee amiche perché quasi sempre oltre le linee che la luce disegna sulla materia c’é un amore indimenticabile.

Lavoro sulla linea di separazione tra te e me. Su noi che sappiamo tenere accanto i ragazzini per interi giorni nelle vacanze estive e nelle passeggiate sul mare a Natale con il cielo bianco opaco. Lavoro sulla linea di separazione tra te e me sulla linea di orizzonte e, si capisce, lavoro su affetti che sono uguali a certi tagli di luce. Ho lavorato tantissimo senza parere per scrivere che l’orizzonte è espressione del rapporto tra luce e materia: che l’orizzonte è una velocità. È consistenza di relazione quando si è lontanissimi uno di qua e una di là dal cielo, di qua e di là dall’equatore, e l’orizzonte separa il tempo dallo spazio e il dolore evita la pazzia e l’assenza crea l’immagine e l’immagine fa la figura e il pensiero verbale e i segni sul muro le tracce del granchio gigante sulla sabbia che di traverso ci chiama poi si seppellisce come un uomo che si addormenta

Sono passati veloci questi trent’anni iniziali di lavoro.

Ora forse torna la parola amore.

Forse torna la parola amore se resto ancora così quasi immobile a rischiare l’equivoco dell’odio che mi ha pensato morto solo perché la distrazione di realizzare la fermezza per la certezza aveva tenuto le persone dello scarso interesse ad una distanza che non poteva sentire il calore con le carezze e il respiro con le labbra. E hanno scambiato il sonno con la morte, l’immobilità con la paralisi, la noncuranza delle cose ragionevoli con la follia di una perdita di rapporto con la realtà.

Invece la vitalità della resistenza nel tempo è determinata dal fatto che la ricerca era cominciata trenta anni fa con una favola che diceva solo questo:

“Sul mare giacciono le sagome di tre figure umane e una è morta e non si può fare più nulla – e una dorme e sogna e non si deve fare nulla perché essa è sana – e la terza figura è ammalata e si deve risolvere la sua impotenza ad alzarsi per venirci incontro.”

Bisognava distinguere, certo. Però adesso mi domando se non fosse quella la parola (amore). Amore.

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il regalo dei lampi
il tempo è incomprimibile

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