James Dean e la Porsche 505 Spider

14 Ottobre 2012 Lascia il tuo commento

Quante premesse si celano dietro le nostre affermazioni? Dunque è come dire che continuare a raccogliere i fiori nel campo non dipende dai fiori. Voglio dire: da un certo momento in avanti non dipende più dai fiori. Se c’è un numero infinito di fiori dipende solo da noi continuare o meno. Bisogna pensare che essi debbano esser tutti uguali, che, dopo un primo momento di disattenzione noi noteremo che sono uguali. Che continuare a raccoglierli non dipende neppure dalla curiosità per le loro differenti forme e specie. Continuare, o meno, a raccogliere i fiori distingue ciascuno di noi da ogni altro. L’identità, la specificità di ciascuno è l’immagine di quale tipo di premessa egli rappresenti rispetto al mondo e all’affetto necessario ad entrare in rapporto con quel mondo.

‘Premessa’ io stesso al mio interesse per l’eleganza ti ho amato subito, e la mia identità consiste nel continuare ad amarti ancora. Il mare delle galassie si estende fino al fuoco estremo della fisiologia degli occhi e, ruotando, scivolo sul mare curvo dei campi, e cadendo oltre l’orizzonte mi precipito su ulteriori onde, che bollono nel buio.  Chiamo TE l’ombra concreta di una premessa che è l’io non cosciente di me, l’io con cui sono nato. Per quanto ne so la mia coscienza non illumina l’origine delle decisioni. Allora la responsabilità si conclude nella modestia. Che altro dedurre, a proposito di noi, dopo millenni che continua a sfuggirci l’attimo che inaugurò il nostro primo pensiero. Potremmo essere, per esempio, la quiete di una continua dedizione all’ascolto del mare di stelle (ed altri corpi cerulei). Ogni volta mi sfugge la potenza della luminosità che arriva inattesa ma essa rende l’io cosciente, ai miei occhi, un concetto inservibile, così isolato: esso pare il gesto di una mano che indichi, con impotenza nostalgica, un angolo periferico del mondo.

La mia impossibilità di conoscere le durate che precedono ogni mia decisione è una sospensione sul filo. Le certezze chiare emergono soltanto dall’ombra omogenea nella stanza grande di tempo del dormire. Le ore notturne mi danno sicurezza, e l’indecidibilità dell’io svanisce, trovando fondamento nel ricordo dei sogni.

Cogliere i fiori nel campo non dipende dai fiori, e nemmeno da una decisione di lavoro, di moralità, o di collaborazione sociale. Continuare per un certo tempo a cogliere i fiori ė una iniziativa che dipende dal sogno, che si origina nella stanza grande del buio: uguale alla stimolazione visiva alla nascita. Non sono figure i colori del buio.

James Dean appoggiato alla sua Porsche 505 decappottabile, nel pieno furioso dei suoi ventiquattro anni, sa qualcosa dell’indecidibilità a proposito del fascino per cui si viene adorati. La scelta di quella foto, di quella rappresentazione di fascino maschile assoluto (non lo si neghi !!!)- non é un bell’esempio di saggezza, non è una associazione che indichi un minimo di decoro da parte mia. È che la rettitudine dell’autocontrollo è per me il nero opprimente di una idea opportunistica della propria sanità mentale. Lo sfoggio di un salutismo arcigno e invidioso.

Eccolo là, con quella bellezza sfrenata, a cogliere i fiori quanti sono. Vedere la foto, adesso, è immaginare: cioè non è legato alla percezione visiva. Essa è uno stimolo aspecifico, la libera associazione è coraggio di prendere tutta la meraviglia e tenersela accanto. Adesso forse ho legato a me il fratello che posso capire. È lui il campo di fiori senza fine tutti uguali: è lui il mare. La sua figura appoggiata ad un siluro d’argento è enigmatica, è una creazione del pensiero mentre ne guardo i chiaroscuri dei reportage prima e dopo lo schianto mortale. Non mi intimidisce l’interpretazione invidiosa, che la libera associazione porta la morte e la fine.

Quante premesse si celano dietro le nostre affermazioni? Continuare a raccogliere i fiori nel campo non dipende dai fiori. Da un certo momento in avanti non dipende più dai fiori. Se c’è un numero infinito di fiori dipende solo da noi continuare o meno. La foto di James Dean, che posa i suoi fianchi addosso alla sua piccola bastarda, ci riguarda tutti. Quella foto è una premessa, un pensiero dell’io non cosciente. Il pensiero non cosciente del fratello perduto, che se ne è andato al nostro posto per lasciarci vivere. L’illusione furono le lamiere contorte: lui era morto ma la nostra vita divenne ferro fumante accartocciato. È stata una guarigione depressiva perché il pianto nascondeva il terrore che, ricordare la sua bellezza, desse origine all’invida per la fragile consistenza  dei legami d’amore. Adesso si capisce: la guarigione depressiva non è svelata da citare la morte nella scelta associativa cosciente, ma nel non riuscire a dire che essa guarigione è il terrore della  possibilità di un ‘fratello’.

La (morte implicita nella) guarigione depressiva è il terrore di poter ricordare la nascita che fa il nesso con la bellezza ‘impossibile’ di James Dean. Bisogna scoprire che non è ‘inconscio’ che si deve dire, si deve dire ‘io non cosciente’. Perché è sempre l’io che, seppure non cosciente, resta alla base del pensiero e consente lo svolgimento fisiologico della vita mentale poiché ne assicura la continuità nel buio ribollente del sonno e nella penombra consapevole della veglia.

Quando ho guardato la foto di James Dean, stamattina, e della sua Porsche 505 d’argento, non è la morte che ho immaginato: la morte è quanto il ricordo cosciente sa della sua vita, e della sua passione per le auto, e dell’incidente fatale il 5 ottobre di millenni fa. La morte legata a James Dean non è che un legame che la coscienza  realizza tra cose note.

Ma io ho immaginato altre cose guardando la foto. Quello che ho immaginato, il nesso che ho fatto, riguarda una cosa che non avevo deciso, un pensiero che si legava alla meraviglia delle ricerche di Einstein, lo ‘spazio vuoto’ e la lotta contro l’ignoranza che è trascuratezza invidiosa, e riguardava la faccenda del passaggio tra due Sistemi di Coordinate nell’affrontare il pensiero sul mondo fisico, e i sistemi inerziali (se ve ne sono di tali sistemi) cioè i sistemi perfetti ed ideali di coordinate, e i problemi connessi al passaggio dal pensiero della meccanica classica a quella quantistica, e intuire che tale passaggio è ‘possibile’ solo a partire dalla capacità di immaginarne la necessità. E sono finito a ricordare come venga posta, in quel contesto, la questione delle premesse: premesse che non si dicono e che sono tuttavia alla base di quasi tutto quanto poi trattiamo come evidente.

Ed ho pensato, più o meno, quello che poi sta prima di queste parole nella pagina: che “… la mia impossibilità di conoscere le durate che precedono ogni mia decisione è una sospensione sul filo”. E che “…. le certezze chiare emergono soltanto dall’ombra omogenea nella stanza grande di tempo del dormire.” Non saprei come dirlo meglio: guardando la foto di James Dean, e di quella sua fantastica invidiabile Porsche, e quella bellezza superiore a qualsiasi morale interesse per il mondo e la vita stessa, mi è venuto chiaro in mente che davvero “…. le ore notturne mi danno sicurezza e l’indecidibilità dell’io svanisce quando trova il proprio fondamento nel ricordo dei sogni”.


un libro
tra due fuochi

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