“istinto e conoscenza” o, anche, “i muscoli del capitano”

23 Febbraio 2012 Lascia il tuo commento

 

L'immagine può contenere: una o più persone

Proviamo a dire poche cose tra le infinite che sarebbe necessario e per le quali la vita non basta. Cominciamo con una citazione da C. Sherrington “Man on his Nature” University Press, Cambridge, prima edizione 1940 (traduzione italiana dalla seconda edizione inglese: “Uomo e Natura” Boringhieri Torino – 1960) :

“La mente, per tutto quello che la percezione può abbracciare, se ne va perciò nel nostro mondo spaziale più spettralmente di uno spettro. Invisibile, intangibile, è una cosa che non ha neppure contorno; non è una ‘cosa’. Rimane senza conferma sensoria e continua a rimanere tale.” ( pag.317 della traduzione italiana)

“La scienza della natura ci conduce in una via senza uscita – la mente, di per sé, non può suonare il piano; essa, di per sé, non può muovere un dito di una mano.” (pag. 222 della prima edizione inglese)

“Vuoto completo sul ‘come’ la mente possa far leva sulla materia. L’inconseguenza ci sconcerta. Si tratta di una malinteso?” (pag. 232 della prima edizione inglese)
Adesso prendiamo Eraclito:

“Gli altri uomini non si rendono conto di ciò che fanno da svegli, così come non sanno ciò che fanno dormendo.” (fr. 1 parziale)

“Se uno non spera l’insperabile non lo troverà perché è inesplorabile e inaccessibile.” (fr. 18)

“I confini dell’anima camminando non li potresti trovare, anche percorrendo ogni strada: essa ha un logos così profondo.” (fr. 45)

“E’ proprio dell’anima un logos che accresce se stesso” (fr. 115)

“Non c’è uomo che abbia visto, nè ci sarà mai che conosca, la esatta verità intorno agli dei e a tutte le cose che io dico. Ché se anche uno arriva a dire la verità più compiuta, tuttavia non ne è consapevole; riguardo a tutte le cose non vi è che sapere apparente.” (fr.34)
Lo sforzo di conoscenza dei presocratici. La lotta dei contemporanei contro il sospetto che, cercare la conoscenza sia, in se stesso, un malinteso. Che forse l’antinomia uomo natura è irrisolvibile, e che il massimo – cioè emancipare il pensiero del metodo dalla credenza – porterà solo alla ‘certezza’ che l’essenziale è inconoscibile. La realtà attuale ha il regno della fisica, che indaga la materia: se quella scienza sia conoscenza per gli stessi fisici è ancora un accordo da trovare, almeno se deve essere il ‘mondo’ a confermare una unità di vedute. Allora forse la conoscenza è il modo della distinzione definitiva tra uomo e natura e poi “vedremo…” Ma certo queste parole, ‘realtà’ e ‘conoscenza’ , sembrano stare sempre più chiaramente su differenti mani. Tra le grinfie di una fata e un elfo, magari. Che non sanno dialogare tra di loro, seppure frequentino da millenni la stessa foresta. Così possiamo dire come sia che delicate dita candide e bianche stringano chiavi di celle sotterranee che contengono segreti. E come anche possa essere che zampe pelose brune, unghie ad artiglio, offrano pasticci di panna e frutta del sottobosco. Natura e uomo. Attività cerebrale che regola l’istinto e vita psichica che tenta la conoscenza della sanità del pensiero.

Nella mente si formano idee corrispondenti a ‘uomo’ e ‘natura’, ‘istinto’ e ‘conoscenza’.
Citazione bibliografica. Essa è indispensabile a segnare il punto di massimo sviluppo della medicina e delle scienze umane: “Istinto di morte e Conoscenza” M. Fagioli. Ma in questo caso non devo (mi è di fatto impossibile) proporre citazioni che limiterebbero la necessità di una lettura completa.

Nel libro, le parole della ricerca iniziata dai presocratici, diventano: realtà non materiale, immagine, pensiero, rapporto, rifiuto, linguaggio. E continuando la cantilena: istinto, natura, natura umana, negazione, fallimento, tragedia, lavoro, affettività, rifiuto, conoscenza. Sono granelli del rosario che, poi, gli specialisti e gli studiosi (medici e scienziati insieme) si sono impegnarti a incardinare in una costante ed insperabile riproposizione di resistenza, che allinea i giorni della ricerca in contenitori di tempo di trenta, quaranta, cinquant’anni. (A seconda delle date di nascita.) Nel libro (le parole) realtà, verità, vita, pensiero si succedono per definire le idee a proposito di sé stessi e degli altri, della propria ed altrui attività mentale, delle vicende psicologiche tra i partner di un rapporto: ma differenziandosi da, e rifiutando alacremente, le condizioni imposte da apparenze teoriche precedenti. Una possibilità di uscire dal disincanto di duemilacinquecento anni di approssimazioni tra le aspirazioni legittime verso dati ‘oggettivi’, e il confortante cinismo delle descrizioni riduzionistiche. Leggendo ho sempre pensato quanto fosse difficile riprendere il discorso originario. E strano doverlo fare ricreando nella mente, se possibile, l’infanzia dei secoli quinto e quarto prima di Cristo: infanzia evidente nel linguaggio ‘oscuro’ delle domande. Definite dai contemporanei: ‘frammenti’.

“L’uomo accende a se stesso una luce nella notte, quando i suoi occhi son spenti; da vivo tocca il morto, con gli occhi spenti, da sveglio tocca il dormiente.” (Eraclito: fr. 26)
All’origine sembra, ad uno sguardo obiettivo, che il bambino sia proprio solamente natura. Istinto senza pensiero. Istinto…. “e incanto“- aggiungo. Si. Il frammento n°26, proveniente dai secoli quinto e quarto prima di Cristo, viene definito, ancor più degli altri: ‘oscuro’ !! “Ma anche incantevole di certo” – penso. E’ il mormorio cantilenante del neonato, sulla espressione mimica di un ‘animale’ addolcito e trasformato da un dubbio. E’ la cantilena delle bugie d’amore, che lo istituiscono in una vera passione, l’amore in questione. “L’incantevole cantilena è la bugia necessaria di un inganno?” – è un frammento di incertezza, una incrinatura nella fila delle asserzioni e -“E’ umano il bambino?” E “Così forse si chiede la mente nel quinto e quarto secolo prima di Cristo….”- mi invento io, e poi -“Ma se anche fosse, deve essere stato un attimo!“.
Il pensiero adesso è semplice e poverissimo: suggerisce che il libro propone… no! afferma che il neonato non è natura ‘animale’ da educare alla ragione. Io dico a me stesso:- “In quelle fattezze così diverse da qualsiasi specie precedente, in quell’essere così indifeso e infinitamente in grado di rendere precaria ogni nostra certezza precedente, c’é tutto quanto era necessario perché noi proiettassimo “là” tutto quanto ci serve per la felicità“. La cantilena diventa: istinto, natura, trasformazione della biologia, vitalità, stimolo, immagine, pensiero umano, nascita. Il frammento oscuro (“L’uomo accende a se stesso una luce nella notte….”) fa venire in mente altre parole: sognare, svegliarsi, ricordare, distinguere, immaginare, parlare, chiedere.
“L’uomo accende a se stesso una luce nella notte, quando i suoi occhi son spenti; da vivo tocca il morto, con gli occhi spenti, da sveglio tocca il dormiente.” E allora, forse, la conoscenza non ha fondamento nella natura. Può essere solo “umana” : cioè un’invenzione. Una proposizione: più inquietante e assurda di una macchina da scrivere in una radura della foresta amazzonica. Può essere solo equiparabile alle emissioni azzurre di fango di uranio, sul comodino di madame Curie. La quale, sognando la sua scoperta, moriva lentamente. Avvelenata dalla felicità di una scoperta mortale senza una conoscenza più generale delle cose. Eppure noi, nonostante la ‘morte’, identificandoci con quella realizzazione di fosforescenze azzurre, ci ergiamo nel buio, ci illuminiamo la notte, con l’orgoglio spieghiamo le ali, come angeli progettisti. Perché improvvisamente, attraverso l’ubriacatura euforica di una scoperta miracolosa, tuttavia abbiamo confermata l’idea della nostra appartenenza ad una specie differente: una distinguibile ‘umanità. Bagliori azzurri, sui mobili bassi accanto ai letti lungo gli ultimi quarant’anni. Dal 1972. Il frammento di pecblenda, la scoperta della nascita, un libro che spunta dalla tasca del camice dello scienziato e del dottore.

“Istinto di morte e conoscenza”, si andava specificando successivamente, voleva affermare la possibilità concreta di un movimento un ‘andare’ dall’istinto di morte alla conoscenza. Per concludere che il movimento – nel pensiero che non ha una realtà ‘spaziale’ – deve essere pensato come una ‘trasformazione’. La trasformazione della natura in natura umana. Era qualcosa. Era moltissimo. Era ‘tutto’.

Ora, dunque, non è quella parola ‘morte’ che scatena il sogno della resistenza ai tentativi di trovare ragioni di scandalo culturale. Il Fight Club di iscrizione, il club aristocratico dei boxer combattenti, ha l’insegna luminosa, di neon azzurrognolo, che scintilla e illumina la notte intorno: “CONOSCENZA”. Quanto citato prima rende ipotizzabile, (e poi bisognerà studiare millenni ancora per essere onesti nella proposizione), che alla pubblicazione non era accertata alcuna ‘conoscenza’. Fight Club dunque dicevamo: negli scontri cruenti delle dinamiche di rapporto con l’innovazione assoluta saltarono mascelle e sopracciglia, tra schizzi rossi di sangue. La vitalità della proposizione originaria del primo libro, un poco attenuava il dolore ‘fisico’ della certezza che le botte erano inevitabili.

E i libri successivi (*) fecero una finta innamorata, fecero l’inganno per amore, regalandoci la felicità con le bugie, che in fondo le violenze contro la nascita, per non riprendere il discorso di una conoscenza sancita definitivamente impossibile nella cultura, fossero trucchi cinematografici: la vita addolorata per le aggressioni ci veniva restituita meno dolorosa nella favola dell’interpretazione che ci illudeva che quanto accadeva era una metafora. Ma si capiva che l’Autore non aveva in mente di illudersi, con alcun romanticismo di maniera, riguardo allo scontro assoluto. Infatti non si riposava ‘mai’. (…tanto meno adesso, pare…) Però propose una umanità di un incantevole realismo poetico. Un lavoro un discorso e una prassi all’altezza dei trucchi cinematografici muti di Meliès. E, adesso, il razzo nell’occhio della luna è forse l’immagine più poetica che mi viene in mente. Ora: per dire cosa rappresentò (cosa fu, letteralmente) il libro ‘sanguinario’. Sanguiniamo tuttora anche non volendo. E’ il rosso dei capelli di certi sogni, il rosso scuro agli angoli delle stanze, il rosso nella prorompente dizione della parola: “..rosso..”

Ora le parole coscienti: libro, scoperta, sfida, scontro, vitalità, linguaggio, conoscenza. La sfida diceva che, chi aveva pronunciato la parola conoscenza, doveva saper sorvolare oceani migrando, avere buonissime ali, possedere la tolleranza dell’acciaio per sostenere la certezza che non poteva sapere più quando avrebbe di nuovo riposato. Il battito: sonno, coscienza, veglia, nascita, vita, pensiero, materia, realtà.

Per l’entropia negativa della realtà del pensiero, l’uomo non tiene conto della natura delle cose. Non quando pensa senza riflettere. L’uomo, privo della riflessione, non si fida della propria scienza: e svela un pensiero differente. Nella foresta, progetta San Pietroburgo. Per andarci ad abitare. Essendo scontento del “Cuore di tenebra” delle foreste ‘in genere’. Non riuscendo a lasciare la follia alla morte eroica di Kurz, che in realtà era già morto per la pazzia di aver voluto tentare il rifiuto della ‘civiltà’ senza, prima!, pretendere da se stesso di riuscire a decifrare l’ ‘oscurità’ di Eraclito. Cioè senza aver, prima, lottato contro l’ignoranza sulla origine dell’immagine. Sulla ‘natura’ del pensiero. Sulla natura dell’uomo che è differente dalla natura… della natura.

Le parole, in modi differenti: nascita, immagine, certezza, realtà, rifiuto, linguaggio, rapporto. Il regalo delle rose. Le festività popolari. Il giorno del ringraziamento degli altri. Le proposizioni differenti. Se siamo sognati dalla pazienza di un fachiro. Se siamo la nostalgia di una terra per un migrante alla frontiera. Se si nasce quando lui ripensa e dice “Eri bella come una cicogna su un camino torrido“. Le parole: realtà, riconoscenza, stimolo, pensiero non cosciente, figura, stupore, attesa, proiezione, narrazione, promessa, innamoramento, silenzio, ricerca, risoluzione, candore, riposo, certezza. Sogno.

La conclusione da cui cominciare: istinto, conoscenza.

“Istinto (di morte) (le parentesi sono una mia follia) e Conoscenza” è il titolo di un programma rivoluzionario: ineluttabilità del rapporto tra esseri umani, studio, applicazione scientifica del metodo della responsabilizzazione reciproca nell’amore e nel linguaggio. Che non si può avere la conoscenza se non si lascia la promessa di morte alla biologia. Se, prima, non si scopre che sapere la certezza della morte biologica non è sapere. Abbandonare la morte a se stessa e al suo specifico destino. Esclusa la biologia. Consegnata l’idea di istinto agli stimoli biologici della omeostasi, che ritarda la degradazione termica della materia del corpo. Assaporata la panna acida della natura fisica delle onde e delle particelle. Ci resta il mistero a proposito della vita mentale e della sua fisiologia. (La fisiologia corrisponde alla ‘sanità’ meglio dell’altra parola, ‘normalità’.)
Qui rischiamo affrontando quel mistero con la scrittura: con un atto psichico che traccia sul foglio i segni dell’immagine. Prima che essa si costituisca in figura. Perché la figura ci confonde: poiché essa in genere viene pensata come derivante esclusivamente dalla percezione degli oggetti materiali ‘esterni’. Ma alla nascita, quando l’esterno è un mondo che non può essere percepito per immaturità della biologia cerebrale, si deve parlare di stimolo che attiva una funzione: poi è tutto un figurarsi la nave nell’oceano.
“Questa nave fa duemila nodi / in mezzo ai ghiacci tropicali / ed ha un motore di un milione di cavalli / che al posto degli zoccoli hanno le ali / questa nave è fulmine, torpedine, miccia, scintillante bellezza, fosforo, e fantasia / molecole d’acciaio, pistone, rabbia, guerra lampo, e poesia.”
e….
” In questa notte elettrica e veloce / in questa croce di novecento / è una palla di cannone accesa / e noi la stiamo quasi raggiungendo…” (De Gregori “I muscoli del capitano” dall’album “Titanic” – 1982.) (**)

La figura poetica del neonato è espressione di una vita psichica spontanea. Non una reazione istintiva che creerebbe il vuoto con la chiusura degli occhi. La conoscenza non è necessariamente ‘racconto’. Nell’impossibilità di ipotizzare una capacità (qualità?) congenita di pensiero alla nascita, dovremmo (non ci resterebbe che) ipotizzare che non c’é niente in noi prima della percezione. Che nasciamo… senza nascita.

“L’uomo accende a se stesso una luce nella notte, quando i suoi occhi son spenti; da vivo tocca il morto, con gli occhi spenti, da sveglio tocca il dormiente.” (fr. 26)
Ma anche: “E’ proprio dell’anima un logos che accresce se stesso” (fr. 115)
Dopo istinto e conoscenza la frase oscura di Eraclito risplende. Gli occhi chiusi sono fisicamente spenti. Ma la parola ha due immagini. Gli occhi sono spenti nella notte, se dorme. Sono però spenti anche da sveglio, quando tocca, senza riconoscerlo, il morto, l’essere umano che ha perduto la luce interna dell’immagine. Gli occhi spenti allora sono occhi ciechi: non sanno distinguere l’assenza nell’altro. Occhi chiusi o occhi ciechi. Eraclito non si dilunga nel dire ciò che sa. Lui dice che tutto è apparenza. Però questa è apparenza di un apparire, di una manifestazione. Del manifestare una scoperta e una conoscenza. E’ l’apparire della donna ai poeti. (“Tanto gentile e tanto onesta pare…”) Della conoscenza agli scienziati. La conoscenza è avere la qualità umana di distinguere chi chiude gli occhi per realizzare l’immagine di sé e del mondo appena perduto, da coloro che chiudono gli occhi per annullare rendendo fantasticamente inesistente il mondo fisico esterno della natura e il mondo psichico interno degli esseri umani. Distinguere i morti dai vivi è accendere a se medesimi una luce nella notte. Non so se è anche conoscenza. Se si può dire che sia questa la conoscenza. Non so.
Resta che abbiamo la sensazione di essere morti quando gli occhi sono incapaci di ‘vedere’. I giorni difficili e purtroppo, talvolta ammalati, quando l’immagine non si realizza. La nenia delle parole che si ferma. Quando si precipita in una infanzia senza coscienza che ora è solo malattia perché il senza coscienza è anche senza nascita (immagine). C’è la certezza di aver oramai individuato e nominato i termini esatti della ricerca medica sulla fisiologia del pensiero. Il senza parola, che la parola (infanzia) significa, non può diventare ‘linguaggio’ se non resta la funzione della nascita materiale del corpo che contiene la vitalità. Allora senza la vitalità del linguaggio umano Eraclito parrà oscuro. Seppure, per via della nostra evoluzione spesso carente, dietro l’oscurità della comprensione del senso delle sue parole, manteniamo la certezza che quella oscurità non è l’incomprensibilità della pazzia. Non abbiamo più la confusione incurabile. L’altro differente e incomprensibile non è pazzo. Non sempre. Spesso semplicemente serve il tempo per ‘capire’.

(*) M.Fagioli: “La marionetta e il burattino” – “Teoria della nascita e castrazione umana” – “Bambino donna e trasformazione dell’uomo”
(**) Si certo !! Staremo molto attenti ad evitare il naufragio. Da anni siamo stati avvertiti. E’ che non ci spaventa l’uso della bellezza seppure era al servizio della narrazione delle disavventure. I mazzi di garofani sono anche per la sua bellezza redentrice.

 


Fu cosi che la percezione tollerando l’inganno della luce ebbe in cambio la conoscenza in forma di bellezza
100.000 volte (*) meglio il nero di Caravaggio del tuo candore avvelenato

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