io penso e respiro e parlo con quel poco d’aria che riesco a trovare

23 Agosto 2011 Lascia il tuo commento

io penso e respiro e parlo con quel poco d’aria che riesco a trovare

“Io penso e respiro e parlo con quel poco d’aria che riesco a trovare.” Ma mezzo bicchiere d’acqua poteva senz’altro concederselo. Dopo aver bevuto la sua acqua a piccoli sorsi cauti, disse: “È per quello che li includo nelle mie preghiere. Il mio più profondo desiderio è di poter lenire le orribili sofferenze degli apostati  (*).” ( ‘Acquavite’ – di Torgny Lindgren – Iperborea – pag. 110 )

Non so se è la fragilità di una figura letteraria definitiva – seppur appena tratteggiata con sottilissimi segni – o la potenza del suo durare e resistere legata alla certezza di un ritorno – che mi ha fermato sulla pagina. È la ricerca, che affronta forme di amore e di relazione con l’esistenza in luoghi estremi, dove  il pensiero dell’affetto si lega a poche creature di cui si fa ‘certo’. Nelle creature disposte attorno quell’amore si realizza, e l’essere umano realizza, attraverso quell’amore, di essere ed essere accettato.  Estremo sempre è il nord estremo, e le sue creature esigono ogni attenzione definite come sono dalla fragile incisione di tratti lievissimi come i segmenti che disegnano i fiocchi di neve: una bella economia quei pochi segni, ma non facile, non occasionale nè approssimativa. Il nord, come un dio, da vita alle generazioni seminandole leggere e differenti sul ghiaccio subito a ridosso del bianco del cielo. Fiocchi gelati che fondono complessità e forza.

Qui da noi si passano i giorni attuali della ‘vacanza’ – nel ‘fuori’. Il fuori è accanto alla costa e affogato nelle terre coltivate a grani e girasoli e tutto quello che ‘passa’ e succede è poco duttile e del tutto intransigente. Il fuori non molla la presa sui figli testardi: si deve dire che l’estate qui è una macchina di calore. Mi consola l’idea letteraria che questa intransigenza di temperatura e umidità sia l’ideale per rappresentarsi la nettezza del fronte delle glaciazioni, per misurare meglio possibile le fluttuazioni della linea di latitudine che sale e scende -tra celeste chiarissimo e arancione denso- ogni qualche milione di anni: quando qualcosa di inumano si spartisce il mondo tra ghiacci e deserti. In questa sfarzosa approssimazione di un’ecosistema infausto e inospitale l’immagine della ricerca resta dispersa sulla superficie della terra, disegnata da isobare, gradienti di isobare, gradienti di percentuali di acqua nell’aria, e fiumi e venti e onde d’urto di sabbia africana.

Il pensiero è geografia, e le persone, da giorni, non è stato più necessario che fossero individuate una ad una. La fornace quotidiana ha decomposto le trame, che non tengono più insieme nessuna storia. I volti sono anch’essi acqua del cielo, da mattina a notte (per il caldo si dorme quando si può). Si misura continuamente il nostro affetto come potenza di legame con la ricerca che non c’è. La narrazione è la sabbia sotto le spinte delle onde: sempre fradicia, ma non appena l’onda si ritira un poco, e tu ci cammini sopra, la pressione del piede la strizza e ne lava via l’acqua così quando sollevi il piede nel camminare la sabbia dimenticata affoga di nuovo e torna nera. Il nero sabbioso del bagnasciuga – questo alternarsi per decenni di costanti rapporti e ferie agostane – ha stabilito qualche tratto delicato di differenza.

Ora l’assenza delle parole e il silenzio nella stanza fanno una cosa potente, uno stampo di fusione per il bronzo che si prepara: l’anno che ricomincerà tra poco ancora una volta. “L’assenza fa la certezza: questo è cambiato” -penso. Il vuoto dello spazio disabitato, e l’afa sotto le travi scure, rimbombano di nomi e racconti: e il materiale della memoria fa un corpo dolcissimo di nudi in movimento. Le idee non sembrano materia di sogni, sono aria forte di caldo che si sfiora come la pelle di un felino invisibile che scivola da un angolo all’altro della gabbia. Allora l’aria nella gabbia della stanza della ricerca -che è vuota perché le persone sono lontane- è anche rarefatta e gelida delle glaciazioni. E poi, di nuovo, dopo un attimo di straniamento, è umida e fumante come nei periodi di disgelo. I passi e i pensieri riprendono vita, perché le ondate di calore disgregano i muri di gelo attorno ai meteoriti contenenti virus antichi e specie fossili, che ora ritornano tutti insieme.

Il pensiero è l’impronta dei dinosauri. La separazione un bacio sulle labbra con gli occhi socchiusi subito prima di morire. Lo spazio vuoto nella casa è un cantiere di campi di grano. Tutti gli anni passati restano nel bacio mancato all’inaugurazione di queste ferie di agosto. Il pensiero di sè è l’attimo fatale dell’abbandono temuto. Poi ci sono le passioni sotto forma di cumuli e nembi, nuvole ammassate di canti. Sotto le finestre scorrono le onde lente e possenti del fiume d’afa amato dal cercatore d’oro venuto da oltre confine, e ci sono montagne galleggianti fatte di culle di legno, che portano ognuna il proprio figlio sfuggito alla strage. Il pensiero è diventato rumore di fondo, immagine della nascita che non diventa mai figura, perché la vitalità lo tiene sopra le onde, al riparo dalle parole, nascosto nella penultima fila dei cinema all’aperto sempre esposti al rischio di pioggie improvvise.

Devo ripristinare il pensiero, dopo tutto questo vuoto del tempo dell’assenza, dopo tutto questo mancare di quasi tutto quello di cui si penserebbe si possa tollerare la mancanza. Devo opporre la scienza all’ideologia e tanta ideologia ho dovuto affrontare nella scienza dei rapporti che è letteratura, psicologia, neuropsicobiologia, neurofisiologia, bioetica, storia, politica, sociologia, economia. In tutto prevale sempre il concetto di ricerca per fermare derive facili in cui non si riesce mai a non cadere. Ricominciare da un anno fa quando in occasione di tre incontri con molte persone in una stanza caldissima le prime parole erano venute su per narrare una felicità e una possibilità e a settembre erano scivolate nelle pagine del blog. Il rapporto la ricerca le parole le cose: pensiero fisica realtà e materia.

Imparare a leggere e a scrivere per esprimere di nuovo la scienza che da sempre ficca l’endoscopio nella punta di spillo per raggiungere senza danni il nucleo cellulare. Per misurare -al centro della vita biologica- l’effetto del pensiero e del respiro e le alternanze del pensiero e del respiro, le interferenze tra scrittura, attese, sorsi d’acqua e passioni. Ho uno spillo alla corteccia visiva, e a quella temporale, e sulla parietale, e diversi sulla fronte, altri si insinuano fino ai centri del senso della vita, molti servono per raggiungere le aree della motivazione e uno -sottile, estremamente duttile e straordinariamente lungo- che arriva ai nuclei attorno all’ipofisi che è il cuore dell’ignoranza della scienza.

Ho aghi infinitamente sottili -indolori- nei lobi frontali e parietali, aghi transdermici -ovunque- per raggiungere tutti gli organi interni. Senza che io debba troppo sanguinare. O patire. Avevo infatti cominciato dicendo di riimparare a leggere e a scrivere per arrivare a illustrare quella scienza che ficca gli endoscopi sulle punte di spillo per raggiungere senza danni il nucleo delle proposizioni che voglioni tenere insieme pensiero fisica realtà e materia: che è il nome nuovo di una cosa che c’è oramai da un anno. Ho aghi nel cuore, alla base e al vertice del muscolo cardiaco.

Ho aghi alle cellule sensitive delle dita e dei lobi dell’orecchio, ho aghi come stille di rugiada una rosa certi giorni. Si fa perché niente sia mai più trascurato. Si fa un porcospino a ballonzolare e vibrare sulle mattonelle dei giorni di agosto. Si fa il sogno del porcospino: e si capisce. E’ agosto: il tempo dell’assenza per via del riposo indispensabile. Non della stanchezza. Non dell’ozio dell’odio. E’ ricerca differente, a sorsi di letteratura: per non rimanere fermi nel peccato mortale dell’accidia -mandata da dio col calore eccesivo della sua insipiente natura. Sono fiocchi di neve che rinfrescano l’ottusità della creazione, ma rispettano il racconto della conoscenza degli esseri umani.

Resta l’attività della lettura, della comprensione, della recettività, dell’ascolto -seppure non sempre intenzionale. Il sudore di queste giornate senza scopo per celebrare il vuoto della stanza. Il mare piena di onde di silenzio le pareti e il pavimento: è la marea dell’assenza che diventa sogno. La letteratura è un buon modo per riflettere e opporsi al settarismo. La cultura non è conoscenza. Forse perché sono restato solo come uno deve saper restare senza vivere una crisi mi piace l’idea degli apostati. Solitudine e distacco fanno parte dell’ascolto estivo dei frangenti del silenzio a causa delle separazioni, a causa del blu oltremare delle nascite.

“Quando Holof Helmersson si alzò dal dondolo e si avviò verso il cancello dove aveva lasciato la sua bicicletta, Eskil Holm lo seguì. E posò la mano sulla spalla del vecchio predicatore del risveglio religioso e lo fermò. “Devi renderti conto, Olof Helmersson ” -gli disse- ” che tu non hai nessun potere sulle nostre anime. Forse l’hai avuto per un breve momento, tanto tempo fa, ma quel tempo è passato. Adesso noi crediamo quello che ci pare. E autonomamente. Fa parte della  nostra grandezza.” Si, faceva parte delle peculiarità della gente di quella regione, essere capaci di sconfessare e rinnegare e credere al tempo stesso e con la stessa devozione, era una sorta di strabismo dell’anima che si tramandava di generazione in generazione e che coinvolgeva tutti quanti, dalle rive del Skelleftealven fino al Vindelalven. La vita era senza senso e il suo fine era l’eternità. Cristo è morto per i nostri peccati e nessuno ha mai peccato. Da un lato dio c’era e dall’altro non esisteva. “Se tu non fossi mai venuto, avremmo probabilmente escogitato qualche modo per salvarci da soli” -disse Eskil Holm – “Anche se avessimo dovuto sopportare qualche ulcera.” 

“Devi ridipingere il cancello” -disse Olof Helmersson- “prima che l’avanzare della vecchiaia ti impedisca di farlo.” (ibidem pag. 126-127)

(*)Il termine apostasia (dal greco απο, apo, “lontano, distaccato”, στασις, stasis, “restare”) definisce l’abbandono formale e volontario della propria religione (in tale contesto si parlerà più propriamente di apostata della religione). In questo senso è irrilevante se a seguito di tale abbandono vi sia l’adesione a un’altra religione (conversione) oppure la scelta areligiosa o atea. In senso stretto, il termine è riferito alla rinuncia e alla critica della propria precedente religione. Una vecchia e più ristretta definizione di questo termine si riferiva ai cristiani battezzati che abbandonavano la loro fede. Molte religioni considerano l’apostasia un vizio, una degenerazione della virtù della pietà nel senso che quando viene a mancare la pietà, l’apostasia ne è la conseguenza; spesso l’apostata viene fatto bersaglio di condanne spirituali (ad esempio la scomunica) o materiali ed è rifuggito dai membri del suo precedente gruppo religioso.


gli amanti cioé quello che siamo noi adesso
il nero il lavoro il destino e le donne

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