IMG1280 il cielo sul tavolo del caffè

21 Dicembre 2011 Lascia il tuo commento
il cielo sul tavolo del caffè il 21 dicembre 2011

il cielo sul tavolo del caffè il 21 dicembre 2011 

È il titolo della foto. riguarda la distanza fisica e anche temporale. soprattutto la distanza a cui è stata scattata. la distanza è fondamentale per la ricerca sulle immagini e cioè sulla generazione delle immagini nel pensiero. penso che debba esserci un movimento rispetto alle cose per realizzarne l’idea.

Comunque alla conferenza su ” l’amore la nascita la cura la vita e il dolore ” c’erano tutti e c’eravamo anche noi. c’eravamo in quanto figli della nostra nascita a convalidare che esiste un seno. Che il canto non è al cielo. anche se  il suono per sua natura vola nell’aria. le parole avranno delle ricadute.  andranno sempre agli appuntamenti subito o -altre volte – per strade lunghe e tortuose.

Un colpo di grancassa iniziale e il rullare dei tamburi furono fatti apposta per riportarci indietro: perché si era scoperto che il fragore impedisce di pensare in modo sistematico. limita una persona ad una presa d’atto somatica della realtà. così ci dissero “le eventuali delusioni precoci si evidenzieranno quasi immediatamente… forse” – aggiunsero –  “altereranno la rappresentazione del mondo ma tant’è!” Dunque pensammo che eravamo là per un amore sperimentale.

Per facilitarci l’accesso alla passione in questione ci fu chiarito che “l’immagine che è essenziale alla  presenza affettuosa non supplisce la prassi” e che data questa non sostituibilità non è legittimo considerare l’immagine come il polo di un dualismo. in realtà “proprio  non c’è il dualismo mente-corpo” – mi pare di aver capito che dicessero. Questi d’altra parte non sono che appunti. Un reportage di quando ancora sperimentavamo in prima persona le avance teoriche di liberi geni. tra la stanza e il marciapiede di fronte alle sue finestre.

Se l’in-finito – ciò che non finisce – è perfetto, potrò descrivere la nostra avventura sentimentale finalmente. Scriverò non di te ma a partire da te. allontanandomi. Nel movimento di cui sarai il fuoco di origine avrò la sensazione di mettere il discorso al riparo dalle definizioni. Meglio trovare il linguaggio mentre prendiamo una distanza perché per quello che ne capisco comunque la ‘conoscenza’ è intransitiva e l’intelligenza sta nel non tentare una lesione ad una tale irriducibile qualità identitaria.

In termini di confronto (e scontro) culturale potremmo opporre che il corpo concettuale razionale condiviso dalla cultura è – da questo punto di osservazione – un vincolo giudiziario che si pone alla infinità dell’intelligenza della specie umana per riportarla ad una comprensione democratica. E far notare che il vincolo si rompe periodicamente. Periodicamente fioriscono i ciclamini nella pineta come banditi e periodicamente e ineluttabilmente i ragazzini né portano mazzi profumati a casa: che è dove una mano li immerge nel bicchiere di vetro spesso e trasparente dell’acqua che traboccherà dunque di profumo. Quel gesto di pazienza e di gentilezza è la nostra ora d’aria o addirittura – talvolta – la fine della pena.

È speculare a eventi di quel tipo il cielo di oggi sui tavolini per le colazioni di fronte al Caffè dei Rivoluzionari di Seconda Generazione.

È un cielo riflesso che pare preparare gli occhi alla visione e alle attese. Dentro il locale fumante del bar il vapore gonfia grandi bricchi di latte per la schiuma. Qua fuori lo scirocco imprigionato nei suoni delle parole sulla carta si scatena sulla superficie di ferro lucidato dei tavoli su cui operiamo con metodo la lettura. La lettura ci risulta infinita perché è impossibile chiarire l’intelligenza del genere umano una volta per tutte compiutamente.

Sorridiamo guardandoci di sottecchi senza parere come se fossimo d’accordo su una cosa non detta. Che ci resta e ci accomuna ineliminabile e florida l’invidia per i gesti discreti e definitivi delle mani dei chirurghi che implacabilmente salvano  vite dicendo oscenità alle ferriste. che stanno perennemente in eccitata adorazione dell’eleganza delle incisioni e delle suture di quella sartoria dei miracoli. bisogna dire che ‘invece’ noi. che noi cioè ‘al contrario‘ – quasi ‘all’opposto’ noi restiamo al tavolo che riflette il cielo a contare amore e errori. Che è soltanto per procurarci le occasioni di alludere alla generazione delle idee sulle cose. per avere così la sensazione di esistere comunque un poco.

Il pensiero conclusivo sarebbe che la parola bellezza è quasi del tutto inutile se viene pronunciata alle ferriste in eccitata adorazione. il loro dio è al colmo di una collina di organi aperti e ricuciti. Esse fanno il bagno nel sangue delle trasfusioni. Il modo che le tiene avvinte ai bordi del tavolo è nascosto nei movimenti delle mani. E le mani si mostrano ogni volta al sicuro sotto l’ombrello di luce delle sedute operatorie.

“Questo è tutto” ti dicono. E con aria amareggiata – per quel tutto che è concluso nell’area della cura e guarigione – aggiungono scuotendo la testa che “comunque non capirai “. Aggiungono notizie sulle loro giornate: “dopo è un vivere per non annullare. per tenere nel giusto conto le azioni eccessive delle mani addosso e dentro i corpi da risanare”. Noi pensiamo che quelle azioni eloquenti e mute siano in grado di contrastare la legislazione che alcuni ritennero utile opporre alla perfezione dell’in-finità…”

Perché dici così adesso …. ?

Questa è leggerezza..!


i lieti calici
noccioli di ciliegia

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