il possesso delle cose

24 Aprile 2011 Lascia il tuo commento

il possesso delle cose

Una nota difficile in un giorno limpido e tutta la pazienza al sole a levarsi l’umido del fiato dei feriti con la febbre. Metti giù lo sbarco delle chiacchiere sul cosiddetto destino delle masse, e vedrai formarsi le dune, i paesi della sete eterna, la fabbrica delle mosche, i cuori di plastica – duttile – nelle ultimissime più terribili forme di disumanizzazione dei presidenti, i bisturi velenosi, le chirurgie plastiche che nascondono per sempre il profilo delle responsabilità, le curve nere dell’emiciclo parlamentare, le suture infette di sciatteria e trascuratezza. Noi restiamo gli uni accanto agli altri, a cercare le parole alla base e prima del pensiero per dire che sono le mani a comandare giorno dopo giorno, le mani che scivolano sulle cose e dimostrano che noi siamo tutto ciò che ci manca e ci sfugge perché afferriamo di certo ma insieme non siamo mai padroni, e via via che nella morsa decisa delle palme capaci che prendono e lasciano andare tutto, il tempo si genera – creando il rapporto con la realtà inalterabile degli ‘oggetti esterni’ – noi a nostra volta, per quella consapevolezza di impossibilità di possedere qualsiasi cosa che amiamo e stringiamo a noi, diventiamo, nello stesso momento, imprendibili: come il disegno del mondo.  Da quell’istante la linea dei volti, il grattacielo cilindrico del torace, le spalle, l’arco dei piedi, il motore rombante dei polpacci e il dorso forte delle dita sono steccati, linee di costa, spazio dei confini, orti, campi, barriere, carri allegorici, ospedali, campi da coltivare, acqua intorno alle chiglie, le chiglie stesse con righe lunghe di rossi accesi, e i capelli delle sirene. E per questo modo di pensare, è evidente che noi siamo esattamente tutto ciò che non siamo, che siamo lo spazio tra noi, e il tempo intercorso tra il risveglio e la generazione delle figure del risveglio, e siamo il sogno che non è che lo sfondo – vale a dire la fisiologia – della esistenza materiale della nocciola grigia e bianca dentro di noi, noi siamo lo sfondo medesimo da cui tutti i giorni si torna a colonizzare questo mondo moderno, che il cinematografo, la musica, la letteratura, la poesia, le frasi negli cioccolatini e le cartine d’argento finto, e l’oro leggero dei bracciali, e le perle alle orecchie, e la massa densa della carta degli imballaggi delle librerie di legno bianco, e il cartoncino profumato delle lettere d’amore dei bambini alle maestre, e la scoperta del fuoco di ogni giorno per bollire l’acqua con il caffé, hanno ultimamente disegnato e messo in relazioni variabili, per tenere inalterata l’idea di vita umana, e di mondo, che non sia solo sopravvivenza e terra sferica. Il sogno è una nota difficile in un giorno limpido, dove sbarchiamo per essere quello che siamo: stendiamo tutta la pazienza al sole, per alleviare l’umido al fiato dei feriti con la febbre, e negli ospedali sulle frontiere sbarchiamo le truppe delle chiacchiere, e facciamo i cori di accompagnamento nelle corsie piene dei feriti della resistenza, e siamo i feriti e i dottori, e precisamente anche le voci nelle emergenze, che raccontano quello di cui siamo il confine. Certamente incutiamo un terrore perché, per chi ci ha ignorato da subito, siamo voci che provengono da chissà dove, siamo lettere volanti verso il cielo come aquiloni che modulano dalla picchiata ad altri variabili percorsi – già ma dov’è la mano sapiente del ragazzino? Ecco siamo i morti viventi, colorati di colori sfumati, con addosso la vita  della mobilità un poco isterica delle cose che non si riescono ancora a capire, e esattamente per quella incomprensibilità siamo bellissimi, come le storie di un esercito di bastardi nelle pagine di un romanzo che circola non autorizzato, siamo precisamente la successione di una storia senza protagonisti principali, siamo persone che hanno affetti che ci consentono possibilità infinite per disegnare i fondali di anemoni di mare, e le reti da pesca piene di pesci per l’epica delle giostre medievali, e l’invasione delle astronavi che portano ammassati i battaglioni dei perdenti immortali. Siamo gli autori della saga delle briciole di pane, e siamo piramidi che portano incise le avventurose vicende millenarie dei semi di soia che vincono, in prima istanza, la guerra contro la fame. Noi sappiamo che gli avvocati dei cinici hanno mandato contro di noi terrificanti meraviglie, hanno mandato – nascoste nelle nuvole di sudore freddo dei dittatori – le astronavi piene di batteri. E i nostri sogni dovranno organizzare le tempeste, disegnare su carta di riso i costumi da guerra, realizzare capi di sartoria per la scenografia dell’invasione dei buoni finalmente vittoriosi, per avvolgere, dalla testa ai piedi ,le nostre modeste persone con tute da cavallette. Saremo armate fruscianti, il nostro respiro tutto un mormorio di poesie rimaste sulle labbra dei morti di sete, e lì per lì nessuno si renderà conto di nulla, tanto meno, come Macbeth, della foresta che si muove piano, fatta di noi che abbiamo tra le labbra i rami delle parole di stanotte, e – sulla testa – alberi di carezze, perché la testa, da tempo, non ci serve quasi più per pensare – da quando siamo diventati navi da sbarco e branchi di delfini tormentati, che hanno finalmente acquisito la elusiva velocità dei loro persecutori, e imparato l’arte  di scomparire nel buio propria delle spie le  delazioni delle quali, fino ad oggi, ci sono costate sempre la vita e la salute. Ma stamattina, ti giuro, siamo noi l’ombra al fondo azzurro della piattaforma, siamo un orda di racconti senza un grido: allo scandaglio costruiamo l’eco falsa di una ingannevole profondità, come balene fantasma che promettono aerei ed aleatori piaceri. Poiché chi affondasse il bisturi tecnologico nelle nostre enormi masse cerebrali, vedrebbe l’ambra sfarinarsi imprendibile, il discorso storico dissolverei nelle singole parole, vedrebbe solo strade di una città piena di gente senza tracce di colpevolezza sui vestiti. Abbiamo preparato la scenografia per questo risveglio senza disperazione. Abbiamo pensato come è commovente che appena ieri ci siamo abbracciati come sempre tra gli scaffali dei magazzini pieni dei ricordi, in modo da poter, adesso, riordinare il mondo intero con le parole di un sogno.

Non abbiamo quasi più nulla di tante cose che ci eravamo procurate, non abbiamo più il possesso delle cose, questo era stanotte e questo è il fiore nel bicchiere. Buongiorno amore mio.


emozioni differite
non lasciarmi

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