il nero il lavoro il destino e le donne

18 Agosto 2011 Lascia il tuo commento

il sogno di Biancaneve

il nero il lavoro il destino e le donne

I lunghi cavi che portano l’energia per il suono e per i fari che tolgono il buio dalle spalle e la cenere del pentimento dai capelli stavano distesi nell’erba. Noi sopra vestiti in prevalenza di scuro per fare festa agli sconosciuti ai maghi che dovevano fare i suoni per raggruppare legare far sorridere aiutare togliere i mali della terra dalle mani dalla mente lasciar entrare l’aria dolce che saliva dal basso e arrivava anche dalla riga rossa del vento maestrale. Ora resta un silenzio di giorni muto come la densità ottusa e soda delle fibre muscolari attivate dal movimento delle pulizie fatte con gli amici nell’afa del giorno dopo. Le briciole di torte dolci e salate di formaggi verdure zuccheri sono note di quanto era successo. Vedo quanto scritto: prima viene il lavoro delle persone. Ora di nuovo c’è il lavoro di altre persone. ” Il lavoro al posto del destino” sto pensando. C’erano stati i maghi che avevano mosso l’aria col suono ma non so dire nulla perché il lavoro di prima dava anche in quel momento la opacità della coscienza la stanchezza che impedisce l’attenzione concentrata e resta solo il brusio accordato nell’idea che avevo ritrovato la felicità delle parole che ci scambiamo per anni le parole con le persone belle della ricerca. Non ho ascoltato la musica. Forse scoprirò che dovevo ascoltare e dovrò ascoltare in seguito: “ma non è neanche detto” mi concedo oggi.

La festa delle persone ha preceduto accolto contenuto protetto la festa dei suoni. Ma io non ho ascoltato nessun suono. Erano animali furetti volpi ricci sbucati dalla linea dei campi le persone ben vestite e curate e profumate come si deve sempre in una festa che è rispetto per l’interrsse di uno o più sconosciuti. Erano animali intelligenti furetti volpi ricci scoiattoli barbagianni istrici e lepri nella radura di Biancaneve, sbucate tutte insieme dalla linea delle torce per la guerra alle zanzare che restassero lontane oltre noi sopra i campi incolti, le persone ben vestite e curate e profumate per assaggiare notizie di parole riguardo al pomeriggio alle musiche. “Chi sono? Racconteranno una storia!” Non erano certo là solo per le pietanze. Forse le persone belle, sbucate dalle auto lasciate ai margini della radura polverosa, oltre il prato, mi hanno sedotto. E non ho saputo notare altro. Non ho ascoltato se i musicisti hanno raccontato la loro storia, il loro lavoro, le parole -offerte per essere morse mangiate leccate e assaggiate- saporite, per offrirsi ad un tradimento d’amore, ad una seduzione riguardo alla curiosità, al desiderio per i suoni e la loro origine. Non ho ascoltato perché, forse, non c’erano queste parole da scoltare per togliersi il desiderio di sapere. “Allora – mi dico – il poco aiuto, per servire quelle persone affamate di sapori, e la solita facilità di stare insieme agli altri per la felicità delle parole che vengono su, come gli gnocchi alla esplosione del bollore, hanno prevalso anche sulla musica.”

È durata la musica: accolta dal buio caldo dello stare insieme legati con le parole. Si notava il riflesso del lavoro dall’interno del casolare profumato, e tutto quel lavoro rotolava sui tavoli provocando le scelte. Si notava, fuori, la bellezza del nero, delle luci, dei cavi svolti a terra per assicurare l’alimentazione delle sezioni ritmiche. (I maghi, per quel che ne sappiamo adesso, avevano deciso che invece i fiati avrebbero avuto maggiore libertà.) Io anche, per il mio piacere, avevo deciso di guardare vicini gli occhi delle donne che fanno la ricerca, venute apposta per essere rapite da eventuale fascino delle persone: venute a cercare il lavoro persino dove è più rischioso fino a perdersi: nella religione dei suoni. Però non ho chiesto ” Ti piace?” : perché non ascoltavo più nessuna musica, perché già ridevamo raccontando di noi, delle nostre facce, e correvamo sulla musica come su un prato, con i serpenti neri dei cavi di alimentazione innocui ai nostri piedi, come serpenti senza veleno quando il desiderio non si teme e si soddisfa…. Posso dire di noi che eravamo tutti sorrisi elettrici e lampi di gioia ad orologeria. I maghi li ho intravisti: tutti raccolti tra loro, nella camicia sgargiante dei suoni: distinti e distanti da tutti. Non so dire nulla. Nella mia idea della faccenda -perché magari tutto si è svolto in altro modo- ho preferito lasciare tutti così distinti e distanti. Senza voler sapere se era tutto quel nero dei nostri vestiti che ci aveva già fatti noi distanti da tutti. Senza sapere cosa fosse la musica quella notte. Le persone sedute ad ascoltare, cioé noi vestiti in prevalenza di scuro per fare festa e i furetti le volpi i ricci sbucati dalla linea dei campi le persone ben vestite e curate e profumate come si deve sempre in una festa che è rispetto per l’interesse…

….o le persone eteree, i maghi, distinti sempre in sinfonici accordi reciproci, ma sempre allora -nell’addensarsi del nero del cielo- così distanti. Vedevo i tempi differenti. Restituiti e misurati. “Ora possiamo tornare a lavorare con amore anche noi distinti differenti distanti con infinita attenzione” ho pensato. Camminavano le persone a prendere le cose da mangiare e arrivavano ai tavoli piene di ghiotta curiosità ed io sentivo irresistibile la bellezza indecente del gusto di piacere e non ascoltavo la musica. Il lavoro sul prato aveva disposto desiderio e seduzione: ero felice che fossero in prevalenza donne, donne in sfacciata prevalenza a denunciare la deludente sordità maschile alla procacità. Si allungano le mani e si è preso tutto quanto: i sorrisi, le intenzioni evidenti, i polsi profumati. Si saranno in un attimo affondate le labbra nella crema della concessione e i maghi si bastano sempre ed io ero così distante che non mi basto mai. Ed ero così felice perché penso che quella differenza lascia libere le persone. Sentirò nelle registrazioni che i fonici ( fate conto il gatto e la volpe scaltri e defilati ) dovrebbero aver catturato l’eco di quanto è entrato nell’anima senza passare per la coscienza. Poco a poco vedrò meglio ma non tutto perché nel tempo le cose saranno svanite.

I maghi distanti tutti raccolti gli uni accanto agli altri tengono il loro segreto. Linguaggio e musica si sono avvicinati un attimo poi separati. Solo poche ore prima i maghi erano al lavoro: deponevano cavi neri per l’alimentazione sembravano operai al servizio della creazione del suono adatto. Poi via via che il buio scendeva trovavano una chiusura forse necessaria. Io restavo felice nell’amore per il lavoro che precipitava con i profumi dall’interno del casale antico e si legava bene con i sorrisi e le voci dei camerieri improvvisati e con le infinite scuse di seduzione che tutti sapevano inventarsi. Dopo, al momento della musica, credo di aver scelto di non ascoltare perché ricordo solo volti di donne e sorrisi e le creme profumate di idee di concessioni sempre possibili.

Una voce di donna ha insistito fino a che il tramonto se l’è portata via e nel buio hanno iniziato a cantare i grilli. Io guardavo il fondo del catino della notte e ricordavo che per me il nero è l’eleganza della necessità, la forma di chi si sente libero nel rispettare l’obbedienza alle regole. Non mi chiedo più se possa avere una qualche ragione chi trova la forza di una ragione nell’annullamento delle ricerche indispensabili. Ricomincio a cercare da qui: avevamo accennato qualche sera prima se si dovesse provare a sviluppare la questione della minorità assoluta delle donne nelle sessioni di musicisti erranti: quasi ci fosse un problema una fobia una incompatibilità attuale. Chissà!?


io penso e respiro e parlo con quel poco d'aria che riesco a trovare
io non so cos'è la musica

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