Il distacco la perdita e la gioia dei tornanti 

6 Febbraio 2012 Lascia il tuo commento

 

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la bimba pensa al giorno del teatro. la luce colorata dei riflettori. l’ombra grande della regina del ghiaccio. il centro del mondo in un punto nello sguardo. ha in cuore i segmenti tra i propri occhi e gli attori. i piedi che non toccano terra sulle poltrone grandi che sembra di volare. il pensiero si forma in corpi senza peso. non è lo stesso di quando aveva camminato insieme ai compagni di scuola per arrivare.

è stato quando è entrata nell’oscurità della platea il distacco. gli occhi che dovevano adattarsi e il pavimento di cotone. una perdita mentre precipitava in quel mare di oscurità. con il dolore acuto è arrivata la nuova visione: l’arte del teatro. lei tutta sola di fronte a tutto quanto i mostri hanno in pancia e sulle belle mani.

tanto valeva mettersi comoda ai loro piedi. piccina piccina. ma almeno in una parte (su una poltrona) centrale. quando si entra in questi luoghi di magia e stupore possono comparire le cose tenute da parte. e l’immersione nell’area della commedia per lei era cominciata secondo tutte le più stringenti sensazioni e tutti i più diversi motivi di dolore legati alla curiosità. alla separazione. alla distanza. e alla perdita.

” ti scrivo nel buio che non ci sei. dal buio che manchi. che mi scombini tutto per la tua forza di attrazione. come fossi il giorno -buttato fuori dalle porte scure- che amavo tanto. e la notte -che invece sei- tutto qui nel teatro senza ancora le luci. credevo che il dolore acuto allo stomaco era il passato.”

all’improvviso una innovazione generale del mondo per colpa della sensibilità che ne coglie un altro -mondo. non impossibile.

“ma può essere che aspetto, penso. è un dolore fatto di domande anche. sicché può essere le cose dopo oggi. il disegno. le interrogazioni alla cattedra. la voce della maestra. forse anche cose buone che devo imparare di nuovo a fare. a tirarle su “.
assorbito nella gran qualità dei colori opachi delle pareti via via emergenti. il dolore acuto è scivolato a terra con le frasi di pensiero narrativo. la gravità della intera faccenda risolta. l’aria illuminata radente i capelli di nuovo leggera. il dolore per la morte del padre dimenticato. specialmente vanificato, dopo, con i farsetti delle ballerine di rosa antico e ghiaccio. con quel loro sgambettare quasi ridicolo. ridendo la ragazzina ha centrato al cuore la gloria delle future variabili di trucco per i suoi occhi. -verdissimi-.

la vedo. arrampicarsi in alto nelle corse in macchina, su tutte le vie litoranee del mondo. guardando il disegno. il rosso e il giallo che le ballano sulla testa: il racconto del tecnico delle luci divenuto una condensazione di colori sul foglio. candidata ideale per tavole di colazione con tulipani. solo per questo il titolo dell’immagine sarebbe -per come lo vedo io- “L’Arte Del Risveglio”
è dunque evidente, al mio appassionato amore, che in quel disegno c’è il pensiero primitivo sulle condizioni iniziali del pensiero stesso. e l’umanità che ricerca. la folla senza fine sui campi di riso.

nel disegno che ho di fronte si svolge il progetto di una vita con la dislocazione da una sola parte di quasi tutta la realtà percepita. nella mente le cose sono eseguite secondo un progetto mancino: il palco e gli attori fanno la pressione sensoriale delle masse. una ricchezza sinistra e ridente che è sempre rimasta sconosciuta alla sinistra.

il mondo era a tutt’ieri un palco di attori in maschera. leggeri. e secondari. in assenza di catechismo, la luce, dall’alto, sono tre riflettori. che impongono la grazia della polvere di porpora cadente dagli schermi infuocati degli spot alti al soffitto.

a destra non accade niente. non c’è che da osservare una figura piccolina su una poltrona. più o meno nel centro della prima fila. sopra ha aria e frange di rosso. la bambina, da quella parte, non ha pensato masse che equilibrassero la distribuzione dei pesi sul piano del foglio. c’è tutto quello spazio liberato. una macchina scenica come un castello semovente. luogo di residenza di forme infantili.

ma quello che bisogna dire è: che il reale centro della composizione del disegno è: che con evidenza i piedi della bambina non toccano terra. e scommetti che non l’ha disegnato ‘apposta’. che il corpo le ha imposto di rispettare quell’intervallo e che quella mancanza di contatto è esito del dolore acuto al ventre:

” ti scrivo nel buio che non ci sei. dal buio che manchi. che mi fai mancare tutto per la tua forza di attrazione. come se tu fossi uguale a questa luce esclusa. come tu fossi questo giorno: buttato fuori dalle guardie nere. come tu non ci fossi più oltre il muro delle porte scure. te che amo ancora tanto che non ci sei. che sei la notte che non è più dei poeti. la notte che sei una assenza intera. qui nel teatro senza ancora le luci. ”

così, sussurrando questo dolore, la mano che disegnava le cose si è arrestata. prima che la linea curva che faceva il piede potesse toccare la linea orizzontale che aveva fatto il pavimento. e così il dolore acuto si è fermato. non è stata tracciata la conclusione. il dolore ha fatto la curva elegante. il pensiero ha avuto la sensibilità per l’arte. la ragazzina ha tracciato gli elementi della propria predilezione per i tornanti. per l’ascensione delle litoranee tutte azzurro e panna.

si vede, nel disegno, tutto il tempo avvenire. che ha potuto ripararsi dalla distruzione del dolore scivolando in quella scaglia sottile di assenza di contatto del piede con il pavimento. quando la gamba sospesa ha potuto oscillare. con un movimento di gioia, di allegria infantile. in quella fessura d’aria, sul piano del disegno, ha trovato la forza per salvarsi la vita. per quello che io la amo così tanto.

lei non si è accorta di niente. ha solo fatto questo disegno che poi mi ha fatto vedere. per raccontarmi di ieri. adesso dorme. è come se fosse un mio sogno lei. quel regalo che respira di là sotto le coperte.

io stesso divento immortale come un principe di carta quando riesco trovare le parole per i rapporti che non ci sono ancora.

l’immagine è tratta dal libro Brian Selznick La straordinaria invenzione di Hugo Cabret Mondadori, 2011


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