ideale concreto

19 Giugno 2015 Lascia il tuo commento

 

Ideale concretoDa tanti anni un’idea di qualcosa d’altro sposta il percorso lineare in derive. So che non c’è alcun centro e che c’è una distanza tra oggetti distinti nel vuoto e una che misura la dilatazione del gel siderale azzurro/fuoco. Qualcuno sviluppa continuamente la poetica potenziale delle proposizioni. Stamani la ragazzina di quarant’anni cantava all’angolo della strada e come sempre commuoveva alcuni e altri passavano senza essere minimamente colpiti dallo sfogo di una povertà evitata col cinguettio di un filo di voce. Il grigio caldo delle lastre della strada sposta i passanti di qua e di là. La ragazza non è il centro di niente. Neanche della propria vita: canta e ride per farsi da parte dal ciclone del tempo e succhiare le sfuriate di polline ritardatario. Ultima nella scala di importanza nell’economia cittadina è bellissima come la coda di una cometa. La musica invisibile cambia i percorsi della folla affluente da una piazzetta all’altra del centro. Io mi sono specializzato nella misura di quel tipo di variazioni. Misura di superfici comprese tra la retta di un percorso ideale e l’arco della navigazione effettiva. Il risultato di una sottrazione lineare espresso dal numero ‘quadrato’ che indica l’area di una differenza. Così so per certo che quella è l’assegnazione della mia esistenza fisica ed è spazio e tempo. Una deriva è un ritardo rispetto all’assoluto che non ‘dovrebbe’ esistere tuttavia è insistentemente ‘pensato’…

Alla conclusione la curva si ferma nel punto ideale ma ho sempre la sensazione che avvenga fuori dal tempo che sarebbe stato sufficiente per completare il percorso ideale. Per quel che mi riguarda il tempo del ritardo non è perduto semmai è aggiunto. E io che navigai la curva sono più di quello che sarei stato, non del tutto asciutto e sfinito voglio dire che è quanto sarei diventato se mi fossi adeguato ad una puntuale adesione alla esattezza ferroviaria degli orari divini previsti per l’assoluto ideale.

“Sono io quello che grida” dico orientando la bocca di fuoco delle mie labbra alla ragazza che canta, sull’asse terra/cielo infisso all’A di “Arrivati!!!” vicino all’agenzia immobiliare. Arrivare non si arriverebbe mai perché appena là dovremo calcolare l’area di un ritardo e cioè la sommatoria delle superfici tra l’arco della rotta di caduta intorno agli amori e il congiungimento degli amanti.

Ogni conclusione di una psicoterapia segna un punto sulla mappa del destino che sta legato alla prima seduta che dice che, se destino c’è, esso prese vita in un momento e un luogo che erano casuali e che solo l’amore di transfert, ora risolto, può chiamare giorno e luogo provvidenziali. Morir felici renderà ragione. Il resto è approssimazione e calcolo continuo. Ogni giorno una cifra decimale del pi greco. Che tutta l’umanità conta di finir di leggere fino in coda per risolvere se il tempo sia ‘troppo per ciascuno’ più che ‘eterno’.

La fisica della materia inanimata sostiene la bellezza del pensiero geometrico. Fette di un cerchio sono idee astratte. L’intenzione era di sperimentare in che modo un maschio attempato dei nostri giorni poteva rapportarsi all’immagine femminile rimasta inalterata da migliaia di anni. Per quel che mi riguarda ho disegnato l’estate di oggi. Poi la medesima estate di 4030 anni fa. Sono solo archi di cerchio. Fanno tante cose. Massi infuocati e fianchi di donna.

 


l’angolo del muro ad oriente
filiazione reciproca

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