grazia della modestia

3 Agosto 2011 Lascia il tuo commento

grazia della modestia

Di mattina d’estate deve essere lo stimolo della ricerca a porre l’attenzione su una vecchia pellicola famosa e penso ormai ritenuta inservibile nella sua pretesa attività di denuncia. Però le figure di arte sullo schermo sono affascinanti. Il colore ingrigito provoca la passione assai più di certi capolavori impressionisti. O più degli smalti urlanti. Orwell ha terribili colori segni ingrigiti dal presente segni di un presente vecchio per via di quella corsa all’innovazione che si basa sull’alterazione ossessiva di tutto. Orwell mostra lo scheletro del totalitarismo. “Teoria e pratica del collettivismo oligarchico” – “L’ignoranza è forza”. Si trova nel grigio ottuso una potenza di opposizione. La provocazione schiacciante dell’inerzia dà la resistenza. Sento le parole recitate dall’attore abbracciato a Julia: ” Chi si aggrappa alla verità anche se è solo non è pazzo.”  Ascolto le parole programmatiche del Grande Fratello  “Scopo della guerra non è la vittoria ma la distruzione costante di tutto quanto prodotto”.  ” Il regime di potere si basa sulla povertà e la violenza contro i più deboli.”  Tutto si ripete da sempre e fallisce da sempre ogni opposizione. “L’acqua è fredda… non c’è più petrolio”. Gli amanti appena usciti dal sesso nel freddo con la prospettiva -che non temono- della fame e del freddo. Poi alla resa dei conti della conoscenza l’arresto e la prigione. Guardo i fotogrammi e so che tutte quelle opzioni si sono realizzate attualmente in modo evidente e globale. “Voi siete morti!”- la psicopolizia. Siamo l’uomo e la donna dopo il sesso nudi nel freddo della stanza aggrediti dalle divise nere che la regia propone come forza della negazione e poi dell’annientamento. La malignità organizzata del potere è sempre un monologo alla fine del discorso. Il crash sempre preceduto dalla grande svolta della parola ‘verità’ all’apice della accelerazione. Il progressivo migliorare senza una trasformazione è una accelerazione violenta che non tiene l’aderenza poi ci si sfracella nel campo. Quando nel discorso si nasconde la prospettiva del quadro che va dal buio alla luce parte il proiettile che ci ucciderà prima o poi. La rettitudine della corsa prospettica da noi al punto di fuga trasporta noi nel punto di fuga e veniamo uccisi dalle nostre speranze esplose nella canna di fucile della miopia. Il tempo lineare è un operatore della psicopolizia: ne abbiamo soltanto bisogno per ritardare la conoscenza secondo l’idea corrente del pensiero: l’illusione che il processo mentale si svolga nello spazio e arrivi solo quando è deteriorato ed inservibile alla propria maturazione. Aah! la bella idea consolante che il pensiero invecchia nè più nè meno dei gerani sul davanzale e sfiorisce non appena raggiunto il punto di rosso più intenso. Deve essere la ricerca che continua senza paura ad affrontare e smentire la tristezza e il pessimismo. Il tempo non ha la realtà fisica di una cosa che conta accumulazioni e sottrazioni delle qualità inerenti vestiti smaglianti e gramaglie. I pensieri che sono fatti di tempo sono immagini create nella mente non figure che si lasciano intravedere come una visione del dopo nel fondo della stanza.

Da minuti continua nella finestra accanto a questa dell’editor di testo lo svolgimento scattante delle figure dai colori ingrigiti ma affascinanti sullo schermo. Il colore diffuso che fotografa il tempo come usura provoca attivamente una passione superiore a quella provocata dalle tinte impressioniste. Più degli smalti urlanti dei poster della Rivoluzione con le bandiere che garriscono spinte dal vento che soffia in faccio agli eroi come una benedizione divina. La rivoluzione non può mai vincere perché quel vento che spira sui volti degli eroi non è una metafora o una allegoria: è proprio l’abbaglio mistico di chi credeva di essere armato di una teoria definitiva sulla verità. E’ il manifesto della violenza ‘legittima’ scatenata dalla riduzione alla misera. La rivendicazione dei diritti senza alcuna teoria sulla violenza dell’assenza e dell’annullamento porta all’omicidio contro i giusti. Le vittime atterriscono suggerendo di una ribellione impossibile.

“Papà mamma voi due siete in lotta dentro di me” si dice nel film ‘L’Albero della Vita’ ed è difficile non disperdersi nelle parole affascinanti che pretendono la commozione. Lo si fa. Ci si identifica con chiunque abbia pensato quelle parole per metterci di fronte ad esse isolati nelle poltrone accoglienti ad ascoltare che non siamo soli e abbandonati. Ogni volta che la commozione arriva da svariati e differenti luoghi di natura e significato disparati -tanto che non saprei raggrupparli in schemi utili allo studioso del mio comportamento- mi chiedo se la teoria della nascita ha valenze filosofiche che cambieranno o meno il pensiero e insomma determineranno una definitiva e irreversibile trasformazione della civiltà o della cultura della civiltà. In realtà mi chiedo se – in relazione agli avvenimenti determinati da certe asserzioni potenti del pensiero dei geni – potremo sorgere ed alzarci dalle poltrone per andare alla strada sui bordi e i marciapiedi e il ciglio piangente di erba bagnata e ridente di margherite e violette. All’erba addolcita di un campo in riva alle coltivazioni di un contadino reduce dalle grandi guerre. Sorriderci a vicenda come fosse naturale assistere al mattino e al crepuscolo con qualche scusa.  Andare sul ciglio per applaudire appena si intravede la polvere alzata dai bolidi in corsa – laggiù – all’inizio del rettilineo. L’inizio del rettilineo è alla fine del nostro sguardo volto indietro. Dal punto più lontano alla fine del nostro sguardo – nel punto di fuga della prospettiva dei ricordi – nasce il desiderio. Da là arriva il futuro tanto velocemente che ci sopravanza rombando e scivola via con effetto doppler. Con la musica di un cambio di tono per la differente pressione del tempo evocato dalle masse in movimento nasco dal buio pensavo alle corse dei bolidi. Era il tempo in cui il resto dell’impatto dei suoi occhi fiammeggianti era una carezza sul dorso della mano mentre spariva oltre l’angolo della porta. Una fata che si tuffava nella mia abbagliante ignoranza.

Era il tempo in cui l’ignoranza evocata dal desiderio soddisfatto nell’amore – si fondeva e si scontrava con l’ignoranza suscitata dalla complessità di una teoria sulla nascita umana e sulla realtà medica della vitalità che sono forza di una fisiologia da ripristinare. L’ho sùbito e sempre ritenuta la migliore teoria possibile. Studiando dentro l’università apprezzavo che quella fosse davvero una teoria essendo il resto rutti accademici. Aveva ed ha la grazia della propria trascurata proposizione quasi di chi non dà importanza alla propria accettazione. Aveva la potenza di legame delle parole con le parole che riproponeva -dietro l’incoerenza apparente- il disegno rigoroso dei frattali. L’ estetica della meraviglia di fronte al falso disordine della casualità dei movimenti caotici. Ma continuai a pensare a qualche cosa di più e solo ora mi chiedo se fosse previsto. Se è mai previsto che ci sia un futuro oltre la meraviglia. Stamani osservavo Orwell sullo schermo -quel suo 1984- e dico che stamani dovevo essere depresso per quel tempo. Chissà quanto quello stato d’animo è legato a queste domande. Se è vero che qualsiasi teoria verrà letta e decifrata secondo le nostre proprie vicende e la comprensione della sua originalità sarà solo se essa susciterà in noi una originale possibilità di restituirci la nostra storia: errori in testa come pennacchi sul cappello dei gendarmi.

Mi chiedo sempre se – nella teoria migliore che io abbia mai trovato a proposito delle possibilità umane e del futuro della civiltà e della cura delle distorsioni del pensiero di certi ammalati – ci sia anche la modestia come uno statuto implicito originario e inavvertibile, Per essere capaci di tollerare il fatto che sempre dopo l’amore avevamo sentito che ricominciava tutto: noi – la solitudine – l’immagine di lei distratta che vola nel buio – e il gusto di essere un poco soli a ricominciare la vita sospesa dall’amore. A riprenderci e ricominciare anche il tempo arrestato dalla comprensione condivisa delle mani sugli occhi e delle labbra sulla pelle che ci rende potenti d’aria ed inesistenti – per felici ore -sul piano della realtà sociale politica e pratica.

Nella poltrona calda ed accogliente di oggi non è che sappia rispondere. Perché anche una teoria -prima di tutto- sono le parole di qualcuno che ha voluto (lo volesse o meno) che ascoltassimo quanto aveva creduto che andasse ascoltato. La sua presunzione può essere smisurata ma essa dovrà vedersela con la nostra modestia. La misura è la grazia. La grazia che siamo certi esista nelle cose e nei comportamenti se -nel poco che con essi si afferma- si determinano mondi. Se si realizzano fessure aperte su mondi. Le smisurate teorie sull’uomo devono vedersela con la modestia della riduzione alla poesia cellulare. All’allucinazione quantistica che non risolve nulla perché seppure il pensiero è materia tuttavia non è semplicemente fisica che obbedisce alle leggi. Perché la fisica non obbedisce alle leggi. O meglio: le leggi della fisica non sono leggi dell’obbedienza. Le teorie sull’uomo sono teorie sul pensiero continuamente ripensate.

Ma non c’è altro che ciò che esse fanno nel pensiero e non c’è altro da dire: se non che -ciò che sono- è ciò che diventano nel pensiero differente da quello di chi volle che ne tenessimo conto. Assistiamo a pretese. Non è proprio totalitarismo tuttavia è una diffusione di atmosfere violente sotto mentite spoglie. Una mattina di agosto la mente cerca, nel grigiore di una previsione esatta, la potenza della resistenza che non divenga promessa o rabbia. Che si apra alla grazia di altri. Per non restare sempre soli. Ho trovato il lieto fine perché ho voluto trovarlo per non restare triste. Ho trovato tra le cose che sapevo da tempo e avevo messo da una parte (‘Non si sa mai’ – mi dicevo ) la favola del mantello fatato (*). Non si sa mai, appunto, altri proiettili cercassero e riuscissero a trovare la strada delle nostre case nonostante il cambio di indirizzo.

Ho trovato il pensiero che tornava come un gatto magico sul tavolo. (**)


voce
la gioia dei giorni di riposo

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