coscienza fragile e innocente

Disegnare disegnare. Giorni e notti. Strappare la carta. Eliminare il file appena accennato o apparentemente completato. Troppo elementare. Ricominciare. Troppo ricercato. Ricominciare. Scontato. Pretenzioso. Ricominciare. Brutto. Bruttissimo. Freddo. Ricominciare. Manierato. Ottuso. Artificioso. Didascalico. Volgare. Ricominciare. Ore dopo arriva improvvisa la stanchezza. Un senso di nausea per aver insistito ad inseguire una certa inclinazione delle linee convergenti nel fuoco della figura sul piano cui vorrei affidare l’idea. Eppure ad un certo punto bisogna interrompere la pittura. Finire. Girare gli occhi al ‘cielo’. Il cielo non è il paradiso. Precisamente è sul lato superiore sinistro nel menù dell’applicazione di disegno della mia agenda elettronica dove sta scritto “Save”. Salvo sfiorando il comando. La CPU raggomitola il disegno in una insenatura minima della propria memoria fisica. “Puf!” Tutto salvato nella nuvola, nel rettangolo sottile di cielo del menù ‘file’ alla voce ‘save with name’. Salva con nome…  Così nelle applicazioni economiche dei tablet che hanno sostituito i programmi pesanti e costosi dei desktop.

Appoggio la schiena alla seggiola di lavoro. Sono sulla mia imbarcazione di leggere sfoglie di frassino bianco e mi riposo scendendo le onde alluvionali di un fiume che sarebbero nella mia mente simbolica intervalli -o durate fai tu- di tempo trascorso a pitturare confezionato ora in successive masse d’acqua o portate liquide che spingono piroghe e canoe. Ripenso e riguardo il disegno a fresco alle pendici delle navate fin sulla cima della cupola dello schermo a led. Così acuta come una navata ad arco gotico era venuta anche la febbre un mese fa. La febbre della malattia virale, determinata dalle tossine. Sono tossine certi composti chimici prodotti dal catabolismo di macerie proteiche e le macerie sono dopo che si sfaldano, cadendo in pezzi, le cattedrali molecolari di cellule: mitocondri, ribosomi, acidi nucleici, proteine e lipidi delle membrane di filtrazione, corpi idrofili e idrofobi. Pregavo pregavo di realizzare il disegno come se volessi costruire la grande chiesa ad una navata verticale vertiginosa e poi ecco il filare degli alberi con le foglie leggere che scendono e calano a terra e salgono sottili divertire e irresponsabili, ridendo. La chiesa cominciava a franare. Ecco il cielo. Save. Save me.  Salvami. Nella zattera della febbre il tempo è un fiume. Il sonno un tappeto volante. La biologia ha forma di una ‘funzione’ matematica riguardante il comportamento aerodinamico della portanza alare nel volo irrazionale della sonnolenza febbrile o, più arditamente ancora, nella trasvolata lunga del sonno notturno. Irrazionale comunque corrisponde ad un algoritmo che descrive con buona approssimazione la bellezza disordinata della chimica delle attività cerebrali quando siano abolite sia la coscienza sia la possibilità di trasmissione del pensiero al sistema muscolare striato che realizza il movimento volontario. Comunque, in episodi di veglie volenterose e coscienti, o nelle distrazioni di sonno o febbre, saremo equazioni ogni giorno amor mio. Incomprensibilmente sarà la poesia a prevalere e diverremo rosee pietre di dolomite che cantano da ciascuna molecola dei propri componenti verticali.

Molti dicono oggi dei colori della figura dell’ultimo disegno. Io avevo detto che era, poteva essere, l’immagine del riposo di chi dorme. Dopo questo poco tempo mi pare che forse potevo voler dire l’opposto. Spendere una parola a favore delle veglie della ragione. Disegnare una guarigione dalla malattia virale, la vittoria della vitalità sugli agenti patogeni. Ci sono virus invisibili che portano la malattia come stanchezza, forse perché attivano nella veglia azioni simili al sonno che abolisce il movimento. La stanchezza portata da una alterazione invisibile appannava la luminosità necessaria alla presenza. Ma come dire oggi di queste giornate di sole e di vento e di questi momenti buoni e della coscienza di noi così allegri. E come dire la sensazione dolorosa della consapevolezza che il pensiero è sempre troppo fragile proprio dalla parte della propria gioia e nel trionfo della coscienza innocente che pensa: “…. ti amo!”.


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non so dire come sia che alcuni non diventano mai cattivi
non basta la pazzia del sonno a indurci alla ricerca?

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