commedia

12 Giugno 2011 Lascia il tuo commento

commedia

L’immagine si origina nel momento in cui la natura entra in contatto con la biologia umana. Le sensazioni fanno la percezione a partire da un indifferenziato esterno all’uomo che non è l’uomo o della complessità del contenuto umano dell’uomo. La percezione diventa la coscienza di una figura e più generalmente la presa d’atto di esistenza di una realtà. Presa d’atto e coscienza di realtà sono forme di pensiero composto di singole figure o di più ampie rappresentazioni del mondo. Non ancora immagine, la scena figurata del mondo descritto certamente contiene differenze evidenti, una intelligenza, una artistica capacità di tracciare margini e disegnare una creazione di regni distinti e, se non fondare un vero inizio della vita, almeno raccontare una metafora di cause ed eventi a comporre una genesi stralunata a partire…. da dio. Ma c’è un primo anno della vita in cui la percezione del mondo non organizza le sensazioni afferenti in schemi adatti alla comunicazione condivisibile con una società e gli esseri umani vivono tra tutti gli altri senza poter sottoscrivere un contratto sociale. Siamo stati in un mondo che resterà sempre le braccia del mondo, che furono e restano la verità di un esistenza legata alle tracce di un uomo e una donna che non furono mai nominate con un suono perché quanto si mormorava nei pellegrinaggi d’amore sul seno bevendo e respirando insieme era la riconoscenza per l’altro: accanto davamo pubblica lettura di poesie per la cura delle malattie e di editti per la ricerca – agli angoli più sperduti del mondo – dell’origine del tempo. È al risveglio il suono del nome diffuso sulle cose. Il sogno la notte fa le lucciole e definisce la figura sul fiume amazzonico che per la sua stessa vastità protegge l’immagine del suono della voce umana sulla barca del seno che canta. Quel mondo arduo di montagne di pollini, e maree, e polvere vocale, è il campanello della bicicletta del lattaio, il grido della principessa ferita dalle spine sparse dovunque, l’incoscienza della mano trai rami di albicocche a cercare a tentoni la più dolce al tatto, il velo di lacrime sugli occhi che resta tutta la vita a difenderci dalla cecità. Ma poi anche: la notte dei grilli, gli stagni traboccanti di rane, la tentazione di ridurre il mondo vibrante delle particelle nelle braccia delle equazioni, la scommessa sulla radiazione di fondo e, per generare ancora il nostro futuro, il fiducioso confidare nella realtà della misurazione esatta del calore del tuo costante danzare. Un anno intero a vivere distesi sulla spiaggia dove le proteste sono le impronte dei gabbiani: c’è qualcuno ancora che si ferma al mattino di fronte all’umidità rimasta negli avvallamenti. La notte gli uccelli marini migrano sulla terra a raffiche: potremmo pensare che il sogno si genera -anch’esso- da una migrazione. Nel primo anno abbiamo il nomadismo senza erranza, aristocratico e superbo, delle popolazioni del deserto che non vanno a cercare altro mondo, e che, al contrario fondano loro stessi un mondo passando continuamente sempre accanto ai loro precedenti passi, ripercorrendo i margini della culla tiepida senza noia, nella espressione esatta del pensiero senza coscienza, lo sciopero della fame senza la morte per inedia. Via via che la ricorsività svela la vitalità che sfugge la coazione, coi loro passi ostinati scrivono la costituzione che accorda loro un paese abitabile: la realtà è che il mondo è definitivamente ai loro piedi. Raccontano che la sabbia sia piena di tracce, uno sciame di creature vibranti che migrano ogni notte mentre l’uomo e la donna padroneggiano il sonno profondo ricco di luce. Ecco dunque una ipotesi differente che prova a proporre che è, sarebbe, inarrestabile quanto comincia dalla calma potente delle lacrime agli occhi, un cielo subito sopra i tetti dei paesi e delle più vaste città di sabbia, la densità dei grigi da sapere senza averne preso coscienza, in quel mondo fatto delle tracce di mille braccia di donne e uomini nomadi mai dispersi, perché hanno sognato di non scegliere granello di sabbia da granello di sabbia. Il primo anno di vita, lo sciopero della fame senza morire, non è un andare erratico verso terre promesse: è il passo sicuro dei fondatori. Alle porte della nascita essere ‘umani’ è avere la vitalità che vince e saper porre in un canto – come si stesse ad armare una bisaccia col peso di infinite deglutizioni miste a sospiri – una smisurata conoscenza, il senza figura di tutto ciò che viene. Vorrei avere il tempo di indagare la condizione umana che si genera quando, alle soglia, cadde sulle nostre mani e sulle palpebre socchiuse la distesa inarrestabile del nome, che poi rimase, tutta la vita, uno dei modi più esaurienti per comporre tutto il discorso di sé, e l’etica di una origine non più occasionale, e la ricerca sugli inganni: ma anche il tempo ritmico dei suoni che al loro scomparire facevano un silenzio che chiamava e chiamava praticamente di continuo come fosse- forse lo era- il brusio indistinto della funzione specifica del sonno profondo.

L’immagine rimane come ‘nascita’ alla conclusione di ogni attività umana ad assicurare la vitalità della funzione del pensiero.


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