come possa essere compreso che la pulsione è spinta a tornare alla quiete onnipotente della vita intra uterina 

18 Marzo 2015 Lascia il tuo commento

Dunque questo mio dichiararmi esterno a te ti offende. Uno nato, uno non ancora nato: a causa della ‘negazione’ della nascita, a causa di una ignoranza di uno di noi che non sa le cose che toglierebbero la confusione teorica di fondo (che adesso affligge definitivamente la nostra cultura). Nell’utero si stabilisce rapidamente l’ambiente più stabile possibile. L’acqua è una carezza continua. Molti mesi. Poi. L’azione muscolare delle contrazioni: le mani carezzevoli dell’utero, che fino ad ora proteggevano la sfera liquida, adesso invece spingono. Spingono per quanto è indispensabile il feto decisamente verso fuori.

Eh che momenti! E il tempo che non si conta.

Dopo: la luce è accecante tanto che gli impedisce di cogliere la sfida amorosa delle braccia che si sono via via spalancate durante l’attesa del parto. Le vele delle navi le ali degli uccelli gli sbuffi di vento i refoli di vapore di certe nuvole le scie degli aerei e i fremiti sull’acqua e i quarti di tono gli renderanno durante la vita quella condizione. Sono innumerevoli i processi intra/psichici che si ripeteranno evocando il ricordo somatico della nascita. Nelle distrazioni della coscienza ci saranno altre possibilità di benessere sorprendente e non prevedibile. L’atto di addormentarsi è tuttavia il gesto estremo ripetuto di igiene psichica fondato sulla traccia mnesica della nascita: l’approdo sempre ripetuto che fa la realizzazione mentale della propria ‘legittimità somatica’ definita ‘pensiero irrazionale umano’. È la discesa nel sonno, l’addormentarsi: riproposizione della capacità congenita del neonato di immaginarsi soggetto senza (prima della) conferma di sé attraverso il contatto fisico con l’altro essere umano.

Il nesso non cosciente realizza un benessere: il volo aereo conduce specificamente ai bordi delle cornici dei capolavori. Fin dentro al campo della pittura. I fiamminghi ritraggono bene la luce dalle finestre e le quiete presenze umane in stanze lunghe. Essi disegnarono benissimo la potenza del pensiero umano. L’estetica cromatica di quello che ora si può esprimere come: il rifiuto della gratificazione di cui siamo capaci dopo la nascita. La luce nei campi di pittura dei nordici dice bene perché convenga essere nati.

A noi spetta adesso di circoscrivere la vita alle nostre spalle. Senza di che il rifiuto sarebbe percepito come invito ad una identità impossibile ed evocazione di una integrità mai esistita. Questo il disastro teorico implicito nel freudismo. Se la nascita non esiste e non esiste un io alla nascita rimane lecito aspirare a ricreare la calma prenatale.  Tale tendenza è invece la fantasticheria della pulsione di annullamento.

Guardo le figure che evocano un nord antico attualmente sparito. Sono immagini di stanze purificate dall’ostetricia affettuosa. Volumi d’aria risonanti le onde del travaglio che, figurando gli scomparsi amori di donne e uomini di una borghesia commerciale, pure nell’animo attualmente turbato lambiscono la composizione scultorea di madre e bambino una di fronte all’altro.

La domanda senza tempo resta: quando è stata l’irreversibilità, insomma la cesura definitiva, il punto senza ritorno della nascita? ‘Lei’ cerca ancora smarrita (dentro di sé, poi attorno a sé, poi scrutando intensamente ‘lui’ che è appena nato) le tracce del punto incorruttibile dal quale tracciare dietro ‘lui’ un limite sicuro. Un fiume a traverso invalicabile. Perché è là (oltre quel segno) -che corrisponde alla nascita- che il parto ha deposto il neonato. ‘Lui’ peraltro mostra di saper assai bene come restare con ‘lei’ mentre respira fuori dal mondo di prima. Un mondo cui dovrà essergli impedito tornare perché riattraversare il fiume, da questa nuova riva all’altra -perduta nel buio della biologia muta/ sarebbe un guaio rovinoso per ‘lui’ com’è  adesso ad esplorare quieto.


maratoneti in odore di Nobel 
golem in Atlantide

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