Coleotteri

27 Gennaio 2015 Lascia il tuo commento

Nuotano i coleotteri leggeri sulla chioma dei cespugli. Le zampette lunghe da ragno tengono i bulldozer dei loro corpi traballanti un millimetro sopra la materia verde smeraldo delle foglie a galleggiare su un’intercapedine d’aria. Quella leggera corrente deve aver corso sulla testa dei nostri figli quando comprarono l’orologio buono. Avevano ambedue un orologio piccolo rotondo con una piccola radio nel meccanismo delle corone che cantava fiati e flauti tra i rubini per loro soltanto in mezzo ad ogni festa. Io, come sempre, resterò impreparato all’allegria improvvisa che mi investe. Nel sogno ho anche visto il prezzo dei due orologi, che essi poi portarono e continuano a portare, quando erano ancora orologi in mostra dall’orefice, come cuccioli d’acciaio nel canile androidiano, in attesa di un compassionevole padroncino. Il prezzo segnato sul talloncino rettangolare delle dimensioni di un quarto di francobollo appeso ad un filo da cucito celeste dovrebbe dirmi qualcosa ma ora non si chiarisce bene e resta un’impossibilità ulteriore, nonostante la felicità. La felicità mi viene consentita tenuta fissata al filo azzurro da sarta di un nesso che non saprò interpretare. Comunque un prezzo medio certo non da ricchi ma da uomo e donna consapevoli che però non vorranno perdere il sarcasmo della seduzione a nessun costo. Neppure a favore della ricchezza. Io leggo leggo leggo studio come sempre anche di più in verità e di certo con più libertà e intelligenza o almeno con meno fatica di comprensione per starvi accanto preparandomi già al ‘dopo’. Al dopo anche per voi. Adesso, per dopo, già so che c’è una incondivisibilità da qualche parte che fa le identità. La discrezione dell’immagine di noi non confusa. Dai microscopici diffusori nascosti nella cassa sottile dell’orologio che avete al polso la radio canta che anche il sogno ha fisionomie. Meglio: che il sogno ha soprattutto fisionomie.

Il grande e leggero scafo del coleottero sulle zampe articolate da zanzara è una esagerazione fumettistica. Come le parole d’amore, tuttavia, incanta gli occhi prima di tutto. È come vedere le cose che si dicono. In amore intendo. Allora deve essere questa l’idea sottostante: articolazione su tappeti d’aria di scafandri di sostanza traslucida verso non si sa dove. Scafandri non d’amore necessariamente. Da studioso della cura fatta di parole ha per me un certo interesse ogni procedimento che abbia al suo interno trasparenze attraverso le quali intrecciare legami obliqui per assemblaggi di significati sovrapposti. Si sa la mia passione per gli snodi di Möbius. Interna al discorso sta qualcosa di amicizia e distanza… o amichevolezza e fuga. Gli estremisti cercano parole sintetiche come la parola ‘Dio’. Non temere una conversione. Le conversioni semmai sono alle nostre spalle. Per via del linguaggio. Convertiti dissidenti, estremisti fatti con la pietra fredda della dialettica, si dibattono. Differenti dal mio amato coleottero si incardinano sulle loro piattaforme petrolifere. Peccato quella fissità sulle onde! Ronzanti linee -della febbre che va su e giù per le valli e le pianure di me- suadenti suggeriscono che, lo si voglia o meno, una volta formatasi nella mente, qualunque parola non si cancella più e segna un nuovo inizio o, a volte, una variazione quantomeno. Dio per esempio ad un certo punto, un istante ignoto, è diventata una parola, lo si voglia o meno. Immagine, pensiero pre-verbale, pensiero verbale, suono: tremante come il coleottero di oggi su zampette incerte ma tutte insieme stabilissime e capaci di concludere le necessità di quel cervello lucido di smeraldo sul verde smeraldo delle foglie: assiepate, corali, osannanti. Abbiamo sempre avuto una musica che saliva dalle navate delle passioni liturgiche estive (come ora l’Arte della Fuga): come fosse un ‘niente’ che sale dalle casse sottili di moderni orologi. Bisognerà fare i conti con le vibrazioni di macchine legate ai nostri polsi arrossati di sangue. Intanto suggerisco (non proprio ‘suggerisco’ perché la parola mi resta un termine inappropriato a quanto vorrei esprimere) alle mie costole -trasparenti di una maturità tardiva- di spingere appena per altre parole. Oltre ogni principio mi rammento -mormorandolo insieme al pensiero della figura dei volti- il tuo nome, il vostro nome, il nome dei figli, dei figli dei figli, degli amori noti di tutti. Dei libri che tenete sul letto accanto alla bocca che respira sognante. Le parole correnti del titolo del film sui nomadi appena visto. Il nome della via dei musei e dell’altra via, quella dei bar affollati nell’ora magica degli aperitivi.

Interna al discorso sta la fila dei virus che ora il misterioso processo di guarigione ha appena frantumati in particelle proteiche prive di funzione. Ci si libera del segreto agente respirando piano. Nel tepore della lana che favorisce la risposta immunitaria e pone la domanda su quale sia la base della funzione generica denominata ‘Vis Sanatrix Naturae’. Una diffusa universale generica fisiologia prestabilita.

Le parole insieme fanno sperare nel discorso scientifico schiuso in una convessità. La cupola di una Città del Futuro. Un’atmosfera artificiale. Una pioggia inevitabile. Sulla terrazza della spiaggia oltremondo di una universale convalescenza guardavo Blade Runner. (Gli androidi sognano pecore elettriche?). E non era altro che un balsamo per la gola irritata quel grigiore di una architettura intelligente. Si poteva dunque amare la tua vita e la vostra vita come gli spigoli acuminati del palazzo dei dittatori?! Il grido che chiede si congela in stupore ed ho una gelatina di latte dolce nella scodella di ceramica bianca. Balde Runner ruota stride e urla attorno alla domanda di Frankestein. È la domanda di un figlio malamente costruito e poi trascurato dal padre/progettista. La parola ‘Dio’ appena detta non torna più indietro. E prende diverse forme. Io, per me, come un dio assai trascurabile mi sono messo a faticare. La domanda sempre la stessa ‘Perché mi hai fatto così?’ non uscirà dalla mia gola arrossata.

Un faraone morente composto muove le pedine sulla scacchiera nella piramide d’oro. Lo schiavo porta domande intelligenti. Geniali. Poi mi lascio raccontare Darwin Galileo e Newton. Prima di dormire. Posso veramente dire, al posto di altre parole, le poche che contano, prima dell’eternità, non ti lascerò mai.


"oh mio dio ! "
L’amore per il volo

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