cinquantacinque anni, cinquantasei, da quando facevo i compiti di prima elementare.

22 Novembre 2012 Lascia il tuo commento

Oh ti sei abituata a parlare per fregarmi. Sembra che hai sentimenti per me, invece. Io ho taciuto, sono rimasto zitto da un bel po’ di tempo, come avrai notato anche se hai fatto finta di non aver notato nulla per cui continui a parlare, per negare un cambiamento. Per non fregare nessuno taccio da tempo. Per non fregare soprattutto, precisamente, nessuno di quelli che amo. Per questo fine cerco la forma del silenzio. Non so come altro dire di quanto è alla fonte del silenzio degli ultimi tempi. Degli ultimi anni. Ho scritto certe pagine perché cerco una cosa per giustificare di non dir niente di oggettivo quando parlo. Così, scrivendo, so che faccio il mio compito preciso preciso come più di cinquanta anni fa, cinquantacinque anni fa, al tavolo di cucina di fronte alla porta finestra della piccola unica terrazza, e con le spalle alla parete dove c’era la porta verso il corridoio e, appoggiata al muro di fianco alla porta, la macchina da cucire con il mobile di mogano che stonava con lo stile dei mobili di formica e acciaio del resto della cucina. Crescevo durante parecchie ore là. Crescevo studiando nella cucina. E alternando allo studio la merenda col vino schizzato sulle fette di pane bagnato con lo zucchero.

Crescevo studiando con fermezza contro la tentazione furiosa del rumore dei ragazzi nel prato subito sotto la terrazza e, alle spalle, mi consolavo con il muro caldo: il tepore che aveva perché dava sulla parte delle camere e del corridoio ben protetto dal freddo, chiuso al cuore della casa, senza finestre, che poi portava alle camere piccine piccine dove non entrava neanche una scrivania. Aveva, quel corridoio/cuore, la porta principale dalla quale potevo uscire appena finito di leggere e scrivere. Crescevo sapendo che non ci si mette in cammino se non a cose fatte. Che non è divertente per davvero (così si diceva) giocare, se non hai fatto quello che devi fare. Che è furbizia che si paga, dopo. Anche molto dopo. Taccio perché non so spiegare come era ma io lo sapevo che certe cose vanno fatte subito. Che bisognava non perdere tempo. Dopo, ma questo non lo sapevo ancora, quasi sempre devi combattere contro quelli che invece hanno perso tempo, che sono invidiosi, e non ti perdonano del tempo che non hai sciupato e per questo vogliono fartelo sciupare adesso, il tempo migliore che hai, il tempo che è la risultante del tempo che non hai perduto, che sarebbe tempo della gioia della propria identità.

Ma lasciamo perdere questi ricordi. Dunque tu continui a parlare per farmi credere che hai interesse. Io da tempo me ne sto in silenzio perché io non ho nessun interesse per la maggior parte delle parole e per la maggior parte delle persone. Le rispetto, ma non suscitano in me alcun interesse. Forse allora dire che le rispetto è solo una forma verbale nell’illusione di non escludermi, con queste affermazioni troppo radicali, da una speranza di essere un poco capito. Ma è inutile: so da me che certe speranze sono una vera e propria forma di conformismo, come se davvero essere radicali fosse essere ‘eccessivi’. Come se il mondo fosse possibile prenderlo con una radicalità inferiore. Che non è vero. Il silenzio corrisponde proprio a spingermi avanti senza incertezze. E’ un aspetto diciamo rivoluzionario nell’ordine del discorso. E’ un silenzio di chi la sa lunga. Un silenzio in cui echeggiano i pomeriggi quando studiavo con il viso verso la finestra, e le spalle alla parete che dava sul corridoio, e le mani di ragazzino abili a scrivere sui quaderni con la penna ad inchiostro zuppata nel calamaio. C’era già tutto questo oggi. Riconoscersi nei propri ricordi è la felicità. La sicurezza che era questo il famoso futuro che si voleva, questo essere capaci, avere una storia convincente che permette di tacere una volta per tutte. Che permette di non fare, non solo dunque di tacere e basta. Anche non fare di adesso, rifiutarsi di fare qualsiasi cosa è adesso come un gesto rivoluzionario irreversibile. Un gesto che genera una rivoluzione. Non avere bisogno di replicare, non entrare in scontri dialettici, non accanirsi a persuadere, non essere -a causa di certe insistenze- petulanti.

Chi ascolta il silenzio ha sempre nella mente dei sospetti delle incertezze o addirittura una vera e propria confusione, se tacere sia per non aver niente da dire o sia rifiutarsi di dire qualsiasi cosa per vari motivi. Questo è perché quasi nessuno centra la comprensione sul movimento mentale corrispondente al silenzio e al non fare nulla. Al non parlare più e al non fare nulla oltre quanto si è già fatto e detto con grande evidenza. Io invece, al contrario, ho centrato tutto l’amore (ho puntato posso dire) sulla comprensione di questa posizione di silenzio e di quiete quasi immobile. Ho centrato l’amore su una posizione che si sostiene su motivi vari non meglio precisati, che sono il modo come si è usato il tempo. E ho centrato l’amore su una sicurezza che è per certuni evidente: che il modo come si è usato il tempo -che porta il silenzio e la quasi immobilità dove si sente solo il calore della pelle e il battere del cuore- prelude ad una speciale identità di non fallimento, di non sconfitta. Ho centrato l’amore sulla comprensibilità di motivi vari alla base del rifiuto e su quella comprensibilità ho cercato l’amore. Una volta che avevo centrato l’amore medesimo nel modo di pensare una immagine -nascosta nella affermazione dell’esistenza di motivi diversi, numerosi, che chiamo i motivi più vari- poi lì in quel centro ho anche cercato l’amore. Ho centrato e cercato, nella potenza del rifiuto di parlarti per spiegare che non mi ami, e anche nella fine delle corse verso casa tua in ore strane, la conoscenza atomica delle cose.

La conoscenza atomica delle cose è una frase sottratta ad un mistico orientale. Rende bene l’idea che mantengo che la conoscenza è una realtà fisica. Da certe frasi si capisce come il linguaggio verbale possa allontanarsi, e quanto lontano possa arrivare dai pianeti e dai sistemi solari o anche dalle galassie dell’ignoranza. Il silenzio diffuso, e il restare qui a scrivere lontano, fisicamente lontano e distratto otto metri sopra il piano della strada -una strada diversa che non è più la stessa di quando avevo cominciato– dice la modalità attuale dei legami tra gli atomi componenti le molecole in gioco nella mia chimica cerebrale. Il modo attuale non è riducibile esclusivamente agli atomi delle molecole che determinano legami nella biologia del tessuto nervoso: è al contrario, voglio dire nel verso opposto a quello riduzionistico, espressione e manifestazione di una condizione psicologica, di uno stato (irreversibile) della mente, raggiunto ora, dopo cinquantacinque anni -cinquantasei- da quando facevo i compiti di prima elementare.


i fotografi che dipingono
ieri oggi sempre lottare sapientemente

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